Giugno 30th, 2009

La “Otra Salud”, l’emergenza sanitaria che non fa notizia

L’influenza suina non fa più paura, ma le condizioni sanitarie nel Sud del Messico restano gravi.

di Mauro Annarumma per Meltin’Pot (Univ. Roma Tre)

Dopo settimane di dichiarazioni allarmiste dell’Organizzazione Mondiale per la Salute, che sembrava inseguire i lanci in prima pagina dei principali quotidiani di tutto il mondo sull’influenza suina, è calato il silenzio soporifero sulla paventata pandemia del virus AH1N1. Secondo i dati forniti dal Ministro della Salute messicano, José Angel Cordova, circa il 70% dei casi si sono concentrati nella capitale, dove un ferreo controllo del rispetto delle nuove norme sanitarie avrebbe impedito l’ulteriore diffusione del virus. Le aree limitrofe, come Tlaxcala, Oaxaca e Chiapas, sono state interessate solo marginalmente dall’influenza suina, ma le condizioni sanitarie della regione, la più povera del Messico, restano precarie e l’assistenza medica insufficiente, lasciando la popolazione in uno stato di emergenza sanitaria cronica: è latitante il governo centrale, che tende ad adottare una linea politica discriminatoria verso le popolazioni indigene dell’area e si limita spesso a distribuire fondi pubblici a enti o strutture poco radicate nel territorio, secondo quanto denunciano le organizzazioni umanitarie che operano nell’area, e alle quali è devoluta l’assistenza vera e propria, come la Croce Rossa e Medici senza Frontiere. Come nelle altre aree depresse del Paese, a pagare il prezzo più alto della grave condizione economica e sociale della popolazione sono le donne, vittime dei pregiudizi culturali e delle tradizioni discriminanti che relegano la figura femminile ai margini della società. Le numerose gravidanze, spesso in giovanissima età, vengono portate a termine senza alcun controllo medico, e molte si risolvono con la morte della partoriente. Le precarie condizioni sanitarie si riflettono anche sul rischio di morte per i bambini al di sotto di un anno di vita, oltre il 60% più elevato rispetto alla media nazionale: ogni 10.000 nati vivi, quasi 300 muoiono a meno di 12 anni di età. Tra le cause principali vi sono malattie tropicali o legate alla scarsa qualità della vita, quali bronchiti, dissenterie gravi, colera, tripanosomiasi, febbre gialla, malaria, malattie respiratorie, TBC, parassitosi intestinali, e la denutrizione, che interessa oltre la metà della popolazione indigena e fino all’ottanta per cento della popolazione nella zona della Selva Locandona, non raggiunta da servizi per le acque potabili e fognarie. Il perdurare, inoltre, del conflitto a bassa intensità tra il Governo e le comunità autogestite del Chiapas, rafforza la tendenza dei locali a non usufruire dei servizi sanitari ufficiali, che svolgono anche una funzione di controllo e censimento della popolazione, e moltiplica i tentativi di organizzazione in sistemi autonomi ancora lontani però dal poter garantire una efficace assistenza sanitaria. I servizi sono centrati sulla figura del “Promotore di salute”, depositario della tradizionale medicina maya e della medicina contemporanea, e rappresentano un modello alternativo di sanità al servizio della comunità e, nelle intenzioni, lontano dalle logiche di mercato. Ciononostante, medicinali e strumenti diagnostici vengono ancora forniti dalle organizzazioni umanitarie e dalle associazioni internazionali, rivelando prime contraddizioni di un modello in divenire.

Foto di F Ricci

Foto di Francesco Ricci

Giugno 22nd, 2009

Bombardamenti e stupri: questa la guerra di Khartoum ai ribelli del Darfur
Un nuovo rapporto delle Nazioni Unite fa luce sugli ultimi sei mesi di crisi nella regione del Darfur

Sina Samar, inviato speciale del Consiglio dei Diritti umani in Sudan delle Nazioni Unite dall’agosto 2008 alla fine di maggio 2009, è l’autrice del nuovo rapporto delle Nazioni Unite che denuncia, ancora una volta, le continue violenze e gli abusi perpetrati a danno di civili, soprattutto donne e bambini, nel Sudan.

Nel periodo considerato, denuncia Sina Samar, non si sono arrestate le gravi violazioni dei diritti umani, quali torture e detenzione arbitraria, uccisioni di massa e distruzione di centri abitati e strutture di assistenza ai civili, così come i fenomeni di banditismo e sciacallaggio, sempre più numerosi.
Nel semestre considerato, infatti, risultano rubati ben 129 veicoli con l’insegna delle Nazioni Unite e di altre organizzazioni umanitarie.
Oltre alle minacce che giungono dal mondo della criminalità diffusa, il mandato dei peacekeepers continua ad essere ostacolato più volte anche dalle autorità sudanesi, che negano visti e passaggi in aree a rischio della regione.
Lo stupro resta una delle maggiori piaghe del Darfur, che svela anche la sostanziale impotenza delle forze di pace della missione congiunta delle Nazioni Unite e dell’ Unione Africana dinanzi ai sempre più numerosi casi di violenze sessuali fuori e dentro i campi di sfollati, ad opera di criminali e guerriglieri. La maggior parte delle violenze, inoltre, vengono soffocate nel silenzio dalle stesse vittime, che non hanno fiducia negli organi di polizia sudanese e negli operatori dei centri di medicazione e cure dei campi, sotto il controllo delle forze di sicurezza del Paese.
Difficile anche la situazione degli operatori umanitari stranieri, accusati di essere tra i principali informatori che hanno consentito alla Corte Penale Internazionale di emettere il mandato di arresto del Presidente sudanese Omar Hassan al Bashir, nel marzo scorso: negli ultimi mesi sono stati registrati sedici casi di detenzione arbitraria e altri casi, almeno quattro, di gravi maltrattamenti. Numerosi anche i civili detenuti arbitrariamente e sottoposti a torture fisiche e psicologiche

Nel periodo da agosto a maggio di quest’anno, infine, sono continuati numerosi i bombardamenti aerei in violazione delle risoluzioni ONU, spesso in maniera indiscriminata, senza alcuna distinzione tra postazioni ribelli, dimore private e strutture di accoglienza, come i centri di Umm Sauunna, 24 km a ovest di Haskanita, e Shawa, a sud di El Fasher.
La situazione in Darfur, e in generale nel complesso puzzle multietnico sudanese, è quindi ancora tesa, e gli esiti del conflitto ancora incerto.
Se lo sforzo umanitario resta una priorità per la salvaguardia dei diritti basilari della popolazione del Darfur, è evidente, tuttavia, che la partita va giocata sul piano politico e diplomatico. Anche ai supplementari.

Per saperne di più sul Darfur: Italians for Darfur www.italiansfordarfur.it

“UNA VIGNETTA PER IL DARFUR”
La fantasia al servizio dell’informazione.
I vignettisti italiani dedicano una loro creazione a Italian Blogs for Darfur, per il Darfur
Giugno 17th, 2009

IRAN tries to hack/cencour TWITTER ( source of information from the uprisings) : Do as following: Change your Twitter Location to Tehran and your TimeZone to GMT+3.5. Help shield #IranElection and confuse Iranian censors!

The widespread arrest of young protesters and opponents of the regime in Tehran and most other cities which began on Saturday has gained new dimensions. Thousands have so far been arrested.
About 900 of the detainees have been transferred to Tehran’s notorious Evin Prison. Some 350 have been put in solitary confinement in Evin and the others are being held in Ward 240 of the prison. A number of the detained have been taken to safe-houses of the Ministry of Intelligence and Security (MOIS).
Those arrested in Isfahan have been transferred to wards A-I of the city’s central prison, which are run by the MOIS, and the detainees in Mashhad have been transferred to Vakil-Abad Prison.
Anti-riot forces attacked protests by hundreds of relatives of those arrested who were demonstrating outside the regime’s Justice Department office in Tehran.
In recent days, dozens of protestors have been killed and hundreds injured.

Giugno 8th, 2009

Quale sinistra in El Salvador?
Il Presidente Funes guida il primo governo salvadoregno di sinistra, tra spinte riformiste e radicalismo venezuelano.

Il nuovo governo di Mauricio Funes, presidentes di El Salvador, sembra voler  guidare il Paese del Centramerica, schiacciato da anni di guerra civile e povertà, verso un cammino di espiazione simbolica dei crimini e delle pene ad esso inflitte dal governo della oligarchia militare e latifondista salvadoregna negli ultimi venti anni.

Dal 1980 al 1992, nel piccolo Stato dell’El Salvador si è combattuta una sanguinosa guerra tra i guerriglieri del Frente Farabundo Martì de Liberaciòn Nacional (FMLN) di estrema sinistra e i miliziani della estrema destra al governo, i cui militari godono ancora dell’amnistia del 1993. Con oltre 70000 morti, si pensò allora di chiudere un’era, ma il dramma di migliaia di famiglie perdura sino ad oggi. Da un osservatorio privilegiato quale quello in cui mi sono trovato  in El Salvador nel 2004, prima il main field delle Forze speciali aviolanciate e poi l’ambasciata italiana, ho colto nel suo agghiacciante contrasto i due volti della società salvadoregna: nonostante l’affollarsi di numerose agenzie straniere di sviluppo, per i cui operatori sono stati erette come piramidi nel deserto moderni centri commerciali dotati dei migliori prodotti di consumo, le condizioni di vita restano precarie. L’elite del Paese, ancora oggi militari e grossi proprietari terrieri vicini al Partito di destra “Arena”, usufruiscono di discoteche e locali notturni, per lo più nel quartiere residenziale in cui sorgono grandi ville circondate da alte mura e temibili guardie armate, che non mancano neanche dinanzi a locali commerciali, come anche alle porte di semplici farmacie. Gran parte della popolazione continua a vivere intorno alla capitale, nella densa boscaglia che la circonda, ed è comune osservare giovanissimi studenti in uniforme scolastica scomparire tra gli alberi al termine delle lezioni. Bassa scolarizzazione, garantita per lo più dalle scuole missionarie numerose in centramerica, piccola e diffusa criminalità ed estrema povertà, sono ancora una piaga per il Paese.

In un simile contesto e in un momento storico in cui riprendono piede in America Latina i partiti e i movimenti di sinistra, risulta significativa l’assenza, nel giorno del giuramento del nuovo governo, del presidente venezuelano Hugo Chavez e del boliviano Evo Morales, leaders di una sinistra violenta e antidemocratica, soffocatrice della libertà di espressione e in costante conflitto con le opposizioni. Assenze che alimentano un acceso dibattito all’interno della classe politica latinoamericana, che si interroga ora sulla direzione che il nuovo presidente, un ex giornalista eletto tra le fila dello FMLN, sembra aver scelto nel corso dei primi mesi del suo mandato, apertosi con elogi al Presidente degli Stati Uniti, Obama, e al governo del brasiliano Lula dai quali, ha dichiarato Funes, intende prendere esempio. Ma altrettanto significativa è la decisione, subito annunciata, di riallacciare le relazioni diplomatiche con Cuba, dopo oltre 40 anni.

Mauricio Funes, anno 1959, è stato il primo candidato dello FMLN che non abbia avuto un passato da guerrigliero, ma le spinte della dirigenza del Fronte, apparentemente più a suo agio con il radicalismo venezuelano che con il pragmatismo brasiliano, non potranno che avere un peso rilevante nella collocazione politica del nuovo El Salvador.

Giugno 3rd, 2009

Iran, il Paese del boia: in cinque mesi 190 esecuzioni

Continuano le esecuzioni capitali ordinate dal regime teocratico e antidemocratico di Teheran

di Mauro Annarumma per Meltin’Pot (Univ. RomaTRE)

Tra le aberrazioni del giustizialismo quella della pena di morte è tra le peggiori, e non sono sufficienti la democrazia e una moratoria dell’ONU per placare la sete di sangue dei tribunali populisti di molti Paesi del mondo e di oligocrazie preoccupate da dissidenti e intellettuali all’opposizione.

Fra tutti, l’Iran è il primo Paese al mondo, in rapporto alla popolazione, per numero di esecuzioni, ben 190 dal primo gennaio ad oggi, con un drammatico aumento del 70% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Le ultime tre vittime sono di sabato 23 maggio, fra cui una donna, impiccate nel sud della città di Shiraz. Non è possibile stilare un rapporto completo e ufficiale delle vittime del boia iraniano, in quanto gli osservatori delle organizzazioni per i diritti umani e delle agenzie governative delle Nazioni Unite non sono ammessi ai tribunali del Paese, pertanto i dati attuali corrispondono a quelli forniti, volta per volta, dalle notizie dei quotidiani iraniani: secondo quanto risulta alla Abdorrahman Boroumand Foundation, fondazione per i diritti umani in Iran, nel 2007 sono state eseguite 466 esecuzioni e 381 nel 2008, nonostante la moratoria delle Nazioni Unite approvata dall’Assemblea di cui l’Iran è membro.

Le Nazioni Unite, che nel dicembre del 2007 ne approvarono la proposta, con l’astensione degli Stati Uniti, in cui la pena capitale non è prevista solo in 13 Stati su 50, ha il compito di vigilare sul rispetto della stessa, che tuttavia non è vincolante.

Ha fatto il giro del mondo, l’anno scorso, la notizia dell’impiccagione della giovane artista iraniana Delara Darabi, condannata nel 2003 quando era ancora minorenne per un presunto omicidio. I tribunali iraniani, nonostante il forte movimento internazionale che premeva per la sospensione della pena, non vollero riconsiderare la condanna emessa, alla luce delle nuove prove della difesa.

Numerose anche le coppie omossessuali condannate alla forca, come i giovanissimi Hamzeh Chavi e Loghman Hamzehpour, di 18 e 19 anni, arrestati a gennaio a Sardasht con l’accusa di sodomia: l’omossessualità in Iran come in altri Paesi islamici, equivale ad essere nemici di Allah e prevede la condanna a morte, spesso per lapidazione.

Venuta meno la sua funzione di deterrenza, per crimini che comunque vengono commessi nonostante l’altissimo rischio della pena, la massima pena contiua a rappresentare un importante braccio armato della politica repressiva del governo antidemocratico e teocratico, che annovera tra i suoi crimini la discriminazione delle donne e delle minoranze, etniche e religiose, e soffoca le libertà di stampa e di espressione.

Maggio 20th, 2009

RICCIONE MODA ITALIA: in scena l’orrore delle pellicce!

Dal 20 al 26 luglio 2009 a Riccione si tiene la diciannovesima edizione di Riccione Moda Italia, una settimana dedicata alla moda, soprattutto ai nuovi stilisti e ai ragazzi che ancora frequentano le scuole di moda e vorrebbero entrare a far parte di questo mondo.

A Riccione dovrebbe essere di scena l’inventiva di questi giovani, ma invece come tutti gli anni saranno di scena la tortura e la sofferenza legate alle pellicce e il business di aziende come Max Mara. Sotto i riflettori di Riccione sfileranno l’insensibilità e la vanità, luccicanti e vuote di etica, così come il mondo della moda vuole.

Il “Concorso nazionale professione moda giovani stilisti” che si tiene all’interno di Riccione Moda Italia prevede infatti 6 categorie, tra cui quella della pellicceria, sponsorizzata e finanziata da Associazione Italiana Pelliccerie. Tutti gli studenti di 500 scuole italiane di moda vengono così invitati a presentare i loro modelli a base di pelliccia. Tra questi quelli prescelti per le sfilate finali verranno realizzati con pelli messe a disposizione dall’Associazione Italiana Pelliccerie, che darà anche un premio di 1000 euro al vincitore della categoria. Non possiamo evitare di citare anche la presenza di Max Mara Fashion Group a presiedere la sezione “abbigliamento”, il cui vincitore avrà un premio offerto da questa casa di moda e potrà fare uno stage in una delle sue aziende. Questo concorso è un incentivo all’utilizzo di prodotti in pelliccia per i giovani disegnatori di moda. Quello che viene presentato loro è che le pellicce sono un indumento come gli altri, che le pelli degli animali scuoiati e allevati in modo terribile possono essere un segno di eleganza e possono entrare a far parte dei loro disegni e delle collezioni di moda come se nulla fosse. Per questo l’Associazione Italiana Pelliccerie ci tiene così tanto a sponsorizzare questo evento, per raggiungere con il suo malsano messaggio migliaia di ragazzi ogni anno e far crescere nuove leve di disegnatori che utilizzeranno pelli di animali nei loro modelli.

Crediamo invece che questi studenti debbano sapere come vengono prodotte queste pelli e quali sofferenza abbiano patito gli animali a cui appartenevano. Per questo oltre a volere informare gli studenti di moda ci attiveremo per fare in modo che venga eliminata la sezione pellicceria da Riccione Moda Italia. Lo scorso anno abbiamo potuto parlare ai 30 finalisti durante un workshop-dibattito sull’industria della pelliccia, notando in molti di loro un forte interesse per la tematica e gli argomenti che portavamo avanti. Ma quest’anno abbiamo declinato l’invito, offertoci come contentino di fronte alla nostra richiesta semplice e chiara di togliere la sezione pellicceria. La motivazione della segreteria di RMI è stata che la pellicceria è un canale lavorativo che può offrire sbocchi a questi giovani. Che sia anche il motivo per cui ogni anno muoiono decine di milioni di esseri viventi evidentemente è passato in secondo piano. Per loro, ma non per noi.

La settimana dal 20 al 26 luglio sarà una settimana di mobilitazioni a Riccione. Porteremo informazione ai ragazzi e alle ragazze che partecipano al concorso ma soprattutto rovineremo la pacifica atmosfera dell’evento ricordando le decine di milioni di animali scuoiati ogni anno dall’industria della pelliccia.

COSA PUOI FARE? - Innanzitutto tieni liberi i giorni dal 20 al 25 luglio. Appena possibile annunceremo gli appuntamenti delle iniziative. Se pensavi di andare in ferie perché non unirti a noi in questi giorni in cui decine di attivisti si troveranno a Riccione per far sentire la voce degli animali? Ci stiamo attivando per trovare un punto di appoggio per pernottare gratuitamente in zona. - Chiedi al Comune di Riccione di fare pressione affinché venga eliminata la sezione Pellicceria dall’evento. Il Comune di Riccione patrocina l’evento e ha voce in capitolo, soprattutto non avrà piacere di avere una settimana di azione animalista nel pieno periodo estivo:

Comune di Riccione, Viale Vittorio Emanuele II n. 2 -47838 Riccione (RN) Tel. 0541 608111 - fax 0541 601962

E-mail: sindaco@comune.riccione.rn.it, urp@comune.riccione.rn.it, cultura@comune.riccione.rn.it, politichegiovanili@comune.riccione.rn.it, iat@comune.riccione.rn.it, turismo@comune.riccione.rn.it, ambiente@comune.riccione.rn.it, info@comune.riccione.rn.it,

- Contatta la segreteria di Riccione Moda Italia ed esprimi il tuo disgusto per la presenza di pellicce nelle sfilate dell’evento: Segreteria di Riccione Moda Italia, Palazzo del Turismo - P.le Ceccarini,10 – 47838 Riccione.

Email: info@riccionemodaitalia.it, stampa@riccionemodaitalia.it, ad@riccionemodaitalia.it Tel: 051 6099490 / 349 7165500 Fax: 051 352806 / 051 7450407

- Contatta Federmoda, organizzatrice dell’evento: Segreteria CNA Federmoda CNA Regionale Emilia Romagna, V.le Aldo Moro, 22 - 40127 Bologna Tel. 051/6099490 - Fax: 051/7450407

E-mail: federmoda@er.cna.it, Franceschini@er.cna.it, borsi@er.cna.it, federmoda@cna.it CNA FEDERMODA Via G. A. Guattani, 13 - 00161 Roma Tel. 06/441881 - Fax 06/44249513

Lettera tipo generale, da inviare possibilmente personalizzata:

Salve, con la presente voglio porre la Vostra attenzione sull’argomento della pellicceria, in particolare la sponsorizzazione dell’evento Riccione Moda Italia da parte di Associazione Italiana Pelliccerie. Come saprete ogni anno sono 50 milioni gli animali che vengono allevati in condizioni orribili, uccisi atrocemente o perfino scuoiati vivi per produrre pelli destinate al mercato della pellicceria. Tra questi animali i più diffusi sono sicuramente volpi, visoni, cincillà e conigli, ma anche coyote, martore, linci, cani e gatti sono vittime di una moda che li vede solamente come oggetti. In realtà questi animali hanno una loro sensibilità, provano dolore e paura. Considerarli come fossero oggetti, farli soffrire e scuoiarli per utilizzarne le pelli ci sembra un gesto di crudele insensibilità. Ritengo soprattutto diseducativo incentivare l’uso di pellicce nei giovani che studiano nelle scuole di moda. Di fatto questo è ciò che accade promuovendo la sezione “pellicceria” di un così importante evento come Riccione Moda Italia. Vi chiedo di prendere le difese dei milioni di animali scuoiati dall’industria della pelliccia e di rivedere quindi l’impronta etica di questo evento facendo togliere la sezione “Pellicceria”, cessando di promuovere tra i giovani una cultura basata sulla crudeltà verso gli animali. Distinti saluti, [Nome e Cognome]

Iscriviti al gruppo facebook di “CAMPAGNA AIP” [Unofficial]

Maggio 18th, 2009

Si aggrava la situazione umanitaria nel Darfur dopo l espulsione delle 13 ONG straniere

I nuovi dati sulle condizioni sanitarie degli sfollati mettono in luce la crisi del sistema assistenziale dopo l’espulsione di 13 ONG straniere e di tre organizzazioni locali.

18.05.2009 - Mauro Annarumma per Meltin’Pot (Univ. Roma Tre)

Il 12 maggio scorso all’Università di Sassari, insieme alla testimonianza del rappresentante dei rifugiati del Darfur in Italia Suliman Ahmed, Italians for Darfur ha presentato agli studenti i più recenti dati delle agenzie delle Nazioni Unite, OCHA (Office for the Coordination of Humanitarian Affairs), WFP (World Food Programme) e WHO (World Health Organization), e delle maggiori ONG internazionali, come la statunitense USAID l’agenzia governativa per lo sviluppo internazionale, sulla crisi del Darfur, dai quali si evince l’aggravarsi della già drammatica situazione umanitaria nella immensa regione del Sudan. Se, infatti, John Holmes, coordinatore degli aiuti umanitari delle Nazioni Unite, riconosceva il 7 maggio scorso che i combattimenti in Darfur stanno diminuendo, allo stesso tempo denunciava il disfacimento del complesso sistema di aiuti umanitari nella regione, che garantiva, fino al 2008, assistenza a oltre tre milioni di persone ogni mese. Attualmente, dopo l’espulsione di 13 ONG straniere e il blocco di altre tre ONG sudanesi nel marzo scorso, circa un milione di persone rischia la sopravvivenza con l’approssimarsi della stagione delle piogge per il venire meno della loro costante presenza.

In tutto il Darfur si registrano gravi carenze nella distribuzione dell’acqua potabile e del cibo, nell’assistenza sanitaria e nella sicurezza dei campi profughi. In particolare, a subire le peggiori conseguenze ancora una volta sono donne e bambini: il capillare servizio di supporto ostetrico per giovani madri e lattanti, infatti, è andato completamente distrutto e oltre 300.000 bambini sono a rischio sopravvivenza per carenza di cibo, secondo quanto denuncia il World Food Programme. Si stima, inoltre, che circa 600.000 persone non possano più ricevere assistenza medica, proprio in un momento critico, in cui si accendono numerosi focolai di meningite e il rischio colera, con l’arrivo della stagione delle piogge da maggio a ottobre, diventa più alto. L’USAID ha registrato sino a fine aprile 182 casi di meningite nel Sud Darfur; sarebbero invece 13 nell’area di Jebel Marra (West Darfur) e 6 nel Nord Darfur i casi secondo la World Health Organization.

La situazione è resa ancora più drammatica dallo spostamento in massa dei civili in fuga dalla violenza che non si arresta: solo nel 2008, riportano i dossier dell’OCHA, si sono avuti oltre 300.000 profughi. Gli scontri di fine marzo hanno causato la fuga di 42.000 persone dal Sud al Nord Darfur, e numerosi sono anche gli spostamenti dal Nord alle altre regioni limitrofe, dopo i recenti bombardamenti di alcuni villaggi dell’area due settimane fa.

Se non si ricostituirà al più presto il complesso sistema di aiuti precedente al provvedimento del governo sudanese del marzo scorso, denuncia John Holmes, ovvero se le ONG espulse non saranno autorizzate a rientrare o non verranno sostituite da organizzazioni di pari capacità, le condizioni sanitarie ed alimentari andranno peggiorando drasticamente a partire dalle prossime settimane.

http://www.italianblogsfodarfur.it
Aprile 18th, 2009

Facebook forse non più accessibile in Sudan, ma la censura questa volta arriva da lontano

Omar, gestore di un noto locale che anima la vita notturna della capitale sudanese, mi spiega perchè il dibattito tra gli internauti sudanesi sul futuro di Facebook si sia fatto tanto acceso nelle ultime settimane. Per denunciare quanto potrebbe accadere presto si sono mobilitati anche numerosi bloggers sudanesi, come AnwarKing.
Il principale social network mondiale, infatti, ha proposto una Dichiarazione dei Diritti e delle Responsabilità che, qualora approvato in via definitiva, negherebbe l’utilizzo del servizio ai Paesi sotto embargo degli Stati Uniti (punto 4.3), tra cui, appunto, il Sudan.

“Hi Mauro,
we in Sudan are now facing two dilemmas, one being:

-The post link service in Facebook site has been blocked by Sudanese National Telecommunication Corporation. that was the first step.
We guess that the second step is to block Facebook site by National Telecommunication Corporation .
Why because there was some political groups against the government . -
and the other:

- Facebook Site Governance: You are bound by the laws of the country that you live in. You may also need to comply with the laws of other jurisdictions, including the laws of the United States (because our headquarters are based in the U.S.).

How are sections like 4.3 (embargoed countries) consistent with the “One World” principle in the proposed Facebook Principles?
As we state in the Principles, our principles are constrained by limitations of applicable law. -

I have addressed the facebook administrators to emphasize that by applying this facebook embargo on countries like Sudan you will be helping the dictatorial government of Sudan who also is working hard to sensor and control the use of facebook as it becomes the new opposition channel for Sudanese living abroad to communicate with the people of Sudan to try and organize opposition movement against the government. By doing so you will be participating to the death of such opposition.”
Mauro Annarumma
Aprile 11th, 2009

Afghanistan: stupro della moglie legale per gli sciiti

La minoranza sciita ottiene da Karzai il rispetto delle regole tradizionali: sarà legale la violenza sulle mogli che non acconsentono al rapporto sessuale.

di Mauro Annarumma per Meltin’Pot (Univ. ROMATRE)

Circola un detto tra gli occidentali in Afghanistan secondo cui, nel paese, l’affettività si esprima tra uomini, mentre alle donne spetti esclusivamente una funzione riproduttiva: “si fa l’amore con gli uomini e i figli con le donne”. Per quanto l’omosessualità sia vietata dal codice penale afghano, le relazioni e i rapporti sessuali tra maschi non sono una rarità in Afghanistan. E’ più facile per un ragazzo afghano provare forti sentimenti di affinità e amicizia verso altri uomini, con i quali si trascorre quasi tutta la giornata, piuttosto che con la moglie, spesso “comprata” dalla famiglia all’età di 14 anni in cambio di una dote. E’ la disponibilità economica dell’uomo, infatti, a stabilire quale ragazza egli possa sposare, e poiché il marito si fa carico del sostentamento di tutta la famiglia della ragazza, quelle più povere rischiano il disonore della solitudine. Nelle famiglie tradizionali afghane, la donna è un fantasma, un essere atto alla riproduzione e alla cura della casa. I figli, sin da piccoli, seguono il padre nelle sue attività lavorative e sociali, per cui anche il ruolo di madre viene ad essere limitato nel tempo e nello spazio,

La condizione della donna è più grave nelle comunità sciite del paese, tra il 10 e il 20% della popolazione, per le quali la Costituzione afghana del 2004 prevede che esse abbiano un proprio codice di famiglia, nel rispetto della legislazione tradizionale. In quest’ottica, il Presidente Hamid Karzai ha da poco firmato, secondo quanto denunciato dalla stampa inglese nel corso del summit internazionale all’Aja, delle “Istruzioni governative” destinate ai giudici locali. In sostanza, una norma che vieta alle mogli di famiglie sciite di rifiutarsi di avere rapporti sessuali, e di uscire di casa o andare a lavorare senza il permesso del marito, e che sancisce che la custodia dei figli è un diritto esclusivo del padre. Il provvedimento sembra sia mirato ad ottenere, da parte del Presidente afghano, il consenso delle comunità sciite in vista delle elezioni presidenziali di agosto, ma la scelta sembra essere comunque di dubbia efficacia considerato l’astio che separa gli sciiti dai sunniti, la maggioranza del paese che elesse Karzai, sostenuto dalle democrazie occidentali, alle scorse presidenziali. Ora Karzai sembra stia tentando di riconfermare la sua carica alla guida del paese, con forti aperture ai tradizionalisti e con toni riconciliatori verso i talebani moderati, in linea con la nuova strategia Nato in Afghanistan.

Marzo 30th, 2009

Moriva 29 anni fa Oscar Romero, il vescovo dei poveri dell’El Salvador

Nel giorno della commemorazione del suo assassinio si accendono le speranze per una svolta politica del Paese dopo le elezioni che hanno visto la sconfitta, per la prima volta in vent’anni, della destra.

Ricorre il 24 marzo di quest’anno il 29° anno dalla morte dell’arcivescovo salvadoregno, monsignor Oscar Arnulfo Romero, ucciso da ignoti sicari della destra al governo.  Con lui morivano anche le rivendicazioni del popolo, stretto nella morsa di due ideologie che si confrontavano con le armi, da una parte un governo militarizzato di destra, dall’altra la guerriglia di sinistra, e si apriva una lunga stagione di morte: dal 1980 al 1992 perirono circa 70.000 persone, tra cui anche sindacalisti, politici, sacerdoti, suore, semplici contadini che chiedevano una maggiore tutela dei loro basilari diritti.

Era il 1980 quando si celebrava la messa nella cappella di un ospedale per malati terminali, e durante l’offertorio il vescovo Mons. Romero cadeva al suolo colpito mortalmente da colpi di arma da fuoco. Un’esecuzione capitale, legata alle denuncie che si levavano ogni domenica dall’altare della cattedrale di San Salvador, omelie che, trasmesse anche via radio in tutto il mondo, ricordavano ogni settimana soprusi e ingiustizie a danno del popolo, “il popolo povero, che oggi è il Corpo di Cristo nella storia “, accanto al quale Mons. Romero aveva deciso di schierarsi. Il giorno prima aveva esortato i soldati salvadoregni a non obbedire a ordini immorali che volevano imporre la repressione della popolazione, un vero e proprio testamento consacrato alla storia.

L’omicidio fu commissionato da Roberto d’Aubuisson, il capo dell’estrema destra fondatore degli ’squadroni della morte’ e del partito ‘Arena’ al governo fino a pochi giorni fa, quando le elezioni governative sono state vinte dal Frente Farabundo Martì de Liberaciòn Nacional, dopo 20 anni di incontrastato dominio dell’oligarchia di destra. Il nuovo Presidente, Maurizio Funes, il primo candidato del FMLN a non avere un passato da guerrigliero, ha voluto ricordare nel giorno del suo insediamento l’opera di Mons. Romero, promettendo di seguirne il percorso da lui intrapreso. Tra le tante emergenze del piccolo e povero paese del Centramerica, anche la questione giustizia: dal 1993 è in atto, infatti, l’amnistia per i militari accusati di crimini e violazioni dei diritti umani durante la guerra civile, gli stessi che ancora oggi costituiscono l’elite dell’El Salvador.

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