Ottobre 5th, 2011

In un mese, 100 esecuzioni capitali in Iran. A settembre il regime fa fare gli straordinari al boia.

(source: Mpnews)

Non è possibile stilare un rapporto completo e ufficiale delle esecuzioni capitali in Iran, in quanto gli osservatori delle organizzazioni per i diritti umani e delle agenzie governative delle Nazioni Unite non sono ammessi ai tribunali del Paese, pertanto i dati sono quelli ricavati, volta per volta, dai quotidiani iraniani e dal network di iraniani nel mondo, che attraverso i nuovi media rilanciano le notizie dal Paese natale.

Solo nell’ultimo mese, le condanne a morte eseguite sono state sessantadue, 33 delle quali nella sola giornata del 18 settembre scorso, nelle prigioni di Evin e Gohardasht.

Almeno secondo i dati ufficiali, riportati dalle agenzie di stampa controllate dal governo di Ahmadinejad. Ma secondo il fronte dissidente interno al Paese, altre 38 esecuzioni sarebbero state eseguite all’ombra delle telecamere, portando il triste conteggio oltre i cento civili uccisi dalla mano impietosa dello Stato.

Omossessuali e dissidenti non vengono risparmiati. Nemmeno i giovanissimi, come il diciassettenne Alireza Molalhsan, impiccato in una strada di Karaja, un diciannovenne e  un altro ragazzo di 20 anni, minorenni al tempo del reato, che sono stati uccisi nelle ultime settimane.

La massima pena, oltre alle pene corporali pubbliche, inflitte cioè a detenuti nelle piazze della città, come sarebbe accaduto a Tabas, nel sud del Paese, nel caso di un ladro colto in flagranza di reato,  continua a rappresentare un importante braccio armato della politica repressiva del governo antidemocratico e teocratico, che annovera tra i suoi crimini la discriminazione delle donne e delle minoranze, etniche e religiose, e soffoca le libertà di stampa e di espressione.

Dopo l’onda verde che anticipò la primavera araba,  sono poche le notizie che riescono a trapelare. Oppositori, giornalisti, studenti dissidenti e donne, attraverso il pretesto della offesa allo Stato e alla religione, nonché della castità (Ifaf Project), sono schiacciati dalla repressione oridinaria del regime.

Solo alcuni giorni fa, il presidente iraniano Ahmadinejad è stato ospite di Omar Hassan Al Bashir, Presidente del Sudan, ricercato internazionale per crimini contro l’umanità. Quale migliore compagnia?

Giugno 8th, 2011

Il Sudan è in fiamme.

Scoppiano le violenze in Sud Sudan, Darfur e Kordofan. A rischio anche la regione del Nilo Blu.

08.06.2011 - Mauro Annarumma per Mpnews


Mentre i cittadini del mondo volgono altrove lo sguardo, peraltro miope, le violenze esplodono nuovamente in Sudan.

Negli ultimi sei mesi, denuncia Human Rights Watch nel suo ultimo rapporto, gli abusi del governo sudanese e delle fazioni ribelli sulla popolazione civile, soprattutto in Darfur, sono aumentati esponenzialmente, di pari passo con l’accrescersi degli sforzi diplomatici a Doha, in Qatar.

Lo stesso accade al confine con il Sud Sudan, ad Abyei, e in Sud Kordofan, denuncia l’associazione italiana Italians for Darfur ONLUS. La regione montuosa del Kordofan è teatro proprio in questi giorni di un preoccupante aumento della tensione e degli scontri tra forze governative e ribelli del Sud Sudan People Liberation Movement, che non si sarebbero ritirati entro i confini del proprio nuovo Stato, come intimato da Khartoum con un ultimatum ormai scaduto.

Dall’inizio del solo conflitto in Darfur, si calcola che le vittime siano almeno 300 mila persone e che due milioni siano state le persone contrette a scappare dalle proprie abitazioni, a causa del grave conflitto scoppiato otto anni fa tra movimenti ribelli e forze governative militari e paramilitari, tra cui i tristemente noti Janjaweed, le milizie a cavallo.

Sul Presidente del Sudan, Omar Hassan el Bashir, pende un mandato di arresto internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità, colpevole, insieme al ministro per gli affari umanitari, Ahmad Harun, e uno dei capi delle feroci milizie filogovernative janjaweed, Ali Khashayb, di aver pianificato un vero e proprio eccidio delle tribù di origine africana del Darfur.

Mentre l’attenzione della comunità internazionale è rivolta al processo di indipendenza, peraltro tumultuoso, del Sud Sudan, aumenta vertiginosamente la violenza nelle altre province del Sudan, ricche di materie prime.

Il prezzo più alto è pagato ancora una volta dai civili in fuga, che si lasciano alle spalle il frutto di anni di lavoro e sacrificio e vanno incontro al buio. Oltre 100 mila persone fuggono dalla città di Abyei che galleggia sull’oro nero, al confine tra Nord e Sud Sudan, mentre dalle zone vicine a El Fasher, Nyala e Jebel Marra, in Darfur, oltre 70 mila civili hanno tentato di salvarsi rifugiandosi nei campi profughi quasi al collasso, negli ultimi sei mesi.

Gli Stati Uniti, i cui militanti per i diritti umani sono da anni i più attivi al mondo tra i promotori della causa del Darfur, nonostante la prudenza di Washington, guardano con preoccupazione, in particolare, alle violenze in Sud Kordofan e nel vicino stato del Nilo Blu, tensioni che potrebbero aprire un nuovo fronte della guerra civile nel Paese.

Khartoum, intanto, dichiara con fermezza di voler riconoscere il nuovo Stato del Sud Sudan, e di voler completare il cammino verso la pace intrapreso in Qatar.

Volontà che si scontrano con interessi nazionali e sovranazionali, ma anche con il perdurare delle attività criminali di molte e diverse milizie armate in tutto il Darfur, le quali, molto spesso, imbracciano le armi per ottenere visibilità e ritagliarsi un ruolo politico e militare, al pari delle storiche Sudan Liberation Movement e Justice and Equality Movement.

Il Sudan brucia.

Maggio 20th, 2011

Sudan/ Appello Italians for Darfur per 3 minori a rischio tortura

“Arrestati, torturati, minacciati”.Appello di Italians for Darfur per la difesa dei diritti dei minori

Roma, 18 mag. (TMNews) - Tre minori, il più piccolo ha solo 14 anni, sono detenuti dal 28 aprile scorso in una prigione del Nord Darfur. Arrestati, torturati, minacciati, per aver partecipato insieme agli adulti a una manifestazione contro alcune nuove modalità di distribuzione delle razioni alimentari nei campi profughi.

Osman Adam Yagoub, anni 17, Abdul Razig Issa Adma Idriss, 14 anni, e Izz Eldin Mohamed Bokra, 16 anni, sono stati prelevati dal National Intelligence and Security Service (Niss) dai campi profughi di Al Salaam e Abu Shouk, insieme ad altri tre adulti. Tutti rischiano nuovamente di essere torturati e segregati, nonostante il governo sudanese abbia siglato il Sudanese Child Act, a tutela dei minori di 18 anni.

Italians for Darfur, che da sempre si batte per il rispetto dei diritti umani in Sudan, lancia un appello affinché i tre minori vengano liberati, o equamente giudicati, e per chiedere che vengano garantiti i diritti alla libertà di espressione. Oltre 20.000 persone hanno già firmato il precedente appello di Italians for Darfur Onlus, contro la pena di morte a carico di altri minori del Darfur, consacrandone il successo con la sospensione della pena.

“Anche questa volta speriamo di recapitare in breve tempo la petizione con il più alto numero di firme alle autorità sudanesi - afferma il vicepresidente di Italians for Darfur, Mauro Annarumma - Ci sono temi, quali quelli della difesa dei minori e dei diritti umani, che non ammettono tentennamenti. Urge una azione immediata, e internet è ora il mezzo più diretto ed efficace per alzare la voce contro chi quei diritti vuole sopprimerli nel silenzio complice dei media tradizionali internazionali”.

Link appello: http://www.italianblogsfordarfur.it/petizione/

Novembre 14th, 2010

La Palestina, terra di vite scippate e sogni da realizzare

“Ho moltissimi sogni, ma posso permettermi di vivere solo la realtà di tutti i giorni”di Mauro Annarumma per MPNEWS

In questi giorni la scena politica internazionale ha i riflettori puntati altrove, lontani dalla Palestina, il lembo di terra conteso da decenni tra Israele, Giordania, Libano e Siria. E in effetti non potrebbe essere altrimenti, giacché la soluzione diplomatica del conflitto israelo-palestinese appare ogni giorno più lontana.

Molto della Palestina ci è stata raccontata dai media, negli anni dell’Intifada e nei più recenti scontri arabo-israeliani documentati da Al Jazeera. Poco, invece, sappiamo della Palestina di tutti i giorni, di quella che vivrebbe uno studente, come Jaffa, studentessa di 27 anni, sposata con tre figli. Le abbiamo posto qualche domanda.

Ciao Jaffa, immagina di presentarti agli studenti italiani che ci leggono.

Mi chiamo Jaffa Yassin, come il villaggio che segue la città di Nablus, ho 27 anni, sono sposata da 7 e ho tre bambini, due figli e una figlia. Ora studio all’ Al Quds Open University alla Facoltà dell’Educazione, dove frequento i corsi di metodi di insegnamento dell’Inglese. L’ho scelto perchè amo questa lingua. Ho partecipato anche a un corso estivo di Ebraico. Mi ci trovo bene, anche se trovo alcune difficoltà nello studio. Jaffa, il mio nome, è il nome di una cittadina palestinese come vi ho detto, ora occupata, e il suo significato è “bella”. Come molti altri ragazzi del mondo ho molti hobbies. Amo leggere: lo scrittore algerino Ahlam è il mio favorito. Amo scrivere, amo navigare in internet e ascoltare Fairuz al mattino, così come fa la maggior parte dei palestinesi, e Abdel-Halim Hafez di sera. Ma mi piacciono anche molte canzoni straniere, soprattutto Enrique Iglesias e Lionel Ritchie.

Dopo tante immagini rubate dalle telecamere di tutto il mondo, ci riesce un po’ difficile immaginare quelle catturate dagli occhi di una studentessa. Com’è la vita di uno studente palestinese?

La vita di uno studente in Palestina non è normale come quella di uno studente all’estero. C’è una grossa differenza tra le due. I Palestinesi, in generale, devono combatte re ogni giorno per le condizioni economiche, politiche, psicologiche e sociali che si vengono a creare. La maggior parte degli studenti lavora per pagarsi gli studi e i piccoli svaghi giovanili. Le studentesse palestinesi sono spesso anche mogli e madri, con responsabilità sia all’università sia in casa. Ovviamente la condizione degli studenti cambia da un ambiente urbano a uno rurale, migliore nel primo caso, soprattutto per le donne.

Com’è la Palestina che vedi oggi dalla finestra della tua stanza?

La Palestina di oggi non è quella dei giorni dell’Intifada. È alla ricerca di prosperità dal commercio e dal turismo, senza curarsi troppo di ciò che accade a Gaza, per esempio. Nel West Bank la gente vive ordinariamente e ha le stesse abitudini di sempre ma non ci sono più gli stessi legami sociali di prima dell’Intifada, ma sono ugualmente buoni. La Palestina sta vivendo un momento di crescita economica, seppure lieve, da quando Israele ha concesso agli “Arabs 48″(cittadini arabi di Israele”, ndr) di accedere a gran parte delle città del West Bank. In particolare, nella città di Nablus, che è il centro del commercio per i palestinesi e per gli “Arabs 48″ Anche il cibo tradizionale è sempre più richiesto e molti ristoranti stanno aprendo nella regione.

L’eredità di tanti anni di Intifada e guerra civile tra le fazioni di Fatah e Hamas sono molte vite spezzate, e gravi lacune nel campo dei diritti umani. In particolare, sono le donne e i bambini a soffrirne di più. Cosa ne pensi?

Attualmente anche le giovani donne palestinesi frequentano corsi e scuole, e in generale si cerca di combattere l’ignoranza, la povertà, di migliorare la situazione politica e lavorativa. L’educazione ora è migliore rispetto a prima grazie alle migliorate condizioni di sicurezza e alle campagne di istruzione.Voi, lettori, sapete però che le ragazze della Palestina sognano più di quanto ottengano, siamo ciò che possiamo vivere.

Qual è il tuo sogno Jaffa?

Viaggiare e lavorare all’estero, ma non perchè io non ami la Palestina, è che sto cercando di vedere altri posti così cerco e mantengo contatti con ragazzi e ragazze stranieri, che conosco personalmente o meno.Viaggiare è un sogno che spero di realizzare, il mio sogno più grande e più bello. Come le altre ragazze palestinesi ho tanti altri sogni, ma posso permettermi di vivere solo la realtà di tutti i giorni.



Agosto 5th, 2010

Dior: tra le proposte per l’inverno 2010-2011, anche gli zoccoli con pelliccia.

Christian Dior svela l’ultima trovata per gli inserti di pelliccia proposti dal mondo della moda: non solo borse, portamonete, stivali, e giacche, nella collezione autunno inverno 2010-2011 arrivano anche gli zoccoli con la bordatura in pelliccia. Per un inverno.. agghiacciante..  [foto nella pagina del gruppo facebook Contro l’Industria delle Pellicce, fonte: http://moda.pourfemme.it/articolo/dior-anteprima-autunno-inverno-2010-11/2917/]

Puoi contattare DIOR servizio clienti per scrivere, in maniera educata, la tua contrarietà all’uso di inserti di pelliccia in accessori e capi di abbigliamento.
Questo l’indirizzo a cui rivolgersi, se siete a conoscenza di altri recapiti, vi prego di comunicarli al gruppo.
Grazie.

DIOR SERVIZIO CLIENTI

20121 Milano (MI) - 12, v. Monte Napoleone
tel: 02 38595959
email: contactdior@dior.com

Esempio di messaggio:

Spett. le DIOR,
Da quando sono venuto a conoscenza delle nuove proposte per l’autunno-inverno 2010-2011, sento la necessità di esprimervi il mio più sentito rammarico e sconcerto per la vostra ennesima proposta di capi contenenti inserti di pelliccia.
Molte altre aziende hanno da tempo rinunciato a proporre simili capi, in quanto la pelliccia è ormai ritenuta essere simbolo di violenza e orrore, sia che essa sia naturale o ecologica, in quanto comunque espressione di un desiderio improprio. Ogni anno, infatti,  milioni di animali vengono uccisi a causa del loro manto naturale, che viene usato dalle industrie della moda per produrre inserti, giacche, e altri accessori, come la vostra proposta di CLOGS con inserto di pelliccia.
Ritengo questa vostra scelta indegna di una casa della moda come la vostra e vi invito pertanto a rinunciare pubblicamente all’uso di inserti di pelliccia nelle vostre collezioni future.
In attesa di una vostra pubblica risposta, farò tutto il possibile perchè amici e conoscenti siano informati dell’uso sconsiderato delle pellicce nelle vostre nuove collezioni.
Cordiali saluti,
NOME COGNOME

Giugno 27th, 2010

Foto reportage dall’Afghanistan

Foto reportage dall’Afghanistan

Malnutrizione, abusi, lavoro minorile relegano l’Afghanistan tra i primi Paesi al mondo per mortalità infantile, ma la speranza per il futuro è proprio nel loro sorriso.

di Mauro Annarumma per Mpnews

E’ un attimo, mentre ci fermiamo, e la strada si riempie di bambini con la mano protesa alla ricerca di bottiglie d’acqua, di gulì (pastiglie), dolci o penne. Il loro vociare è per lo più incomprensibile, tanto è varia la lingua da una parte all’altra dell’Afghanistan. Ma, ovunque, sono loro, i bambini, a correre per primi e a reinventarsi provetti mimi per sostituire alle parole i gesti più esplicativi.
Dietro di loro, quasi sempre già con il velo a nascondere i capelli, ci sono le bambine. Imparano da subito il loro ruolo nella gerarchia patriarcale della famiglia afghana.
Il matrimonio arriva all’improvviso, alla tenera età di 11-12 anni, ma anche prima, insieme al sesso. Un atto di violenza, generalmente, dell’adulto, un atto dovuto per la giovanissima moglie. E’ infatti l’uomo a scegliere la giovane sposa, facendosi carico anche del sostentamento della sua famiglia.
Ecco perchè, nonostante siano permesse più mogli, la poligamia non è diffusa, non per scelta, spesso, ma per ristretezze economiche.

Secondo l’ultimo rapporto dell’Unicef, oltre 600 bambini sotto i cinque anni muoiono nelle terre afghane ogni giorno per polmonite, poliomelite, tetano, tifo, tubercolosi, dissenteria, malattie esantematiche e il 16% non supera nemmeno il primo anno di vita. Non sanno cosa sia il “compleanno”: i bambini non festeggiano il compimento degli anni, forse per la mancanza di orologi e calendari nelle case di fango, forse per il valore relativo dato al tempo che scorre, misurato con il sudore che cade lento sulla fronte, oppure perchè ogni giorno che sopravvivono meriterebbe di per sé una festa.
Nelle province più lontane dai grossi centri urbani si registrano tassi di mortalità infantile tra i più alti al mondo, e il secondo, dopo quello della Sierra Leone, di mortalità delle gestanti.

Decadi di guerra, abusi sessuali, violenze domestiche, assenza di scuole e spazi ricreativi feriscono la mente dei piccoli tanto quella degli adulti. Dati del 2008 disegnano un quadro drammatico: secondo la Health Net Organisation, i bambini dell’Afghanistan sono secondi solo a quelli del Nepal per disturbi mentali, soprattutto nelle regioni sotto il controllo dei Talebani, dove musica, cinema, ballo ed arte erano e sono banditi.

Ma non sono solo le malattie a minacciare la vita dei piccoli afgani: dalle specie di insetti, aracnidi e serpenti velenosi alle mine e agli ordigni inesplosi ma ancora letali, tutto l’Afghanistan è disseminato di trappole mortali per i più deboli. Un terreno florido anche per i mercanti di organi e di schiavi venduti nei paesi arabi.
Il lavoro minorile è ampiamente diffuso, sia per necessità sia per motivi culturali. Nelle aree più povere, dove non è possibile l’attività di compravendita tipica dei bazar, anche improvvisati, che si incrociano invece l’uno dietro l’altro nei centri abitati più grandi, i bambini aiutano il padre nei campi o nella pastorizia, generalmente nomade. Lunghe distese di oppio e grano si stagliano nelle province sul finire dell’inverno, mentre si avvicina la stagione del raccolto. Non è inusuale vedere quindi, lungo i bordi delle strade, pesanti sacchi di grano verde trasportati dai più piccoli.

Le guerre e le malattie che esse trascinano negli anni rubano l’infanzia agli afghani.
Ciononostante, non sono pochi i bambini che ancora hanno il coraggio di sorridere

Giugno 27th, 2010

Afghanistan: la politica della violenza

Uccisioni e propaganda, questa la strategia dei talibans per conquistare la popolazione.

Il vantaggio di essere sul campo è quello di poter raccogliere informazioni e sensazioni che difficilmente si possono leggere nel resoconto scandito da una notizia di stampa.
Riportare su carta la voce di chi racconta è, infatti, un compito arduo.
M. ha fatto ritorno da Babar Khel, villaggio del comprensorio di Maidansha, distretto di Jeghato, provincia di Vardak. Un piccolo villaggio, che ha la fortuna di ospitare una delle poche scuole aperte a tutti nei dintorni della capitale dell’Afghanistan, Kabul.
Delle prime parole in farsi catturo la mestizia di un uomo rassegnato alla violenza endemica in un P
paese in lotta contro se stesso e gli stranieri, tanti: pachistani, ceceni, kagiki schierati su un fronte, forze militari occidentali e afghane sull’altro.
Così, un atto di sangue può divenire facile pretesto per creare disordini. M. mi racconta, con l’aiuto di un giovane interprete, che venerdì 21 un ragazzo della Babar Khel Maktabi, la scuola del villaggio frequentata da piccoli e adulti, è stato prelevato dalla polizia locale mentre si recava all’edificio scolastico ed è stato accompagnato alla stazione locale. A questo punto il racconto si fa incerto: il comandante della polizia del distretto avrebbe consegnato al giovane studente, di circa 20 anni, 2000 rupie, circa 30 dollari, e lo avrebbe rimesso in libertà. Nella strada del ritorno, il giovane sarebbe stato nuovamente aggredito e ucciso a coltellate da altri agenti della polizia afghana. La voce si è diffusa immediatamente tra la popolazione, qualsiasi fosse la sua veridicità, scatenando le dure proteste di tutto il villaggio. I manifestanti scandiscono da tre giorni slogan feroci contro il Presidente Kharzai, chiedendo che risponda della morte del ragazzo ucciso, secondo gli abitanti, da funzionari del suo governo.
E’ chiaro che la difficile realtà dell’Afghanistan non permette una chiara opinione su quanto possa essere accaduto. Nonostante gli sforzi della comunità internazionale, la corruzione e l’assenza di una rete efficace di comunicazione e controllo delle periferie, non sembrano permettere al governo eletto di gestire le forze centrifughe del Paese. Così, anche gli strumenti di controllo e di riferimento delle istituzioni vengono usate per confondere e innescare ondate di odio e sfiducia verso il governo centrale.
Da decenni la politica del terrore vince sulla libera espressione democratica, che in qualche modo si cerca di far fiorire. Intimidazioni, uccisioni, pubbliche esecuzioni, lapidazioni e punizioni corporali di studentesse e donne, spesso sfregiate con l’acido mentre si recano a scuola ove sia loro consentito, asservono la popolazione povera ed analfabeta del Paese alle squadre di terroristi e narcotrafficanti per lo più giunti dal Pachistan, dopo la lotta fratricida per la spartizione del potere tra i mujahiddin del popolo.
Finché non si costruiranno più scuole e ospedali, la sfida del terrore difficilmente potrà essere vinta.

Giugno 27th, 2010

La Dichiarazione di N’Djamena: stop ai bambini soldato.

In Sudan, come in altre parti del mondo, migliaia di bambini sono costretti a un presente di guerra e ad un futuro ai margini della società.

di Mauro Annarumma per Mpnews
Sono ancora migliaia, oltre 3500 secondo statistiche delle Nazioni Unite e dell’Unicef, i bambini soldato in Sudan. Vengono rapiti dai villaggi, si abusa di loro psicologicamente e sessualmente, vengono addestrati alla guerra. Non c’è più spazio per i sogni ed il gioco nel cuore dei bambini armati di kalashnikov e coltelli del Sudan, come in quelli del Congo e della Birmania, tra i Paesi che soffrono maggiormente la piaga dei bambini soldato.
Nonostante gli sforzi della comunità internazionale, molti bambini, anche se reintegrati nella società e ricondotti alle famiglie, spesso si arruolano nuovamente allettati dal salario delle milizie e dei movimenti armati del Sudan, siano essi pro-governativi o ribelli, con il quale possono essere di sostegno alle famiglie.
Il protocollo firmato a N’Djamena lo scorso 11 giugno, in Ciad, al termine di una conferenza programmatica promossa dall’Unicef e alla presenza del rapper ed ex bambino soldato sudanese Emmanuel Jal, è un importante passo in avanti nella lotta agli abusi sui minori, e impegna i Paesi firmatari alla smobilitazione dei bambini soldato dalle proprie forze armate. Sono sei le delegazioni che hanno sottoscritto la Dichiarazione di N’Djamena: Ciad, Repubblica centro-africana, Sudan, Nigeria, Niger e Camerun.
Se l’impegno verrà tradotto in azioni, tali Paesi si allineeranno agli standard internazionali per la difesa dei minori, come i protocolli della Convenzione Internazionale per i Diritti dei Bambini, mirati alla difesa dei minori dalla guerra e dalla prostituzione, e i Paris Commitments and Paris Principles, linee guida per l’assistenza dei bambini che già appartengono a gruppi armati.
In Sudan non esiste la certezza di una sistematica adozione dei minori nelle fila dell’esercito regolare, ma ancora numerosi sono quelli che vi continuano a crescere. Il bacino più ampio a cui affluisce la maggior parte delle vittime della guerra rimane tuttavia il variegato mondo delle milizie armate, numerose in Sudan.
Molte attenzioni sono state poste, in particolare, verso il Sudan People Liberation Army, il quale, nonostante la firma degli accordi più recenti promossi dall’ONU, continuano ad avere bambini soldato tra le fila di combattenti.
Anche in Darfur, soprattutto nel West Darfur, dove l’attività dei movimenti armati è ancora forte, come quella del Justice and Equality Movement, del Sudan Liberation Army-Unity e SLA-Minni Minnawi, ed di altri gruppi minori, si registrano numerosi casi di arruolamento di giovani combattenti, nonostante alcuni programmi di collaborazione tra gli stessi movimenti e l’ente per l’infanzia delle Nazioni Unite, a partire dal luglio 2009.
Sempre in Darfur, è stato istituito un ente preposto, il Government of National Unity for the North Sudan Disarmament, Demobilization and Reintegration Commission, deputato al coordinamento del disarmo e del reinserimento nella società di questi bambini, molto spesso vittime di abusi sessuali.
Pochi mesi fa, Italians for Darfur, l’associazione italiana per i diritti umani in Sudan, aveva promosso un appello per chiedere la sospensione definitiva delle condanna a morte di sei bambini di etnia Fur accusati di far parte del Justice and Equality Movement, uno dei movimenti ribelli più importanti del Darfur e chiedeva di fare chiarezza sulle responsabilità del loro arruolamento in questo movimento. Un appello, il cui esito positivo, ottenuto grazie a una grande ed immediata partecipazione popolare, testimonia la sensibilità e le energie che i temi sull’infanzia sono ancora capaci di catturare. Energie che speriamo mettano presto fine a questa piaga immane, in Sudan come nel resto del mondo.

Aprile 8th, 2010

Darfur Union: appello per la dignità delle donne del Darfur

Ricevo dalla Darfur Union, con sede in Olanda, un documento agghiacciante. Il Presidente sudanese Hassan Al-Bashir, avrebbe pronunciato, secondo quanto riportato dal principale oppositore politico Hassan Al-Turabi, nella sua ultima conferenza a Khartoum, la seguente frase, a proposito della piaga immane degli stupri in Darfur: “Se le donne dell’Ovest fanno sesso con un Jali [uomo del gruppo etnico di Bashir, ndr], questo non va considerato come uno stupro ma come un onore per lei”.
ني هذة الغرباويه دي اذا واحدا جعلي كدا ركبها دا شرف او اغتصاب

Immediata l’indignazione di tutta la comunità darfuriana nel mondo che Italians for Darfur rilancia anche in Italia.
“The dictatorship-Al-Basher, president of Sudan, has said that ‘’If western woman( means Drfurian Female) got sex with one Jali (male from Al-Basher ethnic group) this will not be rape but its honor for for her.”
This story has been told by Al- Turabi at his recent conference in Khartoum two weeks ago. Whoever, you could imagine the reaction of millions of sudanese people against a such un respected statement. That is why we are in Darfur Union as a civil society in the Netherlands addressing this issue to the friends of Darfur worldwide.”

Aprile 8th, 2010

Rassegna stampa: 65 milioni di animali uccisi nel 2009 solo per la loro pelliccia

Solo l’anno scorso ben 65 milioni di animali sono stati uccisi in tutto il mondo soltanto per la loro pelliccia. Addobbi, bordature, polsini si moltiplicano nonostante le denunce e le campagne internazionali: il materiale principe delle collezioni autunno-inverno 2010/2011 sarà proprio la pelliccia. Nella foto, sulla pagina del gruppo facebook “Contro l’industria della pelliccia“, un esempio di borse in pelliccia di Louis Vuitton per la nuova stagione. Un altra cattiva notizia: Il CITES, organismo dell’ONU, non ha approvato la proposta statunitense di mettere al bando le pellicce di orso bianco, specie a rischio estinzione. Canada, Norvegia e Groenlandia, dove vivono gli inuit, sostengono che la caccia all’orso bianco sia fondamentale per la sopravvivenza della loro popolazione.

Da www.prontoconsumatore.it : È entrato in vigore il 1° aprile il Decreto Legislativo 15 marzo 2010, n.47 in materia di “Disciplina sanzionatoria per la violazione delle disposizioni di cui al regolamento (CE) n. 1523/2007, che vieta la commercializzazione, l’importazione nella Comunità e l’esportazione fuori della Comunità di pellicce di cane e di gatto e di prodotti che le contengono”. In Italia già dal 2004 era vietato utilizzare cani e gatti per la produzione o il confezionamento di pelli, pellicce, capi di abbigliamento e articoli di pelletteria costituiti od ottenuti dalle pelli o dalle pellicce di questi animali ed era vietato commercializzarle o anche solo introdurle nel territorio nazionale, ma adesso il Governo ha previsto una sanzione penale anche per l’esportazione. Chi, privato cittadino o azienda, dovesse essere coinvolto in tali attività sarà infatti punito con l’arresto da tre mesi ad un anno o con l’ammenda da 5.000 a 100.000 €, oltre alla confisca e alla distruzione del materiale a proprie spese.

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