Giugno 27th, 2010

La Dichiarazione di N’Djamena: stop ai bambini soldato.

In Sudan, come in altre parti del mondo, migliaia di bambini sono costretti a un presente di guerra e ad un futuro ai margini della società.

di Mauro Annarumma per Mpnews
Sono ancora migliaia, oltre 3500 secondo statistiche delle Nazioni Unite e dell’Unicef, i bambini soldato in Sudan. Vengono rapiti dai villaggi, si abusa di loro psicologicamente e sessualmente, vengono addestrati alla guerra. Non c’è più spazio per i sogni ed il gioco nel cuore dei bambini armati di kalashnikov e coltelli del Sudan, come in quelli del Congo e della Birmania, tra i Paesi che soffrono maggiormente la piaga dei bambini soldato.
Nonostante gli sforzi della comunità internazionale, molti bambini, anche se reintegrati nella società e ricondotti alle famiglie, spesso si arruolano nuovamente allettati dal salario delle milizie e dei movimenti armati del Sudan, siano essi pro-governativi o ribelli, con il quale possono essere di sostegno alle famiglie.
Il protocollo firmato a N’Djamena lo scorso 11 giugno, in Ciad, al termine di una conferenza programmatica promossa dall’Unicef e alla presenza del rapper ed ex bambino soldato sudanese Emmanuel Jal, è un importante passo in avanti nella lotta agli abusi sui minori, e impegna i Paesi firmatari alla smobilitazione dei bambini soldato dalle proprie forze armate. Sono sei le delegazioni che hanno sottoscritto la Dichiarazione di N’Djamena: Ciad, Repubblica centro-africana, Sudan, Nigeria, Niger e Camerun.
Se l’impegno verrà tradotto in azioni, tali Paesi si allineeranno agli standard internazionali per la difesa dei minori, come i protocolli della Convenzione Internazionale per i Diritti dei Bambini, mirati alla difesa dei minori dalla guerra e dalla prostituzione, e i Paris Commitments and Paris Principles, linee guida per l’assistenza dei bambini che già appartengono a gruppi armati.
In Sudan non esiste la certezza di una sistematica adozione dei minori nelle fila dell’esercito regolare, ma ancora numerosi sono quelli che vi continuano a crescere. Il bacino più ampio a cui affluisce la maggior parte delle vittime della guerra rimane tuttavia il variegato mondo delle milizie armate, numerose in Sudan.
Molte attenzioni sono state poste, in particolare, verso il Sudan People Liberation Army, il quale, nonostante la firma degli accordi più recenti promossi dall’ONU, continuano ad avere bambini soldato tra le fila di combattenti.
Anche in Darfur, soprattutto nel West Darfur, dove l’attività dei movimenti armati è ancora forte, come quella del Justice and Equality Movement, del Sudan Liberation Army-Unity e SLA-Minni Minnawi, ed di altri gruppi minori, si registrano numerosi casi di arruolamento di giovani combattenti, nonostante alcuni programmi di collaborazione tra gli stessi movimenti e l’ente per l’infanzia delle Nazioni Unite, a partire dal luglio 2009.
Sempre in Darfur, è stato istituito un ente preposto, il Government of National Unity for the North Sudan Disarmament, Demobilization and Reintegration Commission, deputato al coordinamento del disarmo e del reinserimento nella società di questi bambini, molto spesso vittime di abusi sessuali.
Pochi mesi fa, Italians for Darfur, l’associazione italiana per i diritti umani in Sudan, aveva promosso un appello per chiedere la sospensione definitiva delle condanna a morte di sei bambini di etnia Fur accusati di far parte del Justice and Equality Movement, uno dei movimenti ribelli più importanti del Darfur e chiedeva di fare chiarezza sulle responsabilità del loro arruolamento in questo movimento. Un appello, il cui esito positivo, ottenuto grazie a una grande ed immediata partecipazione popolare, testimonia la sensibilità e le energie che i temi sull’infanzia sono ancora capaci di catturare. Energie che speriamo mettano presto fine a questa piaga immane, in Sudan come nel resto del mondo.

Aprile 8th, 2010

Darfur Union: appello per la dignità delle donne del Darfur

Ricevo dalla Darfur Union, con sede in Olanda, un documento agghiacciante. Il Presidente sudanese Hassan Al-Bashir, avrebbe pronunciato, secondo quanto riportato dal principale oppositore politico Hassan Al-Turabi, nella sua ultima conferenza a Khartoum, la seguente frase, a proposito della piaga immane degli stupri in Darfur: “Se le donne dell’Ovest fanno sesso con un Jali [uomo del gruppo etnico di Bashir, ndr], questo non va considerato come uno stupro ma come un onore per lei”.
ني هذة الغرباويه دي اذا واحدا جعلي كدا ركبها دا شرف او اغتصاب

Immediata l’indignazione di tutta la comunità darfuriana nel mondo che Italians for Darfur rilancia anche in Italia.
“The dictatorship-Al-Basher, president of Sudan, has said that ‘’If western woman( means Drfurian Female) got sex with one Jali (male from Al-Basher ethnic group) this will not be rape but its honor for for her.”
This story has been told by Al- Turabi at his recent conference in Khartoum two weeks ago. Whoever, you could imagine the reaction of millions of sudanese people against a such un respected statement. That is why we are in Darfur Union as a civil society in the Netherlands addressing this issue to the friends of Darfur worldwide.”

Dicembre 22nd, 2009

Sudan: aumento della mobilitazione in vista delle elezioni di aprile. Pagan Amum, leader del Sudan People Liberation Movement, e molti altri oppositori sono stati arrestati a Khartoum durante corteo per la democrazia.

Si avvicinano le elezioni presidenziali in Sudan: ad Aprile la popolazione sudanese sarà chiamata a scegliere il nuovo Presidente  per la prima volta dopo 25 anni, sebbene l’unico eleggibile rimanga, allo stato attuale, il presidente in carica, il dittatore Omar Hassan al Bashir.
Secondo fonti governative, al 30 novembre, il 68% della popolazione è stata regolarmente registrata al voto, ma ne è significativa la distribuzione, 11 milioni di votanti negli stati del Nord, solo 2,6 milioni negli stati del Sud.
Le perplessità e le paure sulla effettiva regolarità del voto sono tante, sia nei movimenti di opposizione, sia tra i rappresentanti delle maggiori organizzazioni internazionali.

Paure che trovano riscontro nell’ultima rappresaglia della polizia contro i manifestanti lunedì scorso a Khartoum. Dopo un primo grande corteo dei partiti e dei movimenti di opposizione al regime di Bashir, tenutosi sabato per le strade della capitale, migliaia di persone , giunte in maggioranza dal Sud Sudan  e dal Darfur, si sono riunite nella periferia di Omdurman per richiedere l’implementazione degli accordi di pace del Gennaio 2005 (Comprehensive Peace Agreement) e per una svolta democratica della legislazione nazionale che garantisca la libertà di voto e di espressione, prima del voto presidenziale e del referendum per l’indipendenza del Sud Sudan che dovrebbe seguire a distanza di un anno. Lo SPLM e molti altri partiti di opposizione, che si erano riuniti a Juba lo scorso settembre, minacciano, infatti, di boicottare le elezioni qualora il National Congress Party non applichi le riforme atte a creare le condizioni auspicate.
Per l’occasione, migliaia di poliziotti sono stati schierati intorno ai manifestanti, ai quali, dopo una prima autorizzazione, era stata negata la possibilità di esprimersi pubblicamente nella capitale. I principali leaders presenti sono stati arrestati, tra cui Pagan Amum, Segretario Generale del movimento politico del Sud Sudan, e il suo deputato Yassir Arman, che faceva parte del Governo Unitario come previsto dal CPA.

I media stranieri, tra cui gli inviati di Al-Jazeera, hanno lamentato forti pressioni e la confisca delle registrazioni dell’evento da parte delle autorità sudanesi.
Il corteo è stato poi costretto a sciogliersi per le cariche della polizia che avrebbe usato manganelli e lacrimogeni, secondo quanto riferiscono alcuni testimoni al Sudan Tribune.
La notizia dell’arresto dei numerosi dissidenti ha alimentato nuove manifestazioni in tutto il Sud Sudan, con attacchi agli uffici del NCP. In particolare, a Rumbek, nella regione dei grandi Laghi, oltre 10.000 persone, tra cui tantissimi studenti, hanno sfilato intonando canti contro il regime e in favore di una svolta democratica del Paese.
Non si è fatta attendere la condanna del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti e le reazioni politche in Sudan.
Tutti i partiti di opposizione, l’Umma National Party, il Popular Congress Party (PCP), il Sudanese communist Party (SCP), l’Umma Reform and Renewal Party (URRP), il National Sudanese Alliance e molti altri piccoli gruppi politici, si sono riuniti giovedì nella sede del Sudan Liberation Movement/MM per rilanciare la nuova stagione di preteste finché non verranno attuate le riforme richieste.
Le autorità fanno sapere, intanto, che la polizia è intervenuta in quanto la manifestazione non era stata autorizzata, e i detenuti saranno tutti liberati.

Novembre 27th, 2009

Salta la missione italiana in Darfur: il Sudan nega i visti ai militari italiani

Era stata annunciata dal Ministro italiano della Difesa, l’On. Ignazio La Russa, agli inizi del 2009. Italians for Darfur Onlus chiede ora che i fondi stanziati per la missione non vengano dirottati altrove.

MpNews: Apprendiamo dall’associazione ONLUS per i diritti umani in Darfur, Italians for Darfur, che la missione italiana in Darfur, che prevedeva la consegna di due velivoli da trasporto al contingente di caschi blu dell’UNAMID, la missione di pace ONU - Unione africana, non può più avere luogo: è l’ennesima speranza disattesa, per ottenere la quale erano state spese molteplici energie.

La missione UNAMID, sancita con la risoluzione 1769 del 2007, sarebbe dovuta partire a pieno regime entro il 2008. A tre anni dalla sua approvazione nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, la missione congiunta con i caschi verdi dell’Unione Africana, non ha mai raggiunto il numerico previsto, fermandosi a circa 20 mila unità contro le 26 mila in organico, con gravi carenze logistiche, quali mezzi di trasporto terrestri e soprattutto aerei, indispensabili per un controllo efficace dell’immenso territorio del Darfur. Il contributo italiano sarebbe stato, quindi, di fondamentale importanza.

L’impegno del Governo italiano c’è stato e l’impresa si è arenata non a Roma ma a Khartoum, nell’ufficio “Visti” del governo sudanese. Il Presidente Omar al Bashir ha infatti negato i permessi per il piccolo contingente di militari italiani, che avrebbe dovuto accompagnare i due velivoli in Darfur.
La notizia diffusa dall’associazione è trapelata dalla lettura del resoconto dell’ultima seduta della Commissione Difesa del Senato, dell’11 novembre scorso. Salta quindi la missione italiana in Darfur, per la quale erano stati stanziati 6 milioni di euro, di cui avevamo parlato in anteprima proprio sulle pagine di MPnews,

Il rischio, allo stato attuale, è che anche i fondi destinati in capitolo al finanziamento della missione in Darfur vengano dirottati per altre missioni internazionali, come quella in Afghanistan.
“L’emergenza nella regione e nel Sud Sudan, dove la tensione in vista delle elezioni e del referendum per l’indipendenza è sempre più alta, è ancora pressante e il supporto del nostro Paese rimane fondamentale”- ha riferito alle agenzie la Presidente di Italians for Darfur.

Nonostante una buona opera di addestramento della polizia locale, il contingente internazionale non è riuscito a contenere le azioni di violenza a danno della popolazione civile. Nel suo ultimo rapporto, il Consiglio di Sicurezza ha denunciato nuovamente l’innalzamento dello stato di allerta dei peacekeepers, dopo gli ultimi pesanti scontri, sempre più frequenti, tra etnie e fazioni diverse della popolazione, non solo del Darfur, ma anche del Sud Sudan, che hanno causato la morte di oltre 50 persone.

Proprio nel Sud Sudan si sono riaccesi negli ultimi mesi rivalità e odio tra le etnie della regione, in vista delle elezioni presidenziali dell’aprile 2010 e delle annunciate consultazioni popolari per l’indipendenza del Sud Sudan dal resto del Paese.
Il Segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon ha denunciato inoltre, lunedì scorso, pesanti e continue intimidazioni al contingente UNAMID in Darfur, da parte del governo sudanese, sia sottoforma di lungaggini burocratiche sia di vere e proprie limitazioni al movimento.

Mauro Annarumma

Settembre 27th, 2009

Abdelmageed Salih, attivista darfuriano, in carcere per aver denunciato stupri

Uno dei fondatori del Darfur Democratic Forum, Abdelmageed Salih Abbaker, attivista del Darfur per i diritti umani, è stato arrestato il 27 agosto e da allora non se ne hanno piu notizie.
Sarebbe stata la recente campagna condotta dall’attivista su alcuni casi di stupro di ragazze del Darfur a Khartoum, agli inizi del 2009, a indurre la SSF (Sudanese Security Forces) a segregare Abdelmageed nel braccio politico della prigione di Kobar. E’ possibile chiederne il rilascio al seguente n° di fax:

Omar Hassan al-Bashir
President of Sudan
Office of the President
People’s Palace
PO Box 281
Khartoum
SUDAN
Fax: +00249-183 782 541

Info: www.italiansfordarfur.it

Agosto 28th, 2009

Agwai: in Darfur, non c’è guerra. Ma quasi tre milioni di persone continuano a lottare per la sopravvivenza.

da Italian Blogs for Darfur

La guerra in Darfur è finita, secondo quanto dichiarato da Martin Luther Agwai, comandante uscente del contingente UNAMID in Darfur. Affermazione che rischia di essere male interpretata: la pace non è l’assenza, infatti, della guerra, ovvero delle azioni prettamente militari alle quali il comandante dei peacekeepers si riferisce, ma il ristabilimento della giustizia e dell’ordine sociale. Al contrario, come precisa lo stesso Martin Agwai, non danno tregua i tragici episodi di banditismo e di violenza indiscriminata sui civili in fuga.
Continuano a preoccupare, quindi, le gravi carenze alimentari, sanitarie, e le condizioni di sicurezza dei circa 2,7 milioni di sfollati che vivono ammassati nei campi profughi allestiti in tutto il Darfur e oltre, lungo il confine con il Chad e la Rep. Centro Africana, e che non possono tornare ai loro villaggi, per lo più dati alle fiamme come hanno testimoniato le immagini satellitari delgi ultimi sei anni.
Stime ufficiali delle Nazioni Unite continuano a parlare di 300.000 morti, cifra che viene sempre più spesso messa a confronto con la versione ufficiale del governo sudanese, sul cui presidente pende un mandato di arresto per crimini di guerra e contro l’umanità, che parla invece di 10.000 morti.
Il Sudan, che negli anni 90 ospitava Osama bin Laden e il suo gruppo terrorista, ed è per questo ancora inscritto tra gli “stati canaglia”, è dal 2000 uno dei principali collaboratori della CIA, al punto che dal 2005 diversi capi dei servizi segreti sudanesi sarebbero stati ospitati in suolo statunitense, secondo quanto riferito dal Los Angeles Times dello stesso anno.
Non sembra improbabile che un maggior impegno di questa amministrazione USA in Afghanistan, nella lotta al terrorismo, comporti il consolidamento di alleanze tra i servizi di intelligence e i rispettivi governi.

LEGGI:
Bombardamenti a Jebel Moon e Umm Dkuhumm (luglio 2009)
Continuano i bombardamenti aerei in Darfur (rapporto ONU gennaio-giugno 2009)

Mauro Annarumma

www.italiansfordarfur.it

Agosto 21st, 2009

Boom dell’export italiano in Sudan: +52% nel 2008.

Gli scontri in atto tra insorti locali e truppe governative nel Darfur, che da circa quattro anni funestano le regioni occidentali del Paese, hanno causato un ingente numero di sfollati. Trattandosi, tuttavia, di aree caratterizzate da estreme povertà e arretratezza, la crisi non ha inciso in modo determinante sull’importante crescita economica registrata dall’economia sudanese negli ultimi anni. Resta fermo, ovviamente, che allorché sarà trovata una soluzione ai problemi del Darfur, obiettivo per il quale la comunità internazionale è fortemente impegnata, le prospettive economiche in Sudan potranno registrare un ulteriore miglioramento.”

pdl 2252 (27/2/09)

Secondo il nuovo rapporto ICE del 2008, “dall’analisi dei dati dell’interscambio gennaio-dicembre 2008 [tra Italia e Sudan, ndr] rispetto allo stesso periodo del 2007 si registra una netta crescita delle nostre esportazioni pari al 52% (da 169,9 a 258,2 milioni di euro)”.
Abbiamo più volte videnziato nel blog di Italians for Darfur (leggi Bashir a Roma 2007, APS, rapporto ICE 2007) come gli interessi economici tra il nostro Paese e il Sudan siano stati sempre considerevoli.
Simone Aversano, fondatore e animatore del blog “Il fresco profumo di libertà‘, ci segnala inoltre il progetto di legge n° 2252, assegnato alla III Commissione Affari esteri il 16 marzo 2009, che intende ratificare l’ “Accordo tra il Governo della Repubblica italiana ed il Governo della Repubblica del Sudan sulla promozione e reciproca protezione degli investimenti, con Protocollo, fatto a Khartoum il 19 novembre 2005″, con l’obiettivo di agevolare e incentivare gli scambi commerciali tra i due Paesi. Viste le finalità, il disegno di legge non fa menzione della portata umanitaria del conflitto in Darfur, limitandosi a valutarne l’ impatto sullo sviluppo del Sudan e sulla qualità dei possibili rapporti bilaterali di natura economica Italia-Sudan.

Una scelta in linea con il purismo tecnico del ddl, ma che mette in luce, nella sua disarmante asetticità, la fredda e spietata logica del mercato dinanzi a catastrofi umanitarie come quella del Darfur.

Approfondisci: leggi il rapporto ICE 2008 sul Sudan

Giugno 22nd, 2009

Bombardamenti e stupri: questa la guerra di Khartoum ai ribelli del Darfur
Un nuovo rapporto delle Nazioni Unite fa luce sugli ultimi sei mesi di crisi nella regione del Darfur

Sina Samar, inviato speciale del Consiglio dei Diritti umani in Sudan delle Nazioni Unite dall’agosto 2008 alla fine di maggio 2009, è l’autrice del nuovo rapporto delle Nazioni Unite che denuncia, ancora una volta, le continue violenze e gli abusi perpetrati a danno di civili, soprattutto donne e bambini, nel Sudan.

Nel periodo considerato, denuncia Sina Samar, non si sono arrestate le gravi violazioni dei diritti umani, quali torture e detenzione arbitraria, uccisioni di massa e distruzione di centri abitati e strutture di assistenza ai civili, così come i fenomeni di banditismo e sciacallaggio, sempre più numerosi.
Nel semestre considerato, infatti, risultano rubati ben 129 veicoli con l’insegna delle Nazioni Unite e di altre organizzazioni umanitarie.
Oltre alle minacce che giungono dal mondo della criminalità diffusa, il mandato dei peacekeepers continua ad essere ostacolato più volte anche dalle autorità sudanesi, che negano visti e passaggi in aree a rischio della regione.
Lo stupro resta una delle maggiori piaghe del Darfur, che svela anche la sostanziale impotenza delle forze di pace della missione congiunta delle Nazioni Unite e dell’ Unione Africana dinanzi ai sempre più numerosi casi di violenze sessuali fuori e dentro i campi di sfollati, ad opera di criminali e guerriglieri. La maggior parte delle violenze, inoltre, vengono soffocate nel silenzio dalle stesse vittime, che non hanno fiducia negli organi di polizia sudanese e negli operatori dei centri di medicazione e cure dei campi, sotto il controllo delle forze di sicurezza del Paese.
Difficile anche la situazione degli operatori umanitari stranieri, accusati di essere tra i principali informatori che hanno consentito alla Corte Penale Internazionale di emettere il mandato di arresto del Presidente sudanese Omar Hassan al Bashir, nel marzo scorso: negli ultimi mesi sono stati registrati sedici casi di detenzione arbitraria e altri casi, almeno quattro, di gravi maltrattamenti. Numerosi anche i civili detenuti arbitrariamente e sottoposti a torture fisiche e psicologiche

Nel periodo da agosto a maggio di quest’anno, infine, sono continuati numerosi i bombardamenti aerei in violazione delle risoluzioni ONU, spesso in maniera indiscriminata, senza alcuna distinzione tra postazioni ribelli, dimore private e strutture di accoglienza, come i centri di Umm Sauunna, 24 km a ovest di Haskanita, e Shawa, a sud di El Fasher.
La situazione in Darfur, e in generale nel complesso puzzle multietnico sudanese, è quindi ancora tesa, e gli esiti del conflitto ancora incerto.
Se lo sforzo umanitario resta una priorità per la salvaguardia dei diritti basilari della popolazione del Darfur, è evidente, tuttavia, che la partita va giocata sul piano politico e diplomatico. Anche ai supplementari.

Per saperne di più sul Darfur: Italians for Darfur www.italiansfordarfur.it

“UNA VIGNETTA PER IL DARFUR”
La fantasia al servizio dell’informazione.
I vignettisti italiani dedicano una loro creazione a Italian Blogs for Darfur, per il Darfur
Maggio 18th, 2009

Si aggrava la situazione umanitaria nel Darfur dopo l espulsione delle 13 ONG straniere

I nuovi dati sulle condizioni sanitarie degli sfollati mettono in luce la crisi del sistema assistenziale dopo l’espulsione di 13 ONG straniere e di tre organizzazioni locali.

18.05.2009 - Mauro Annarumma per Meltin’Pot (Univ. Roma Tre)

Il 12 maggio scorso all’Università di Sassari, insieme alla testimonianza del rappresentante dei rifugiati del Darfur in Italia Suliman Ahmed, Italians for Darfur ha presentato agli studenti i più recenti dati delle agenzie delle Nazioni Unite, OCHA (Office for the Coordination of Humanitarian Affairs), WFP (World Food Programme) e WHO (World Health Organization), e delle maggiori ONG internazionali, come la statunitense USAID l’agenzia governativa per lo sviluppo internazionale, sulla crisi del Darfur, dai quali si evince l’aggravarsi della già drammatica situazione umanitaria nella immensa regione del Sudan. Se, infatti, John Holmes, coordinatore degli aiuti umanitari delle Nazioni Unite, riconosceva il 7 maggio scorso che i combattimenti in Darfur stanno diminuendo, allo stesso tempo denunciava il disfacimento del complesso sistema di aiuti umanitari nella regione, che garantiva, fino al 2008, assistenza a oltre tre milioni di persone ogni mese. Attualmente, dopo l’espulsione di 13 ONG straniere e il blocco di altre tre ONG sudanesi nel marzo scorso, circa un milione di persone rischia la sopravvivenza con l’approssimarsi della stagione delle piogge per il venire meno della loro costante presenza.

In tutto il Darfur si registrano gravi carenze nella distribuzione dell’acqua potabile e del cibo, nell’assistenza sanitaria e nella sicurezza dei campi profughi. In particolare, a subire le peggiori conseguenze ancora una volta sono donne e bambini: il capillare servizio di supporto ostetrico per giovani madri e lattanti, infatti, è andato completamente distrutto e oltre 300.000 bambini sono a rischio sopravvivenza per carenza di cibo, secondo quanto denuncia il World Food Programme. Si stima, inoltre, che circa 600.000 persone non possano più ricevere assistenza medica, proprio in un momento critico, in cui si accendono numerosi focolai di meningite e il rischio colera, con l’arrivo della stagione delle piogge da maggio a ottobre, diventa più alto. L’USAID ha registrato sino a fine aprile 182 casi di meningite nel Sud Darfur; sarebbero invece 13 nell’area di Jebel Marra (West Darfur) e 6 nel Nord Darfur i casi secondo la World Health Organization.

La situazione è resa ancora più drammatica dallo spostamento in massa dei civili in fuga dalla violenza che non si arresta: solo nel 2008, riportano i dossier dell’OCHA, si sono avuti oltre 300.000 profughi. Gli scontri di fine marzo hanno causato la fuga di 42.000 persone dal Sud al Nord Darfur, e numerosi sono anche gli spostamenti dal Nord alle altre regioni limitrofe, dopo i recenti bombardamenti di alcuni villaggi dell’area due settimane fa.

Se non si ricostituirà al più presto il complesso sistema di aiuti precedente al provvedimento del governo sudanese del marzo scorso, denuncia John Holmes, ovvero se le ONG espulse non saranno autorizzate a rientrare o non verranno sostituite da organizzazioni di pari capacità, le condizioni sanitarie ed alimentari andranno peggiorando drasticamente a partire dalle prossime settimane.

http://www.italianblogsfodarfur.it
Aprile 18th, 2009

Facebook forse non più accessibile in Sudan, ma la censura questa volta arriva da lontano

Omar, gestore di un noto locale che anima la vita notturna della capitale sudanese, mi spiega perchè il dibattito tra gli internauti sudanesi sul futuro di Facebook si sia fatto tanto acceso nelle ultime settimane. Per denunciare quanto potrebbe accadere presto si sono mobilitati anche numerosi bloggers sudanesi, come AnwarKing.
Il principale social network mondiale, infatti, ha proposto una Dichiarazione dei Diritti e delle Responsabilità che, qualora approvato in via definitiva, negherebbe l’utilizzo del servizio ai Paesi sotto embargo degli Stati Uniti (punto 4.3), tra cui, appunto, il Sudan.

“Hi Mauro,
we in Sudan are now facing two dilemmas, one being:

-The post link service in Facebook site has been blocked by Sudanese National Telecommunication Corporation. that was the first step.
We guess that the second step is to block Facebook site by National Telecommunication Corporation .
Why because there was some political groups against the government . -
and the other:

- Facebook Site Governance: You are bound by the laws of the country that you live in. You may also need to comply with the laws of other jurisdictions, including the laws of the United States (because our headquarters are based in the U.S.).

How are sections like 4.3 (embargoed countries) consistent with the “One World” principle in the proposed Facebook Principles?
As we state in the Principles, our principles are constrained by limitations of applicable law. -

I have addressed the facebook administrators to emphasize that by applying this facebook embargo on countries like Sudan you will be helping the dictatorial government of Sudan who also is working hard to sensor and control the use of facebook as it becomes the new opposition channel for Sudanese living abroad to communicate with the people of Sudan to try and organize opposition movement against the government. By doing so you will be participating to the death of such opposition.”
Mauro Annarumma
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