Febbraio 15th, 2010

Libertà d’espressione. Il Marocco, nemico d’Internet ?

di M.A. per Mpnews

La recente condanna di “cyber-dissidenti” a Taghjijt ha allarmato la blogosfera internazionale e marocchina. Questo nuovo passo falso da parte delle autorità locali, visibilmente travolti dal fenomeno dei “blog”, potrebbe disegnare un nuovo trend.

Il 1 ° dicembre, a Taghjijt, un gruppo di studenti presenta alle autorità locali un insieme di rivendicazioni tra cui la richiesta di un bonus viaggio per Agadir e la creazione di una biblioteca.. Il sit-in degenera in rissa e tre studenti sono immediatamente arrestati. Hazzam Bashir, un laureato in educazione islamica di 27 anni, il 4 dicembre pubblica sul suo blog un comunicato degli studenti. Pochi giorni dopo viene arrestato a sua volta e indagato insieme con i manifestanti. Abdellah Boukfou (26 anni), il gestore del cybercafé utilizzato da Hazzam, è anche lui arrestato. Egli non ha pubblicato nulla personalmente. I computer nel cyber e le chiavi USB sono sequestrate dalla polizia, che vi troverà pubblicazioni di Hazzam (membro di Al-Adl wal Ihsan), di studenti, ma anche di un’organizzazione Amazigh….(Berberi abitanti autoctoni del Nord Africa). Il processo contiene molte contraddizioni, soprattutto per quanto riguarda i capi di accusa. Il verbale di interrogatorio di Hazzam, per esempio, la prima volta parla di “diffusione di notizie false dannose per l’immagine del regno in materia di diritti umani”! Poi in una successiva trascrizione Hazzam viene accusato di “diffondere false informazioni atte a sconvolgere l’ordine pubblico”. Questa frase sarà grossolanamente cancellata, come dimostrato da una copia pubblicata su Internet da blogger. Alla fine,le cinque persone sono accusate, senza distinzione alcuna, di “adunanza sediziosa”, ” offese a pubblici ufficiali”, ” danneggiamento di beni pubblici” e anche “incitamento all’odio razziale” (allusione quest’ultima ad alcuni appartenenti alle associazioni culturali Amazigh). Dal 15 dicembre, gli studenti sono stati condannati a 6 mesi di prigione, Hazzam a 4 mesi, mentre il gestore del cyber, Abdellah Boukfou a 1 anno, giacché le autorità ritenevano che egli fungesse da intermediario tra i manifestanti e i blogger. In ogni caso, dopo gli eventi di Taghjijt, i blogger marocchini hanno paura, e ricorrono sempre più spesso all’auto-censura. Il Marocco è ancora lontano dal far parte della lista dei “nemici di Internet”, istituito dalla RSF (come la Tunisia e l’Egitto)…. “Come può lo Stato, dice Lucie Morillon, responsabile Internet presso l’ONG, lanciare un ambizioso piano per migliorare l’accesso a Internet e mettere qualcuno in prigione perché ha pubblicato una informazione”?
L’organizzazione Committee to Protect Journalists ha stilato una classifica dei dieci paesi più pericolosi per i blogger: Birmania, Iran, Siria, Arabia Saudita, Tunisia, Egitto, Cina, Vietnam, Cuba, Turkmenistan. In questi paesi i diritti umani e le libertà civili sono spesso ignorati; attraverso censura, filtraggio, restrizione dell’accesso online e recupero di informazioni personali,i diversi governi tentano di limitare la libertà di espressione online fino a sanzionare con pene detentive presunte violazioni della sicurezza nazionale o azioni ritenute non gradite ai regimi. Anche nelle realtà più democratiche dell’occidente affiorano le prime difficoltà. “Noi non consideriamo la questione della libertà su Internet solo come una questione di libertà di espressione, ma investe la visione stessa del mondo in cui vogliamo vivere“, ha detto il consigliere del segretario di Stato per l’Innovazione, Alec Ross, che a Washington è intervenuto ad un seminario organizzato dal New America Foundation e da Slate, vicenda che contrappone Google alla Cina, sulla censura in rete. In Francia per Internet tira una brutta aria. “Internet e’ pericolosa per la democrazia dice il deputato dell’Ump Jean-Francois Cope’. La “trasparenza assoluta” è come l’ ”inizio del totalitarismo”, gli fa eco il consigliere del presidente della Repubblica Henri Guaino : “l’accusa contro Internet non e’ che il sintomo di qualcosa di più profondo: la paura primitiva di un media che rivela ciò che si vorrebbe tacere”, scrive Le Monde

Febbraio 15th, 2010

Che cosa è successo in Cile? Il popolo cileno sceglie a destra e vota Sebastiano Pinera alle presidenziali.

M.A. per MPnews

Sebastián Piñera , leader del partito Renovación Nacional e capo della Coalición por el Cambio , è il nuovo Presidente del Cile, eletto al ballottaggio del 17 gennaio 2010. Sebastián Piñera ha raggiunto il 51,6% dei voti vincendo con una percentuale pari al 3,23% di voti in più sul rivale Eduardo Frei (48,38).
Il Presidente della svolta a Destra cilena è Miguel Juan Sebastián Piñera Echenique, che interrompe la tradizione degli ultimi vent’anni, che hanno visto tutti presidenti cileni di sinistra.
Nulla da fare invece per Eduardo Frei , esponente della coalizione di centro sinistra che finora ha guidato la “Concertación de partidos por la democrazia”. La Coalicion por el cambio non è riuscita però ad ottenere la maggioranza, né alla Camera né al Senato. se non con un instabile sistema di alleanze esterne.
La notte scorsa in TV Piñera si è rivolto ai Cileni con un tono conciliante, promettendo un governo di unità nazionale. Ha promesso una maggiore istruzione, una migliore salute e un milione di posti di lavoro. Ha ribadito l’attenzione nel suo discorso al crimine e al traffico di droga e … maggiore preoccupazione per i disabili. Come fara? Resta da vedere. anche se appare già difficile che possa muovere il primo passo: una memoria storica che renda giustizia alle migliaia di desaparecidos. Difficile, visto che nelle ultime settimane Piñera ha addirittura ipotizzato la possibilità di utilizzare nel suo governo ministri che abbiamo lavorato con Pinochet durante la dittatura militare.
Carovane di veicoli passavano gridando in un megafono, “¡Allende se siente!, Piñera Presidente”. un odore di fascismo che ricorda le prime parole pronunciate in televisione dagli uomini di Piñera nel settembre del 1973 dopo il colpo di stato di Pinochet: “Non Ci saranno vincitori né vinti”. E un paio di giorni dopo cominciarono a scomparire e / o essere uccisi oltre 3.000 cileni, mentre altri 30.000 sono stati alla tortura nei campi. . Quel giorno, l’11 settembre 1973, rimane la linea che divide in due il Cile: nonostante siano acclarati i crimini della destra cilena, la stessa destra non ha mai voluto staccarsi da Pinochet, sostenendo la sua importanza nella battaglia contro il comunismo. Dall’altra parte i familiari dei desaparecidos, e la sinistra democratica che non vuole dimenticare.
Si aprono adesso interessanti scenari in tutto il Sud America: la vittoria di un miliardario, proprietario di mezzi di comunicazione, e massimo esponente della Destra cilena, si contrappone ai grandi presidenti di sinistra che sono ancora la maggioranza in tutte le ex-colonie spagnole: da Hugo Chávez (Venezuela) ad Evo Morales (Bolivia), passando per RaffaelCorrea (Ecuador), Cristina Kirchner (Argentina), Fernando Lugo (Paraguay), Tabaré Vázquez (Uruguay), Alan García Pérez (Perù), e senza dimenticare il presidente brasiliano Lula. Unica eccezione, prima di Piñera, il presidente colombiano Álvaro Uribe,. Insomma, quella di Piñera è una bella scommessa del popolo cileno che l’ha eletto. E gli effetti della sua politica potrebbero avere diverse ripercussioni sui vicini “rossi” del Cile.

Febbraio 2nd, 2010

Il 14 febbraio inizia l’anno della tigre. Senza quasi più tigri…

Spopolano gadget e tshirts sulle tigri, ma dell’esotico animale, nella natura, non rimane quasi po più traccia. Aumentano invece in zoo e allevamenti: nel mondo se ne contano 9.000 esemplari, 5.000 solo in Cina.
La scomparsa della tigre selvatica, oltre che effetto della deforestazione selvaggia, è infatti causata dal bracconaggio. Ossa e organi del felino, nonostante i divieti, sono usati nella farmacologia tradizionale cinese, o per estrarre balsami e unguenti in tutto l’Oriente. Per questo, esaurite le risorse naturali, è nata l’industria dell’allevamento clandestino, che contrabbanda anche le pellicce, specie in Medio Oriente.

Gennaio 21st, 2010

Se fossimo indigeni vivremmo 20 anni di meno: il nuovo rapporto delle Nazioni Unite fa luce sugli uomini che abbiamo cacciato nell’ombra

Sono 370 milioni gli indigeni nel mondo, distribuiti in circa 90 Paesi. Piccole comunità, allontanate spesso ai margini delle moderne società dal progresso che li fagocita e li rigurgita, incurante di tradizioni e culture diverse che non stanno al passo con i suoi tempi.
Il 5% degli uomini della terra, tanti sono gli indigeni nella torta della popolazione mondiale. Vivono in maggioranza in condizioni di estrema povertà, in zone rurali, anfratti boschivi, terre estreme che non rispettano i canoni ambientali per le città moderne. Una piccola percentuale, gli indigeni, ma più di un terzo dei 900 milioni di persone che lottano quotidianamente contro la fame.
Sono vittime di malattie già debellate da decenni nei Paesi che spesso ne hanno fatto cittadini a loro insaputa, di malnutrizione e povertà, una lotta impari che porta via loro fino a 20 anni di vita. A tanto è stata valutata infatti, dalle Nazioni Unite, la differenza di vita media tra gli indigeni e i non indigeni in Australia e Nepal. Va meglio in Canada, dove le comunità indigene hanno una aspettativa di vita inferiore di 17 anni rispetto ai non indigeni, in Guatemala, 13 anni, e Nuova Zelanda, 11 anni.
Il nuovo rapporto delle Nazioni Unite è stao presentato giovedì 14 gennaio a Rio de Janeiro, New York e molte altre capitali del mondo.
Proprio in Brasile, tra i Paesi che ancora nasconde forse piccole comunità di indigeni di cui non conosciamo l’esistenza, si è voluto porre l’accento sulla necessità di un impegno maggiore a livello locale e internazionale per il riconoscimento dei diritti economici, sociali e culturali degli indigeni. La maggior parte delle comunià indigene sono, infatti, ancora escluse dalla vita politica ed economica dei Paesi di cui si sono trovati a far parte per vicissitudini storiche e geopolitiche di cui non sono stati protagonisti: povertà, analfabetismo, condizioni sanitarie gravissime, emarginazione sociale e politica, sfruttamento delle risorse dell’habitat ed espropriazione delle terre , soprusi, violenze,sono solo alcune delle piaghe che vessano questi uomini dimenticati. Talvolta, lo stesso governo nazionale stenta a riconoscere basilari diritti ai nativi.
Era il 1994 quando il mondo iniziò a camminare, idealmente, insieme agli indios del ventre verde del Messico, che hanno il colore della terra e una dignità da difendere. Un cammino che non è mai finito.

Mauro Annarumma per Mpnews.it

Dicembre 27th, 2009

Il Presidente socialista di El Salvador prende le distanze dal socialismo del XXI secolo Il neo-eletto Mauricio Funes non risponde alla chiamata del venezuelano Ugo Chavez che vuole rilanciare le alleanze socialiste internazionali.

di Mauro Annarumma per Mpnews

L’El Salvador non prenderà parte ad una eventuale nuova internazionale socialista, auspicata dal presidente venezuelano Ugo Chavez e tradottasi in un appello ai Paesi sudamericani il 20 Novembre scorso a Caracas, durante un incontro con ben 55 gruppi e partiti di sinistra provenienti da 31 Paesi. Al termine di quest’incontro, la maggioranza dei delegati aveva approvato un documento programmatico, il Caracas Commitment, che fissava ad Aprile prossimo il nuovo appuntamento costituente, come risposta alla “crisi strutturale del capitalismo, economica, ecologica, alimentare, energetica”: una “minaccia mortale per l’umanità e la Terra”, la cui sola alternativa possibile sarebbe il “socialismo del XXI secolo”.

Mauricio Funes, primo presidente socialista del Salvador dopo venti anni di incontrastato dominio dell’oligarchia di destra, ha escluso, infatti, ogni partecipazione del suo Paese ad eventuali alleanze transamericane socialiste, come l’ALBA, la Bolivarian Alliance for the Americas, creata da Venezuela e Cuba nel 2004, alla quale hanno poi aderito anche Ecuador, Nicaragua, Bolivia, Honduras e alcune isole dei Caraibi. La dichiarazione di Funes è seguita a quella del suo partito, il Frente Farabundo Martì de Liberation (FMLN) che, al contrario, aveva fatto sapere di voler partecipare alla costituente di una nuova internazionale socialista.

Amico del presidente brasiliano Luis Inacio Lula da Silva, leader moderato di sinistra, Funes ha poi ribadito l’importanza strategica dell’alleanza con gli Stati Uniti, in considerazione anche degli oltre tre milioni di emigrati salvadoregni negli States, principale sostenitore, tra l’altro, della difficile e sanguinosa lotta alla criminalità delle gang salvadoregne, resesi responsabili di oltre mille morti dall’inizio dell’anno, tra cui quella del giornalista Christian Poveda, il settembre scorso, colpevole di aver voluto raccontare il mondo delle Mara, le bande salvadoregne.

Ma non è solo una scelta geopolitica ad aver determinato una presa di posizione così netta, contro la turbativa venezuelana. L’El salvador, dopo decenni di incontrastato dominio dei latifondisti e delle alte gerarchie militari, non può permettersi di aprire un nuovo fronte di scontro aperto con i gruppi di potere, non solo politico ma anche - soprattutto - economico, che ancora permangono nella società come nel parlamento. Povertà, scarsa scolarizzazione, iniqua distribuzione delle risorse sono tra le emergenze che l’esecutivo deve fronteggiare per rispondere alle aspettative della maggioranza dell’elettorato che proprio in Funes, già giornalista socialista, ha intravisto la svolta democratica per il proprio Paese. Il “cambio seguro”, come veniva assicurato nei manifesti della sua campagna elettorale, necessita, innanzitutto, di stabilità, ha ripetuto recentemente il Presidente ai giornalisti che gli chiedevano della sua presa di posizione, palesemente in contrasto con lo FMLN che lo ha candidato.

Distanze che lo stesso Funes non hai mai nascosto, semmai esaltate anche simbolicamente nel corso della campagna elettorale, quando si faceva riprendere dai fotografi in camicia bianca accanto a quella rossa di Sánchez Cerén, leader del Frente de Liberation.

Dicembre 22nd, 2009

Sudan: aumento della mobilitazione in vista delle elezioni di aprile. Pagan Amum, leader del Sudan People Liberation Movement, e molti altri oppositori sono stati arrestati a Khartoum durante corteo per la democrazia.

Si avvicinano le elezioni presidenziali in Sudan: ad Aprile la popolazione sudanese sarà chiamata a scegliere il nuovo Presidente  per la prima volta dopo 25 anni, sebbene l’unico eleggibile rimanga, allo stato attuale, il presidente in carica, il dittatore Omar Hassan al Bashir.
Secondo fonti governative, al 30 novembre, il 68% della popolazione è stata regolarmente registrata al voto, ma ne è significativa la distribuzione, 11 milioni di votanti negli stati del Nord, solo 2,6 milioni negli stati del Sud.
Le perplessità e le paure sulla effettiva regolarità del voto sono tante, sia nei movimenti di opposizione, sia tra i rappresentanti delle maggiori organizzazioni internazionali.

Paure che trovano riscontro nell’ultima rappresaglia della polizia contro i manifestanti lunedì scorso a Khartoum. Dopo un primo grande corteo dei partiti e dei movimenti di opposizione al regime di Bashir, tenutosi sabato per le strade della capitale, migliaia di persone , giunte in maggioranza dal Sud Sudan  e dal Darfur, si sono riunite nella periferia di Omdurman per richiedere l’implementazione degli accordi di pace del Gennaio 2005 (Comprehensive Peace Agreement) e per una svolta democratica della legislazione nazionale che garantisca la libertà di voto e di espressione, prima del voto presidenziale e del referendum per l’indipendenza del Sud Sudan che dovrebbe seguire a distanza di un anno. Lo SPLM e molti altri partiti di opposizione, che si erano riuniti a Juba lo scorso settembre, minacciano, infatti, di boicottare le elezioni qualora il National Congress Party non applichi le riforme atte a creare le condizioni auspicate.
Per l’occasione, migliaia di poliziotti sono stati schierati intorno ai manifestanti, ai quali, dopo una prima autorizzazione, era stata negata la possibilità di esprimersi pubblicamente nella capitale. I principali leaders presenti sono stati arrestati, tra cui Pagan Amum, Segretario Generale del movimento politico del Sud Sudan, e il suo deputato Yassir Arman, che faceva parte del Governo Unitario come previsto dal CPA.

I media stranieri, tra cui gli inviati di Al-Jazeera, hanno lamentato forti pressioni e la confisca delle registrazioni dell’evento da parte delle autorità sudanesi.
Il corteo è stato poi costretto a sciogliersi per le cariche della polizia che avrebbe usato manganelli e lacrimogeni, secondo quanto riferiscono alcuni testimoni al Sudan Tribune.
La notizia dell’arresto dei numerosi dissidenti ha alimentato nuove manifestazioni in tutto il Sud Sudan, con attacchi agli uffici del NCP. In particolare, a Rumbek, nella regione dei grandi Laghi, oltre 10.000 persone, tra cui tantissimi studenti, hanno sfilato intonando canti contro il regime e in favore di una svolta democratica del Paese.
Non si è fatta attendere la condanna del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti e le reazioni politche in Sudan.
Tutti i partiti di opposizione, l’Umma National Party, il Popular Congress Party (PCP), il Sudanese communist Party (SCP), l’Umma Reform and Renewal Party (URRP), il National Sudanese Alliance e molti altri piccoli gruppi politici, si sono riuniti giovedì nella sede del Sudan Liberation Movement/MM per rilanciare la nuova stagione di preteste finché non verranno attuate le riforme richieste.
Le autorità fanno sapere, intanto, che la polizia è intervenuta in quanto la manifestazione non era stata autorizzata, e i detenuti saranno tutti liberati.

Novembre 27th, 2009

Salta la missione italiana in Darfur: il Sudan nega i visti ai militari italiani

Era stata annunciata dal Ministro italiano della Difesa, l’On. Ignazio La Russa, agli inizi del 2009. Italians for Darfur Onlus chiede ora che i fondi stanziati per la missione non vengano dirottati altrove.

MpNews: Apprendiamo dall’associazione ONLUS per i diritti umani in Darfur, Italians for Darfur, che la missione italiana in Darfur, che prevedeva la consegna di due velivoli da trasporto al contingente di caschi blu dell’UNAMID, la missione di pace ONU - Unione africana, non può più avere luogo: è l’ennesima speranza disattesa, per ottenere la quale erano state spese molteplici energie.

La missione UNAMID, sancita con la risoluzione 1769 del 2007, sarebbe dovuta partire a pieno regime entro il 2008. A tre anni dalla sua approvazione nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, la missione congiunta con i caschi verdi dell’Unione Africana, non ha mai raggiunto il numerico previsto, fermandosi a circa 20 mila unità contro le 26 mila in organico, con gravi carenze logistiche, quali mezzi di trasporto terrestri e soprattutto aerei, indispensabili per un controllo efficace dell’immenso territorio del Darfur. Il contributo italiano sarebbe stato, quindi, di fondamentale importanza.

L’impegno del Governo italiano c’è stato e l’impresa si è arenata non a Roma ma a Khartoum, nell’ufficio “Visti” del governo sudanese. Il Presidente Omar al Bashir ha infatti negato i permessi per il piccolo contingente di militari italiani, che avrebbe dovuto accompagnare i due velivoli in Darfur.
La notizia diffusa dall’associazione è trapelata dalla lettura del resoconto dell’ultima seduta della Commissione Difesa del Senato, dell’11 novembre scorso. Salta quindi la missione italiana in Darfur, per la quale erano stati stanziati 6 milioni di euro, di cui avevamo parlato in anteprima proprio sulle pagine di MPnews,

Il rischio, allo stato attuale, è che anche i fondi destinati in capitolo al finanziamento della missione in Darfur vengano dirottati per altre missioni internazionali, come quella in Afghanistan.
“L’emergenza nella regione e nel Sud Sudan, dove la tensione in vista delle elezioni e del referendum per l’indipendenza è sempre più alta, è ancora pressante e il supporto del nostro Paese rimane fondamentale”- ha riferito alle agenzie la Presidente di Italians for Darfur.

Nonostante una buona opera di addestramento della polizia locale, il contingente internazionale non è riuscito a contenere le azioni di violenza a danno della popolazione civile. Nel suo ultimo rapporto, il Consiglio di Sicurezza ha denunciato nuovamente l’innalzamento dello stato di allerta dei peacekeepers, dopo gli ultimi pesanti scontri, sempre più frequenti, tra etnie e fazioni diverse della popolazione, non solo del Darfur, ma anche del Sud Sudan, che hanno causato la morte di oltre 50 persone.

Proprio nel Sud Sudan si sono riaccesi negli ultimi mesi rivalità e odio tra le etnie della regione, in vista delle elezioni presidenziali dell’aprile 2010 e delle annunciate consultazioni popolari per l’indipendenza del Sud Sudan dal resto del Paese.
Il Segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon ha denunciato inoltre, lunedì scorso, pesanti e continue intimidazioni al contingente UNAMID in Darfur, da parte del governo sudanese, sia sottoforma di lungaggini burocratiche sia di vere e proprie limitazioni al movimento.

Mauro Annarumma

Novembre 25th, 2009

Nepal: il sogno inquieto di una democrazia sfumata

Cresce l’instabilità nel Paese a sei mesi dalle dimissioni del Primo Ministro maoista Prachanda

di Mauro Annarumma per Mpnews (Univ. RomaTre)

Il Nepal è incastonato sul tetto del mondo, come un gioiello tra le grandi potenze asiatiche. A dispetto della sua ricchezza paesaggistica, il Paese soffre però da anni di una profonda crisi politica e istituzionale che esaspera le già drammatiche condizioni della popolazione.
Dopo aver conosciuto la monarchia dinastica di Gyanendra Bir Bikram Shah Dev e dieci anni di guerriglia del Partito armato maoista, nell’ aprile 2006 l’intero Paese era sceso a festeggiare l’accordo di pace per le vie della capitale Kathmandu, in attesa di una promessa stagione delle riforme, che sarebbe dovuta essere sancita da una nuova Costituzione.
Nell’agosto 2008, Pushpa Kamal Dahal, detto Prachanda, leader del partito maoista che a partire dalle campagne, storica roccaforte del movimento, conquista l’intero Paese alle elezioni del 10 aprile 2008, diviene Primo Ministro della coalizione di governo, aprendo alle riforme in senso democratico, tra cui l’abolizione della monarchia e l’adozione di una forma di governo repubblicana. Tuttavia, poco meno di un anno più tardi, Prachanda cede alle tentazioni della dottrina maoista e cerca di imporsi sulla scena politica del rinato Nepal, attaccando il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Rookmangud Katawol. Il maldestro tentativo di destituirlo, a soli quattro mesi dalla pensione, porta immediatamente a una crisi istituzionale che determina la caduta della grande coalizione di governo. Il processo di pace è quindi sospeso, e con esso la possibilità per il Nepal di dotarsi di una nuova Costituzione e per i guerriglieri maoisti di veder condonata la loro militanza armata, che negli anni è costata la morte di circa 16.000 persone, con l’integrazione nelle fila dei regolari.

Da allora i maoisti, nuovamente esclusi dal governo, al capo del quale si insedia il Presidente Ram Baran Yadav, riprendono le ostilità verso le periferie del Paese, imponendo tributi alla popolazione e costringendo gli operai a iscriversi nei sindacati del partito maoista, in modo tale da poter contare e finanziare le attività del partito. Con l’assedio e il coprifuoco imposto alla città di Dhakuta, all’inizio del mese di novembre, i maoisti hanno fatto intendere di voler mettere in gioco anche la tregua armata con l’Esercito regolare, nel tentativo di mettere sotto pressione il governo e rientrare nell’esecutivo.
La settimana scorsa migliaia di persone hanno manifestato contro il governo, per due giorni: da mesi non si assisteva a manifestazioni così imponenti nel centro di Kathmandu.

E’ una situazione di pericolosa instabilità istituzionale, che getta molte ombre sul futuro del piccolo Paese himalayano: la popolazione vive per la quasi totalità coni prodotti della terra, mentre sono due milioni le persone che sono costrette a sopravvivere grazie al sostentamento alimentare del PAM, il Programma Alimentare Mondiale; la speranza di vita non supera i 61 anni e poco meno del 50 % della popolazione è analfabeta, il sistema sanitario pubblico è inesistente.
Al contrario, le spese per le Forze Armate sono cresciute vertiginosamente, con un balzo di 27% in più del budget destinato all’esercito.

Ottobre 27th, 2009

Lagos offre l’amnistia ai ribelli del Delta del Niger, nel tentativo di riportare la stabilità nella regione Dal 4 ottobre circa 15.000 guerriglieri hanno deposto le armi in cambio di soldi e corsi professionali, ma il MEND minaccia nuove rappresaglie contro multinazionali ed esercito.

di Mauro Annarumma per Mpnews

E’ in vigore dal 4 ottobre scorso l’armistizio tra i ribelli del Delta del Niger e il Governo centrale del Presidente in carica Umaru Yar’Adua, alla ricerca della stabilità nella regione, grande solo il 7% del Paese ma in grado di coprire ben il 75% della esportazione nazionale di greggio.

Ad Abuja, il governo ha concesso l’amnistia ai ribelli che hanno consegnato le armi, secondo fonti ufficiali almeno 15.000 unità, molto meno per i portavoce del Mend di Henry Okah, dal 2006 il principale gruppo armato autonomista della regione. Il Mend non ha sottoscritto il trattato di non belligeranza, pur contando al suo interno diverse defezioni, ma aveva garantito 60 giorni di tregua. Allo scadere della tregua, pochi giorni fa, sono ripresi gli scontri e gli attacchi alle compagnie petrolifere straniere che, complice un governo corrotto, sarebbero additate come le uniche sfruttatrici senza scrupolo delle risorse di cui l’area è ricca. Da decenni, infatti, il governo centrale concede la regione allo sfruttamento di compagnie petrolifere straniere, incurante della salvaguardia dei diritti umani e del territorio dei suoi cittadini.

Tra i massimi leader dei movimenti armati che invece hanno consegnato le armi c’è anche Tompolo, a capo della Federazione delle comunità ijaw del Delta del Niger (FNDIC), il gruppo etnico di maggioranza, e Farah Dagogo. Forti le pressioni governative, che hanno promesso corsi tecnici e qualifiche professionali per gli ex guerriglieri e hanno annunciato, lo scorso 19 ottobre, di voler destinare il 10% dei proventi dalla vendita del greggio allo sviluppo dell’area del Delta, tra le più povere e inquinate del continente. Nessun problema politico è stato invece affrontato, tanto da far apparire il trattato una “farsa” agli occhi di molti oppositori. Nonostante il governo abbia riconosciuto la legittimità delle rivendicazioni dei gruppi armati, restano irrisolte le piaghe dello sfruttamento e inquinamento del territorio, così gravi da essere registrate come violazioni dei diritti umani.

In molti hanno già fatto sapere di non riconoscere la legittimità dell’amnistia concessa dal Presidente: circa 232 guerriglieri del Fronte per la Salvezza dei popoli del Delta del Niger e del la Forza dei volontari del Delta del Niger, guidati da Mujahid Dokubo Asari, si sono rivolti alla Corte federale di Abuja, per annullare gli atti che violerebbero gli articoli 36 e 175 della Costituzione nigeriana del 1999.

Il Mend, intanto, fa sapere che non porrà più limiti ai suoi attacchi agli investitori stranieri e alle truppe schierate in loro difesa, un corpo speciale interforze resosi responsabile di diversi massacri ed esecuzioni politiche, finché non verrà garantita l’equa distribuzione dei proventi dalla vendita del petrolio e un piano di sviluppo per l’area, in cui la sopravvivenza è messa quotidianamente a rischio per l’inquinamento e le precarie condizione igienico-sanitarie, nonché per l’estrema povertà, a cui la popolazione locale, circa venti milioni di persone suddivise in 40 etnie diverse, sono costrette dai primi anni novanta.

Quasi tutti i gas liberati dai processi di estrazione del petrolio vengono bruciati in loco, dando luogo al fenomeno del gas flaring, tra le principali cause di gas serra, che si risolvono in pulviscolo cancerogeno disperso e inalato in vaste aree del Delta. Rifiuti, prodotti di scarto della lavorazione del greggio, perdite e furti lungo le linee degli oleodotti, rendono l’area invivibile, contaminando acqua potabile e alimenti, rendendo sterili le campagne da cui i villaggi traevano in origine il proprio sostentamento.

Non si sente parlare spesso di Nigeria in Italia, nonostante la RAI disponga di una propria sede nel Continente, precisamente a Nairobi, in Kenia. Servizi che hanno molte difficoltà a trovare spazio nei nostri telegiornali, nonostante proprio nel Delta del Niger, operi anche l’italiana AGIP attraverso la Nigerian Agip Oil Company (Naoc).

Ottobre 17th, 2009

La danza macabra di Sabrina Brazzo, stella de LA SCALA di Milano, testimonial della Maison di Carlo Ramello

Fonte: gruppo facebook “Contro l’industria della pelliccia
Sabrina Brazzo con pellicce

Apprendiamo da Global Press Italia: “Lo scorso 30 settembre, alla presenza di numerose personalità e clienti, si è svolto nell’ampio salone del Fairmont di Monte-Carlo, il JAP FASHION SHOW dedicato alla nuova collezione di pellicce autunno-inverno 2009-2010 del marchio JAP Fur Couture della Maison appartenente all’italiano Carlo Ramello.[…]Le creazioni di Carlo Ramello hanno affascinato anche l’ETOILE de LA SCALA di Milano, la ballerina Sabrina Brazzo che, con passo leggiadro e naturale eleganza, ha aperto la filata accarezzando l’algida passerella. Un momento di magia, un’apparizione sorprendente, che ha coniugato il garbo e l’innata eleganza d’artista classica con lo stile ed il glamour delle creazioni della Maison Ramello.”

(La foto del “momento di magia” è di  LePodcast Journal )

E’ possibile contattare l’azienda per esprimere, educatamente, il proprio dissenso e chiedere che la linea di pellicce venga sostituita da materiale sintetico:

Carlo Ramello
Via C. Colombo, 34 - Andora (SV) Italy
info@ramellopellicce.it
http://www.ramellopellicce.it/v2/en/contact_us.html

Italian phone line (+39) 018286710
French phone line (+39) 018285950

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