Agosto 5th, 2010

Dior: tra le proposte per l’inverno 2010-2011, anche gli zoccoli con pelliccia.

Christian Dior svela l’ultima trovata per gli inserti di pelliccia proposti dal mondo della moda: non solo borse, portamonete, stivali, e giacche, nella collezione autunno inverno 2010-2011 arrivano anche gli zoccoli con la bordatura in pelliccia. Per un inverno.. agghiacciante..  [foto nella pagina del gruppo facebook Contro l’Industria delle Pellicce, fonte: http://moda.pourfemme.it/articolo/dior-anteprima-autunno-inverno-2010-11/2917/]

Puoi contattare DIOR servizio clienti per scrivere, in maniera educata, la tua contrarietà all’uso di inserti di pelliccia in accessori e capi di abbigliamento.
Questo l’indirizzo a cui rivolgersi, se siete a conoscenza di altri recapiti, vi prego di comunicarli al gruppo.
Grazie.

DIOR SERVIZIO CLIENTI

20121 Milano (MI) - 12, v. Monte Napoleone
tel: 02 38595959
email: contactdior@dior.com

Esempio di messaggio:

Spett. le DIOR,
Da quando sono venuto a conoscenza delle nuove proposte per l’autunno-inverno 2010-2011, sento la necessità di esprimervi il mio più sentito rammarico e sconcerto per la vostra ennesima proposta di capi contenenti inserti di pelliccia.
Molte altre aziende hanno da tempo rinunciato a proporre simili capi, in quanto la pelliccia è ormai ritenuta essere simbolo di violenza e orrore, sia che essa sia naturale o ecologica, in quanto comunque espressione di un desiderio improprio. Ogni anno, infatti,  milioni di animali vengono uccisi a causa del loro manto naturale, che viene usato dalle industrie della moda per produrre inserti, giacche, e altri accessori, come la vostra proposta di CLOGS con inserto di pelliccia.
Ritengo questa vostra scelta indegna di una casa della moda come la vostra e vi invito pertanto a rinunciare pubblicamente all’uso di inserti di pelliccia nelle vostre collezioni future.
In attesa di una vostra pubblica risposta, farò tutto il possibile perchè amici e conoscenti siano informati dell’uso sconsiderato delle pellicce nelle vostre nuove collezioni.
Cordiali saluti,
NOME COGNOME

Giugno 27th, 2010

Foto reportage dall’Afghanistan

Foto reportage dall’Afghanistan

Malnutrizione, abusi, lavoro minorile relegano l’Afghanistan tra i primi Paesi al mondo per mortalità infantile, ma la speranza per il futuro è proprio nel loro sorriso.

di Mauro Annarumma per Mpnews

E’ un attimo, mentre ci fermiamo, e la strada si riempie di bambini con la mano protesa alla ricerca di bottiglie d’acqua, di gulì (pastiglie), dolci o penne. Il loro vociare è per lo più incomprensibile, tanto è varia la lingua da una parte all’altra dell’Afghanistan. Ma, ovunque, sono loro, i bambini, a correre per primi e a reinventarsi provetti mimi per sostituire alle parole i gesti più esplicativi.
Dietro di loro, quasi sempre già con il velo a nascondere i capelli, ci sono le bambine. Imparano da subito il loro ruolo nella gerarchia patriarcale della famiglia afghana.
Il matrimonio arriva all’improvviso, alla tenera età di 11-12 anni, ma anche prima, insieme al sesso. Un atto di violenza, generalmente, dell’adulto, un atto dovuto per la giovanissima moglie. E’ infatti l’uomo a scegliere la giovane sposa, facendosi carico anche del sostentamento della sua famiglia.
Ecco perchè, nonostante siano permesse più mogli, la poligamia non è diffusa, non per scelta, spesso, ma per ristretezze economiche.

Secondo l’ultimo rapporto dell’Unicef, oltre 600 bambini sotto i cinque anni muoiono nelle terre afghane ogni giorno per polmonite, poliomelite, tetano, tifo, tubercolosi, dissenteria, malattie esantematiche e il 16% non supera nemmeno il primo anno di vita. Non sanno cosa sia il “compleanno”: i bambini non festeggiano il compimento degli anni, forse per la mancanza di orologi e calendari nelle case di fango, forse per il valore relativo dato al tempo che scorre, misurato con il sudore che cade lento sulla fronte, oppure perchè ogni giorno che sopravvivono meriterebbe di per sé una festa.
Nelle province più lontane dai grossi centri urbani si registrano tassi di mortalità infantile tra i più alti al mondo, e il secondo, dopo quello della Sierra Leone, di mortalità delle gestanti.

Decadi di guerra, abusi sessuali, violenze domestiche, assenza di scuole e spazi ricreativi feriscono la mente dei piccoli tanto quella degli adulti. Dati del 2008 disegnano un quadro drammatico: secondo la Health Net Organisation, i bambini dell’Afghanistan sono secondi solo a quelli del Nepal per disturbi mentali, soprattutto nelle regioni sotto il controllo dei Talebani, dove musica, cinema, ballo ed arte erano e sono banditi.

Ma non sono solo le malattie a minacciare la vita dei piccoli afgani: dalle specie di insetti, aracnidi e serpenti velenosi alle mine e agli ordigni inesplosi ma ancora letali, tutto l’Afghanistan è disseminato di trappole mortali per i più deboli. Un terreno florido anche per i mercanti di organi e di schiavi venduti nei paesi arabi.
Il lavoro minorile è ampiamente diffuso, sia per necessità sia per motivi culturali. Nelle aree più povere, dove non è possibile l’attività di compravendita tipica dei bazar, anche improvvisati, che si incrociano invece l’uno dietro l’altro nei centri abitati più grandi, i bambini aiutano il padre nei campi o nella pastorizia, generalmente nomade. Lunghe distese di oppio e grano si stagliano nelle province sul finire dell’inverno, mentre si avvicina la stagione del raccolto. Non è inusuale vedere quindi, lungo i bordi delle strade, pesanti sacchi di grano verde trasportati dai più piccoli.

Le guerre e le malattie che esse trascinano negli anni rubano l’infanzia agli afghani.
Ciononostante, non sono pochi i bambini che ancora hanno il coraggio di sorridere

Giugno 27th, 2010

Afghanistan: la politica della violenza

Uccisioni e propaganda, questa la strategia dei talibans per conquistare la popolazione.

Il vantaggio di essere sul campo è quello di poter raccogliere informazioni e sensazioni che difficilmente si possono leggere nel resoconto scandito da una notizia di stampa.
Riportare su carta la voce di chi racconta è, infatti, un compito arduo.
M. ha fatto ritorno da Babar Khel, villaggio del comprensorio di Maidansha, distretto di Jeghato, provincia di Vardak. Un piccolo villaggio, che ha la fortuna di ospitare una delle poche scuole aperte a tutti nei dintorni della capitale dell’Afghanistan, Kabul.
Delle prime parole in farsi catturo la mestizia di un uomo rassegnato alla violenza endemica in un P
paese in lotta contro se stesso e gli stranieri, tanti: pachistani, ceceni, kagiki schierati su un fronte, forze militari occidentali e afghane sull’altro.
Così, un atto di sangue può divenire facile pretesto per creare disordini. M. mi racconta, con l’aiuto di un giovane interprete, che venerdì 21 un ragazzo della Babar Khel Maktabi, la scuola del villaggio frequentata da piccoli e adulti, è stato prelevato dalla polizia locale mentre si recava all’edificio scolastico ed è stato accompagnato alla stazione locale. A questo punto il racconto si fa incerto: il comandante della polizia del distretto avrebbe consegnato al giovane studente, di circa 20 anni, 2000 rupie, circa 30 dollari, e lo avrebbe rimesso in libertà. Nella strada del ritorno, il giovane sarebbe stato nuovamente aggredito e ucciso a coltellate da altri agenti della polizia afghana. La voce si è diffusa immediatamente tra la popolazione, qualsiasi fosse la sua veridicità, scatenando le dure proteste di tutto il villaggio. I manifestanti scandiscono da tre giorni slogan feroci contro il Presidente Kharzai, chiedendo che risponda della morte del ragazzo ucciso, secondo gli abitanti, da funzionari del suo governo.
E’ chiaro che la difficile realtà dell’Afghanistan non permette una chiara opinione su quanto possa essere accaduto. Nonostante gli sforzi della comunità internazionale, la corruzione e l’assenza di una rete efficace di comunicazione e controllo delle periferie, non sembrano permettere al governo eletto di gestire le forze centrifughe del Paese. Così, anche gli strumenti di controllo e di riferimento delle istituzioni vengono usate per confondere e innescare ondate di odio e sfiducia verso il governo centrale.
Da decenni la politica del terrore vince sulla libera espressione democratica, che in qualche modo si cerca di far fiorire. Intimidazioni, uccisioni, pubbliche esecuzioni, lapidazioni e punizioni corporali di studentesse e donne, spesso sfregiate con l’acido mentre si recano a scuola ove sia loro consentito, asservono la popolazione povera ed analfabeta del Paese alle squadre di terroristi e narcotrafficanti per lo più giunti dal Pachistan, dopo la lotta fratricida per la spartizione del potere tra i mujahiddin del popolo.
Finché non si costruiranno più scuole e ospedali, la sfida del terrore difficilmente potrà essere vinta.

Giugno 27th, 2010

La Dichiarazione di N’Djamena: stop ai bambini soldato.

In Sudan, come in altre parti del mondo, migliaia di bambini sono costretti a un presente di guerra e ad un futuro ai margini della società.

di Mauro Annarumma per Mpnews
Sono ancora migliaia, oltre 3500 secondo statistiche delle Nazioni Unite e dell’Unicef, i bambini soldato in Sudan. Vengono rapiti dai villaggi, si abusa di loro psicologicamente e sessualmente, vengono addestrati alla guerra. Non c’è più spazio per i sogni ed il gioco nel cuore dei bambini armati di kalashnikov e coltelli del Sudan, come in quelli del Congo e della Birmania, tra i Paesi che soffrono maggiormente la piaga dei bambini soldato.
Nonostante gli sforzi della comunità internazionale, molti bambini, anche se reintegrati nella società e ricondotti alle famiglie, spesso si arruolano nuovamente allettati dal salario delle milizie e dei movimenti armati del Sudan, siano essi pro-governativi o ribelli, con il quale possono essere di sostegno alle famiglie.
Il protocollo firmato a N’Djamena lo scorso 11 giugno, in Ciad, al termine di una conferenza programmatica promossa dall’Unicef e alla presenza del rapper ed ex bambino soldato sudanese Emmanuel Jal, è un importante passo in avanti nella lotta agli abusi sui minori, e impegna i Paesi firmatari alla smobilitazione dei bambini soldato dalle proprie forze armate. Sono sei le delegazioni che hanno sottoscritto la Dichiarazione di N’Djamena: Ciad, Repubblica centro-africana, Sudan, Nigeria, Niger e Camerun.
Se l’impegno verrà tradotto in azioni, tali Paesi si allineeranno agli standard internazionali per la difesa dei minori, come i protocolli della Convenzione Internazionale per i Diritti dei Bambini, mirati alla difesa dei minori dalla guerra e dalla prostituzione, e i Paris Commitments and Paris Principles, linee guida per l’assistenza dei bambini che già appartengono a gruppi armati.
In Sudan non esiste la certezza di una sistematica adozione dei minori nelle fila dell’esercito regolare, ma ancora numerosi sono quelli che vi continuano a crescere. Il bacino più ampio a cui affluisce la maggior parte delle vittime della guerra rimane tuttavia il variegato mondo delle milizie armate, numerose in Sudan.
Molte attenzioni sono state poste, in particolare, verso il Sudan People Liberation Army, il quale, nonostante la firma degli accordi più recenti promossi dall’ONU, continuano ad avere bambini soldato tra le fila di combattenti.
Anche in Darfur, soprattutto nel West Darfur, dove l’attività dei movimenti armati è ancora forte, come quella del Justice and Equality Movement, del Sudan Liberation Army-Unity e SLA-Minni Minnawi, ed di altri gruppi minori, si registrano numerosi casi di arruolamento di giovani combattenti, nonostante alcuni programmi di collaborazione tra gli stessi movimenti e l’ente per l’infanzia delle Nazioni Unite, a partire dal luglio 2009.
Sempre in Darfur, è stato istituito un ente preposto, il Government of National Unity for the North Sudan Disarmament, Demobilization and Reintegration Commission, deputato al coordinamento del disarmo e del reinserimento nella società di questi bambini, molto spesso vittime di abusi sessuali.
Pochi mesi fa, Italians for Darfur, l’associazione italiana per i diritti umani in Sudan, aveva promosso un appello per chiedere la sospensione definitiva delle condanna a morte di sei bambini di etnia Fur accusati di far parte del Justice and Equality Movement, uno dei movimenti ribelli più importanti del Darfur e chiedeva di fare chiarezza sulle responsabilità del loro arruolamento in questo movimento. Un appello, il cui esito positivo, ottenuto grazie a una grande ed immediata partecipazione popolare, testimonia la sensibilità e le energie che i temi sull’infanzia sono ancora capaci di catturare. Energie che speriamo mettano presto fine a questa piaga immane, in Sudan come nel resto del mondo.

Aprile 8th, 2010

Darfur Union: appello per la dignità delle donne del Darfur

Ricevo dalla Darfur Union, con sede in Olanda, un documento agghiacciante. Il Presidente sudanese Hassan Al-Bashir, avrebbe pronunciato, secondo quanto riportato dal principale oppositore politico Hassan Al-Turabi, nella sua ultima conferenza a Khartoum, la seguente frase, a proposito della piaga immane degli stupri in Darfur: “Se le donne dell’Ovest fanno sesso con un Jali [uomo del gruppo etnico di Bashir, ndr], questo non va considerato come uno stupro ma come un onore per lei”.
ني هذة الغرباويه دي اذا واحدا جعلي كدا ركبها دا شرف او اغتصاب

Immediata l’indignazione di tutta la comunità darfuriana nel mondo che Italians for Darfur rilancia anche in Italia.
“The dictatorship-Al-Basher, president of Sudan, has said that ‘’If western woman( means Drfurian Female) got sex with one Jali (male from Al-Basher ethnic group) this will not be rape but its honor for for her.”
This story has been told by Al- Turabi at his recent conference in Khartoum two weeks ago. Whoever, you could imagine the reaction of millions of sudanese people against a such un respected statement. That is why we are in Darfur Union as a civil society in the Netherlands addressing this issue to the friends of Darfur worldwide.”

Aprile 8th, 2010

Rassegna stampa: 65 milioni di animali uccisi nel 2009 solo per la loro pelliccia

Solo l’anno scorso ben 65 milioni di animali sono stati uccisi in tutto il mondo soltanto per la loro pelliccia. Addobbi, bordature, polsini si moltiplicano nonostante le denunce e le campagne internazionali: il materiale principe delle collezioni autunno-inverno 2010/2011 sarà proprio la pelliccia. Nella foto, sulla pagina del gruppo facebook “Contro l’industria della pelliccia“, un esempio di borse in pelliccia di Louis Vuitton per la nuova stagione. Un altra cattiva notizia: Il CITES, organismo dell’ONU, non ha approvato la proposta statunitense di mettere al bando le pellicce di orso bianco, specie a rischio estinzione. Canada, Norvegia e Groenlandia, dove vivono gli inuit, sostengono che la caccia all’orso bianco sia fondamentale per la sopravvivenza della loro popolazione.

Da www.prontoconsumatore.it : È entrato in vigore il 1° aprile il Decreto Legislativo 15 marzo 2010, n.47 in materia di “Disciplina sanzionatoria per la violazione delle disposizioni di cui al regolamento (CE) n. 1523/2007, che vieta la commercializzazione, l’importazione nella Comunità e l’esportazione fuori della Comunità di pellicce di cane e di gatto e di prodotti che le contengono”. In Italia già dal 2004 era vietato utilizzare cani e gatti per la produzione o il confezionamento di pelli, pellicce, capi di abbigliamento e articoli di pelletteria costituiti od ottenuti dalle pelli o dalle pellicce di questi animali ed era vietato commercializzarle o anche solo introdurle nel territorio nazionale, ma adesso il Governo ha previsto una sanzione penale anche per l’esportazione. Chi, privato cittadino o azienda, dovesse essere coinvolto in tali attività sarà infatti punito con l’arresto da tre mesi ad un anno o con l’ammenda da 5.000 a 100.000 €, oltre alla confisca e alla distruzione del materiale a proprie spese.

Aprile 5th, 2010

Nigeria: il contesto delle violenze Rivalità politiche, etniche e religiose e crisi dello Stato nel più grande paese africano

di Mauro Annarumma per Mpnews

Lo scoppio della violenza a sud di Jos, il 7 marzo, è l’ultimo di una serie di episodi che hanno insanguinato lo Stato di Plateau in Nigeria. Le tensioni etniche e religiose hanno spesso provocato scontri feroci all’interno del mosaico dei tanti gruppi etnici, Tiv, jukun, Pyem, Kofyar, Berom, Hausa-Fulani e molti altri, che vivono lungo una linea di demarcazione tra il nord musulmano e il sud a maggioranza cristiana. Oggi la comunità di Jos presenta profonde divisioni generate non solo dalle differenze religiose ed etniche. Una tradizionale discriminazione  oppone i cristiani indigeni Berom, ai musulmani Hausa, classificati come coloni, emarginati nella partecipazione politica e nella fornitura di servizi di base e delle infrastrutture per le loro comunità. Queste pratiche sono state rese più nocive, e intese in modo sempre  più controverso, per i crescenti livelli di povertà cronica in tutta la Nigeria.

La comunità è divisa anche per l’ appartenenza politica: i cristiani per lo più seguono il PDP, invece, i musulmani sostengono l’ANPP, all’opposizione.
La violenza va ricondotta dunque, oltre che al contesto religioso, a complesse problematiche sociali e specialmente  ai più forti contrasti per il controllo delle risorse di cui il Paese è ricco.

La Nigeria,  che entra nel suo secondo decennio di governo civile, afflitta da corruzione diffusa e da una cattiva struttura del sistema democratico, dimostra, sempre più, l’incapacità di garantire la sicurezza e la vita, di controllare l’attività criminale resasi più aggressiva nelle insenature del Delta del Niger, di difendere  la proprietà, di saper gestire i servizi economici e sociali, le infrastrutture e la sicurezza alimentare.

Il presidente ad interim Goodluck Jonathan è chiamato a dare risposte immediate e strutturali.

Occorre adottare misure concrete, per porre fine alle politiche discriminatorie nei confronti dei “non-indigeni”. Il Governo federale dovrà finalmente assumere un ruolo attivo e vigoroso nel far rispettare le norme che codifica, ed accompagnare le riforme giuridiche, con uno sforzo continuo e significativo dell’istruzione pubblica su  tutte le questioni dei diritti umani coinvolti.

Le politiche che negano ai nigeriani parità di accesso all’occupazione e alle opportunità educative, per il solo fatto di appartenere ad una comunità le cui origini, si dice, che si trovano in altre parti della Nigeria, si pongono in aperta violazione dei diritti umani e della stessa costituzione federale. L’ordinamento giuridico federale nigeriano, ha difatti previsto, col principio di inclusione e di autonomia, l’ equa suddivisione dei benefici della cittadinanza nazionale nell’ eterogeneo sistema di etnie della Nigeria. Il fatto che le pratiche discriminatorie, che violano i diritti fondamentali di milioni di nigeriani possa essere politicamente popolare in alcuni ambienti, in alcun modo giustifica la politica dei governi regionali, tesa a perpetuare condizioni di privilegio, in contrasto con la norma e di non applicazione del dettato costituzionale. In ogni caso, il problema “indigeneità“,  per le sue implicazioni per i diritti fondamentali di tutti i nigeriani, è un problema che richiede una decisa iniziativa del Governo federale, fin qui del tutto inesistente.

Aprile 5th, 2010

L’exit strategy di Obama passa per le provincie occidentali

L’offensiva internazionale in Afghanistan si sposta verso ovest, al confine con l’Iran nella provincia di Farah

di Mauro Annarumma per Mpnews

Come Genghis Khan, i colossi economici e militari della storia hanno attraversato e combattuto in Afghanistan per la conquista di un lembo di terra sterile in superficie ma dalla posizione invidiabile. Crocevia di popoli, etnie, tradizioni, ma anche e soprattutto eserciti, interessi politici ed economici stranieri, la terra afghana si stende su un largo altopiano che fa da ponte tra il Mar Caspio e l’India, tra la Russia e l’Oceano Pacifico e il Medio Oriente, tra gli Stati Uniti e gli alleati occidentali e il continente asiatico e la Cina.

Meglio di una torre di guardia, l’altopiano afghano si presta all’appostamento di vigili sentinelle sui vicini più irrequieti, Iran in testa.
Con gli oltre 30.000 nuovi soldati statunitensi in arrivo nelle FOBs (Forward Operations Bases) della zona di Shindad e Farah, non lontane dal confine iraniano, la presenza occidentale in Oriente si farà presto massiccia. Un territorio impervio e tormentato da ancora forti presenze antagoniste, i cosiddetti insurgents, un termine che raccoglie un variegato gruppo di fazioni armate, contrabbandieri, bande locali, e talebani, questi ultimi spinti verso Herat dalla pesante offensiva anglosassone nella provincia meridionale di Kandahar ed Elmand che dura da anni con l’operazione Enduring Freedom.

Non è un caso che il nostro contingente lasci Kabul e si rafforzino e si amplino le posizioni ad Ovest. Non è un caso, evidentemente, che la exit strategy di Obama preveda il dispiegamento di ulteriori 30.000 soldati in rinforzo a quelli già presenti. Accanto alle operazioni di ricostruzione del Paese e delle sue istituzioni, le cui fondamenta già stentano a reggere la corruzione e l’opportunismo dell’apparato statale in via di ricostituzione diretto dal presidente Hamid Karzai, il “sindaco di Kabul”, non si è mai fermata infatti la missione di peace enforcing nel Paese. Un’operazione che si basa su una presenza sempre più estesa seppure frammentata nella provincia al confine con l’Iran. Nel giro degli ultimi due anni si è passati, infatti, da una condotta esplorativa e di monitoraggio ad una stanziale, espressa con il moltiplicarsi delle FOB, piccoli assembramenti di uomini e mezzi nelle aree più critiche.

Se in termini strettamente militari l’attuale esito della missione internazionale in Afghanistan appare nettamente negativo, considerate le risorse impiegate, sul piano geopolitico esso può dirsi, in prospettiva, un successo. La situazione sul terreno, infatti, non è sostanzialmente migliorata, quando non è peggiorata in taluni casi, e altrettanto si può dire per la condizione della maggior parte della popolazione, ancora sottomessa alle rigide regole dei talibans, soprattutto nelle aree intorno a Farah, Kunduz, Kabul e Khandahar. Ciò nonostante l’Afghanistan resta fondamentale negli attuali equilibri internazionali e non solo per gli Stati Uniti e i loro più stretti alleati.
Russia, Cina, Iran, in tutti questi anni, non sono certi rimasti alle porte. Le armi giungono prevalentemente attraverso l’Iran. Dalla Cina giungono i prodotti destinati al commercio interno e armi e razzi comprati dalle fazioni armate del Paese. Le agenzie internazionali giocano soprattutto sul piano dell’intelligence la loro sottile battaglia di spionaggio e controspionaggio. Anche i civili di Kunduz, cittadina a Nord di Kabul, mi parlano di finanziamenti ai talebani, numerosi e ben armati nella cittadina, soprattutto da parte del Pakistan e dall’Iran, ma anche dell’Uzbekistan. Chiedo scherzosamente al mio interlocutore, che tra qualche giorno rientrerà per poche settimane a Kunduz, dove lo aspetta la moglie e cinque figli, perchè non si tagli la barba, ora che l’estate è alle porte. Se mi vedono i talebani a Kunduz… -dice, e il gesto che segue è inequivocabile.

Aprile 5th, 2010

Harry Wu: il viaggio della dissidenza in Cina

di Mauro Annarumma per Mpnews

Nell’aprile 1960 le autorità comuniste cinesi arrestano Harry Wu. Gettato in un campo di lavoro  Laogai, non è stato mai formalmente incriminato. Ha trascorso i successivi 19 anni in un girone infernale  di lavoro estenuante, soffrendo la fame e la tortura. Harry Wu, autore di “Laogai: il Gulag cinese” (1992), “Bitter Winds” (1994), e “Troublemaker” (1996), dal 1992 aiuta a far luce su questo aspetto poco noto del sistema repressivo cinese.
Laogai, la più ampia rete occulta e di campi di lavoro forzato nel mondo. Un sistema di campi di concentramento voluto da Mao. La Laogai Research Foundation, di cui Harry Wu è direttore e fondatore, ha individuato almeno 1000 campi in Cina e stima il numero dei detenuti intorno ai 6 milioni di persone. Vi finisce dentro chiunque non sia d’accordo con il regime o tenti di contestarlo: attivisti pro-democrazia, sindacalisti, religiosi e fedeli di varie fedi e minoranze etniche come i tibetani, gli uiguri e i mongoli.

Il Laogai è articolato in diversi componenti che vanno dai Laogai veri e propri, alle prigioni, con centri di detenzione amministrativa (cioè senza un processo) e centri di detenzione dove vengono rinchiusi sia i condannati a sentenze di breve durata, sia i condannati a morte. Poi ci sono i centri di detenzione lavoro forzato per minorenni, e infine una Sezione del”Personale addetto al lavoro forzato”, cioè le persone che hanno scontato la loro pena, ma che sono state ritenute “non del tutto riabilitate” e che quindi sono costrette a continuare i lavori forzati. L’utilizzazione dei prigionieri come manodopera a basso costo ha creato in Cina la nuova economia del lavoro forzato, concepita come parte integrante del sistema economico.

Oggi  la Laogai Research Foundation ha esteso le sue inchieste occupandosi  anche di esecuzioni pubbliche, del fiorente commercio di organi sottratti ai condannati a morte senza il preventivo consenso, delle persecuzioni per motivi religiosi e dell’applicazione coatta della politica riproduttiva (la “legge sul figlio unico”), che sottopone le donne all’aborto forzato o all’intervento di sterilizzazione, fino alla confisca dei beni e all’internamento. In base ai documenti raccolti dalla Laogai Research Foundation, la pratica di raccogliere gli organi espiantati risale alla fine degli anni ‘70 e che le esecuzioni,si pensa, siano circa da 8 a 10mila all’anno, tuttavia sul numero c’è il segreto di stato dal ‘49.
La mancanza di libertà religiosa fa parte di quella più ampia  violazione dei diritti umani chiamata divieto di espressione. In Cina, internet, i giornali, le televisioni e il resto dei media sono sotto il totale controllo del regime.

Purtroppo, nonostante le riforme e la conversione al libero mercato, il Governo di Pechino non ha introdotto alcuna libertà dal punto di vista politico. Il sistema legale è stato spesso criticato come arbitrario, corrotto e incapace di fornire la salvaguarda delle libertà e dei diritti fondamentali. Dopo la feroce repressione del movimento di piazza Tiananmen nel 1989, un gruppo coraggioso di intellettuali cinesi ha redatto un documento denominato Carta 08, firmata da oltre 8.000 cittadini cinesi, chiedendo riforme democratiche. Le autorità comuniste hanno reagito duramente: molti sono stati interrogati e posti sotto sorveglianza, le loro case perquisite, il noto autore e filosofo Liu Xiaobo è stato illegalmente in carcere per la paternità di questo documento innovativo.
Rimane comunque spazio per la speranza.

Febbraio 15th, 2010

Libertà d’espressione. Il Marocco, nemico d’Internet ?

di M.A. per Mpnews

La recente condanna di “cyber-dissidenti” a Taghjijt ha allarmato la blogosfera internazionale e marocchina. Questo nuovo passo falso da parte delle autorità locali, visibilmente travolti dal fenomeno dei “blog”, potrebbe disegnare un nuovo trend.

Il 1 ° dicembre, a Taghjijt, un gruppo di studenti presenta alle autorità locali un insieme di rivendicazioni tra cui la richiesta di un bonus viaggio per Agadir e la creazione di una biblioteca.. Il sit-in degenera in rissa e tre studenti sono immediatamente arrestati. Hazzam Bashir, un laureato in educazione islamica di 27 anni, il 4 dicembre pubblica sul suo blog un comunicato degli studenti. Pochi giorni dopo viene arrestato a sua volta e indagato insieme con i manifestanti. Abdellah Boukfou (26 anni), il gestore del cybercafé utilizzato da Hazzam, è anche lui arrestato. Egli non ha pubblicato nulla personalmente. I computer nel cyber e le chiavi USB sono sequestrate dalla polizia, che vi troverà pubblicazioni di Hazzam (membro di Al-Adl wal Ihsan), di studenti, ma anche di un’organizzazione Amazigh….(Berberi abitanti autoctoni del Nord Africa). Il processo contiene molte contraddizioni, soprattutto per quanto riguarda i capi di accusa. Il verbale di interrogatorio di Hazzam, per esempio, la prima volta parla di “diffusione di notizie false dannose per l’immagine del regno in materia di diritti umani”! Poi in una successiva trascrizione Hazzam viene accusato di “diffondere false informazioni atte a sconvolgere l’ordine pubblico”. Questa frase sarà grossolanamente cancellata, come dimostrato da una copia pubblicata su Internet da blogger. Alla fine,le cinque persone sono accusate, senza distinzione alcuna, di “adunanza sediziosa”, ” offese a pubblici ufficiali”, ” danneggiamento di beni pubblici” e anche “incitamento all’odio razziale” (allusione quest’ultima ad alcuni appartenenti alle associazioni culturali Amazigh). Dal 15 dicembre, gli studenti sono stati condannati a 6 mesi di prigione, Hazzam a 4 mesi, mentre il gestore del cyber, Abdellah Boukfou a 1 anno, giacché le autorità ritenevano che egli fungesse da intermediario tra i manifestanti e i blogger. In ogni caso, dopo gli eventi di Taghjijt, i blogger marocchini hanno paura, e ricorrono sempre più spesso all’auto-censura. Il Marocco è ancora lontano dal far parte della lista dei “nemici di Internet”, istituito dalla RSF (come la Tunisia e l’Egitto)…. “Come può lo Stato, dice Lucie Morillon, responsabile Internet presso l’ONG, lanciare un ambizioso piano per migliorare l’accesso a Internet e mettere qualcuno in prigione perché ha pubblicato una informazione”?
L’organizzazione Committee to Protect Journalists ha stilato una classifica dei dieci paesi più pericolosi per i blogger: Birmania, Iran, Siria, Arabia Saudita, Tunisia, Egitto, Cina, Vietnam, Cuba, Turkmenistan. In questi paesi i diritti umani e le libertà civili sono spesso ignorati; attraverso censura, filtraggio, restrizione dell’accesso online e recupero di informazioni personali,i diversi governi tentano di limitare la libertà di espressione online fino a sanzionare con pene detentive presunte violazioni della sicurezza nazionale o azioni ritenute non gradite ai regimi. Anche nelle realtà più democratiche dell’occidente affiorano le prime difficoltà. “Noi non consideriamo la questione della libertà su Internet solo come una questione di libertà di espressione, ma investe la visione stessa del mondo in cui vogliamo vivere“, ha detto il consigliere del segretario di Stato per l’Innovazione, Alec Ross, che a Washington è intervenuto ad un seminario organizzato dal New America Foundation e da Slate, vicenda che contrappone Google alla Cina, sulla censura in rete. In Francia per Internet tira una brutta aria. “Internet e’ pericolosa per la democrazia dice il deputato dell’Ump Jean-Francois Cope’. La “trasparenza assoluta” è come l’ ”inizio del totalitarismo”, gli fa eco il consigliere del presidente della Repubblica Henri Guaino : “l’accusa contro Internet non e’ che il sintomo di qualcosa di più profondo: la paura primitiva di un media che rivela ciò che si vorrebbe tacere”, scrive Le Monde

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