Ottobre 16th, 2009

Condannato a morte Ali Zamani, attivista iraniano che aveva contestato il voto presidenziale a Teheran. Si teme una nuova ondata di esecuzioni capitali.

Mohammed Reza Ali Zamani è uno dei cento attivisti, tra cui eminenti figure intellettuali dell’Iran, che per il governo di Mahmoud Ahmadinejad hanno fomentato le rivolte popolari del 12 giugno scorso, in sostegno del candidato riformista Hossein Mousavi, sconfitto dal verdetto elettorale, e nella speranza di una svolta politica nel Paese.

Il moto popolare, innescato e sostenuto soprattutto dai movimenti studenteschi, denunciando irregolarità del voto e intimidazioni nei seggi ha messo sotto accusa i pilastri del governo iraniano, ma le pacifiche manifestazioni nelle vie più importanti della capitale Teheran non hanno portato ai risultato sperati: il voto è stato confermato e non è stata fatta luce sui plausibili brogli elettorali.

Ali Zamani, anni 37, è ora il primo condannato a morte per i moti post-elettorali, secondo il quotidiano riformista Mowjcamp che non dà i dettagli della sentenza di lunedì scorso. Fonti non ufficiali già ad agosto riferivano però di una serie di processi seguiti ad arresti di massa dello stesso mese, per questo si teme una nuova ondata di esecuzioni capitali, in un Paese che è stato definito il “paese dei boia”, per l’altissimo numero di condanne a morte negli ultimi anni, il più alto nel mondo in rapporto alla popolazione.
Tra le accuse che sembrano essere alla base della sentenza, c’è ancora una volta quella della lotta al regime islamico dell’Iran, Paese tuttavia erede anche delle tradizioni sufi e persiane di cui il rito del fuoco ne è l’emblema, e che rappresenta per una parte delle opposizioni uno dei simboli più forti, soprattutto da quando è stato messo al bando.
Ali Zahmani era inoltre affiliato a un movimento filo monarchico, l’Iran Monarchy Committee, una piccola organizzazione creata da esuli iraniani in Europa e Stati Uniti, ritenuta dal governo una organizzazione terrorista. Secondo le fonti del giornale inglese The Guardian il giovane attivista avrebbe avuto solo un ruolo di secondo piano nell’organizzazione, per la quale avrebbe condotto la stazione radio Tondar e avrebbe distribuito cd e volantini propagandistici antigovernativi.
Ma secondo i giudici del tribunale iraniano, evidentemente, una radio ribelle è solo un’altra voce da soffocare.

Ottobre 6th, 2009

Nuove proteste studentesche a Teheran riaccendono i riflettori su una rivolta mai sopita.

Il Presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, vincitore delle ultime elezioni del Paese tra tante incertezze sulla regolarità del voto, speranze inattese e proteste di piazza soffocate dalla polizia e dalle forze paramilitari e filogovernative, ha dovuto difendere ancora una volta la legittimità della sua riconferma elettorale, davanti all’Assemblea riunita delle Nazioni Unite, il 21 settembre scorso.

Sono gli strascichi delle polemiche che si erano accese in Europa e negli Stati Uniti in seguito alla sua rielezione il 12 giugno scorso, contestata da studenti e molte parti della società civile iraniana. L’ “onda verde” era stata ripresa e amplificata dai media, entrando d’impeto nell’immaginario collettivo nostrano, ma a distanza di mesi dai primi moti popolari, nonostante il perdurare delle proteste, era stata presto dimenticata e rischiava di infrangersi contro quelle stesse redazioni che si erano prestate a cassa di risonanza dei loro canti.

La nuova manifestazione del 30 settembre scorso al Politecnico Sharif di Teheran, preceduta lunedì scorso da quella di un centinaio di studenti, riaccende i riflettori sulle aspirazioni democratiche della fascia riformista e progressista della popolazione iraniana, cresciute, in particolare, nei centri culturali e nelle facoltà umanistiche. Proprio su queste ultime si sono concentrate le attenzioni della censura governativa che sta cercando di limitarne i corsi e gli insegnamenti che coinvolgono circa la metà degli oltre tre milioni di studenti universitari del Paese. Intellettuali, docenti, studenti, che in queste facoltà sono portati naturalmente al confronto e alla ricerca con i modelli giuridici, sociali, politici e filosofici stranieri, sono diventati i più temibili nemici della Repubblica Islamica.

Un fotografo del sito web iraniano Mowjcamp era stato colpito da uno sparo proprio nella prima manifestazione dello scorso lunedì, mentre riprendeva il corteo che inneggiava a Hussein Moussavi, insieme a molti altri colleghi e bloggers di altrettanti siti web di opposizione, che riportavano notizie di altre proteste studentesche, come quella alla facoltà di filosofia, in cui domenica erano stati lanciati numerosi slogan contro Ahamdinejad e la milizia Basij, la quale aveva attaccato i manifestanti di giugno.

I duemila studenti che mercoledi scorso hanno protestato al Politecnico Sharif di Teheran, molti dei quali bloggers, gli stessi che avevano aggirato la censura governativa grazie all’uso dei nuovi social networks come facebook e twitter nel giugno scorso, non rappresentano quindi un residuo di quei primi meglio noti movimenti postelettorali, ma un fermento crescente di inevitabili aspirazioni democratiche e riformiste della popolazione.

Giugno 3rd, 2009

Iran, il Paese del boia: in cinque mesi 190 esecuzioni

Continuano le esecuzioni capitali ordinate dal regime teocratico e antidemocratico di Teheran

di Mauro Annarumma per Meltin’Pot (Univ. RomaTRE)

Tra le aberrazioni del giustizialismo quella della pena di morte è tra le peggiori, e non sono sufficienti la democrazia e una moratoria dell’ONU per placare la sete di sangue dei tribunali populisti di molti Paesi del mondo e di oligocrazie preoccupate da dissidenti e intellettuali all’opposizione.

Fra tutti, l’Iran è il primo Paese al mondo, in rapporto alla popolazione, per numero di esecuzioni, ben 190 dal primo gennaio ad oggi, con un drammatico aumento del 70% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Le ultime tre vittime sono di sabato 23 maggio, fra cui una donna, impiccate nel sud della città di Shiraz. Non è possibile stilare un rapporto completo e ufficiale delle vittime del boia iraniano, in quanto gli osservatori delle organizzazioni per i diritti umani e delle agenzie governative delle Nazioni Unite non sono ammessi ai tribunali del Paese, pertanto i dati attuali corrispondono a quelli forniti, volta per volta, dalle notizie dei quotidiani iraniani: secondo quanto risulta alla Abdorrahman Boroumand Foundation, fondazione per i diritti umani in Iran, nel 2007 sono state eseguite 466 esecuzioni e 381 nel 2008, nonostante la moratoria delle Nazioni Unite approvata dall’Assemblea di cui l’Iran è membro.

Le Nazioni Unite, che nel dicembre del 2007 ne approvarono la proposta, con l’astensione degli Stati Uniti, in cui la pena capitale non è prevista solo in 13 Stati su 50, ha il compito di vigilare sul rispetto della stessa, che tuttavia non è vincolante.

Ha fatto il giro del mondo, l’anno scorso, la notizia dell’impiccagione della giovane artista iraniana Delara Darabi, condannata nel 2003 quando era ancora minorenne per un presunto omicidio. I tribunali iraniani, nonostante il forte movimento internazionale che premeva per la sospensione della pena, non vollero riconsiderare la condanna emessa, alla luce delle nuove prove della difesa.

Numerose anche le coppie omossessuali condannate alla forca, come i giovanissimi Hamzeh Chavi e Loghman Hamzehpour, di 18 e 19 anni, arrestati a gennaio a Sardasht con l’accusa di sodomia: l’omossessualità in Iran come in altri Paesi islamici, equivale ad essere nemici di Allah e prevede la condanna a morte, spesso per lapidazione.

Venuta meno la sua funzione di deterrenza, per crimini che comunque vengono commessi nonostante l’altissimo rischio della pena, la massima pena contiua a rappresentare un importante braccio armato della politica repressiva del governo antidemocratico e teocratico, che annovera tra i suoi crimini la discriminazione delle donne e delle minoranze, etniche e religiose, e soffoca le libertà di stampa e di espressione.

Novembre 29th, 2008

AUT NEWS, la voce dell’Islamic Association of Amir Kabir Technical University di Tehran.

La democrazia è la massima conquista dell’uomo. Dovremo esserne ben consapevoli noi, che abbiamo avuto la fortuna di nascere in un Paese, l’Italia, per la cui democrazia sono morti tantissimi giovani, padri e madri sino a pochi decenni fa, con il contributo fondamentale di altrettanti giovani del resto del mondo, statunitensi in particolare.

Uso il condizionale, perchè l’impressione è che molti -troppi- sembrano averlo dimenticato. Lo sanno bene, invece, i movimenti spontanei che sorgono all’ombra di regimi totalitari contemporanei. E’ il caso dell’IRAN, Paese dalle enormi potenzialità democratiche, purtroppo continuamente ignorate dai Paesi democratici del resto del mondo, primi fra tutti i vicini europei. Dal costo delle azioni militari intraprese negli ultimi decenni, appare evidente come l’uso delle armi debba essere considerata extrema ratio dall’esito quanto mai incerto, e come invece sarebbe opportuno e auspicabile l’investimento in mezzi di informazione di massa e sostentamento anche finanziario dei movimenti democratici spontanei o di opposizione, politici e di opinione. In particolare, i movimenti studenteschi assumono un ruolo simbolico e concreto insieme nella spinta naturale di una Nazione verso la democrazia e la libertà.

L’ Islamic Student Association of Amir Kabir Technical University, tra le più grandi associazioni studentesche iraniane, continua a pagare con arresti arbitrari e interrogatori da parte delle forze di sicurezza governative, l’attivismo pacifico per la democrazia e la difesa dei diritti umani in Iran.

Gli studenti del forum studentesco dell’ Amirkabir University of Technology di Tehran chiedono da anni liberà di espressione e di pensiero, la difesa dei diritti umani e il riconoscimento del diritto dei cittadini di scegliere il loro destino, essendo il popolo giudice e giuria di ogni controversia. Nonostante arresti e intimidazioni, studenti e giovani editori di pubblicazioni studentesche continuano a manifestare, nel silenzio colpevole dei media e dei governi occidentali, in favore di una svolta democratica del governo iraniano.
AUT NEWS, all’indirizzo www.autnews.info è l’organo di informazione del movimento studentesco: qui è possibile leggere un recente “A BRIEFING ON THE SITUATION OF ACADEMIC FREEDOMS IN IRAN”

Qui la pagina su Facebook

Giugno 10th, 2007

Ammar Abdulhamid e SandMonkey: bloggers arabi uniti per la liberta’

Fonte: Newsweek

Il qurantunenne Ammar Abdulhamid era un anonimo blogger siriano,  noto semmai in quanto figlio di una famosa attrice, fino a circa due anni fa, quando ha iniziato a scrivere commenti polemici sulla politica del Paese, al punto di descrivere il Presidente Bashar Assad come un dittatore e chiederne la destituzione. Da allora, Abdulhamid puo’ continuare a esprimere le proprie opinioni sul web solo perche’ scrive dalla sua casa vicino a Washington, dove abita dal 2005: dopo essere stato rilasciato, probabilmente grazie alla notorieta’ della madre, il governo siriano lo ha infatti costretto all’esilio.

Il blogger siriano, come l’egiziano Kareem, sono espressione di una nuova e sempre piu’ ampia schiera di internauti critici verso i regimi non democratici dei propri Paesi di appartenenza e che devono, per questo, difendersi da pesanti accuse e condanne.

Dopo la caduta di Sadam Hussein, per opera dell’intervento NATO in Iraq, in tutto il Medio-Oriente si e’ avuta una parentesi di liberalizzazione che ha portato molti arabi dissidenti a scrivere sui propri blog. La censura e’ stata pero’ severa e dopo le recenti incarcerazioni di alcuni bloggers in Tunisia e Iran, Abdulhamid e un altro blogger egiziano, SandMonkey, hanno deciso di costituire  “Voice Initiative”, una coalizione di blogger arabi per aiutare i dissidenti. Nonostante internet raggiunga solo il  10% della popolazione araba, infatti, la repressione colpisce chiunque critichi il governo e pubblichi foto compromettenti.

Febbraio 6th, 2007

CALA L’INDICE DI POPOLARITA’ PER AHMADINEJAD IN IRAN

Fonte: La Stampa

La TV di Stato ha diffuso i risultati di una indagine di popolarità in Iran: il presidente iraniano sarebbe oggi al 35% di popolarità. In un Paese come l’Iran, dove la democrazia va scritta tra virgolette, il messaggio diffuso dalle fonti di informazione ufficiali è chiaro.

Non solo gli studenti osano contestare pubblicamente il presidente Ahmadinejad, ma gli stessi alleati al parlamento, 150 parlamentari su 290 del Majlis, ne criticano apertamente la politica economica. Ma chi dà i primi segni di diffidenza verso il leader iraniano sono le strutture religiose che sottendono la vita politica del Paese e, su tutti, la “Guida Suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, erede di Khomeini, unico interprete legittimato del pensiero del Profeta e del volere di Allah. Khamenei è insoddisfatto di Ahmadinejad, del suo estremismo verbale, e del limite pericoloso verso il quale spinge la politica del Paese. Al punto che il quotidiano «Etemaad-e Melli» si è permesso di tirargli le orecchie, ricordandogli che Chàvez e sodali «vanno bene per una chiacchierata al bar, ma non servono a consolidare la sicurezza del Paese, le priorità economica e le strategie politiche»”.

Febbraio 1st, 2007

SITI INTERNET SUI DIRITTI DELLE DONNE IN IRAN CENSURATI

Fonte: Human Rights First

I siti sono stati oscurati agli utenti in Iran, ma non all’estero. Le autorità governative hanno censurato le pagine sui diritti delle donne, pubblicate nell’ambito della campagna per i diritti umani lanciata da attiviste e attivisti che lottano contro la discriminazione delle donne nel Paese. La notizia giunge a pochi giorni di distanza dal brutale assassinio da parte di agenti iraniani della leader del Sindacato delle Donne Irachene, la signora Amerei Abdul-Karim Al-Aqabi in Iraq[fonte:Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana] e dall’arresto di tre femministe iraniane dirette in India per un corso di formazione, sabato scorso. Sono state rilasciate dietro cauzione ma saranno processate per attentato alla sicurezza nazionale [fonte: Ansa].

Link: Controllo di Internet in Iran

Gennaio 20th, 2007

UCCISO NOTO EDITORE ARMENO IN TURCHIA

Fonte: Times online

L’editore  del più famoso quotidiano turco in lingua armena, Hrant Dink, 53 anni, è stato assassinato ieri nel suo ufficio al centro di Istanbul. Da un anno, cioè da quando venne accusato di aver insultato l’identità e lo stato dell Turchia, a causa delle sue opinioni sul genocidio armeno del 1915, riceveva numerose minacce di morte dirette anche alla sua famiglia. Dink era convinto che il riconoscimento del genocidio armeno fosse una dei requisiti per l’ingresso della Turchia nell’ Unione Europea.

Gennaio 6th, 2007

TURCHIA: USO DELLA LINGUA CURDA E’ ANCORA ILLEGALE

Fonte: APM

13 politici del partito HAK-PAR sono finiti per la nona volta consecutiva sotto processo per aver usato la lingua kurda durante una manifestazione pubblica, in quanto l’uso è ancora considerato illegale secondo la legge turca sui partiti.
Il processo dura da due anni, quando il partito HAK-PAR spedì degli inviti bilingue e aprì il proprio comizio sia in turco sia in curdo.

Il partito HAK-PAR ha una forte connotazione democratica, pacifica e federalista della questione curda in Turchia e si distanzia dal partito combattente PKK.

Dicembre 28th, 2006

QUANDO SCRIVERE UN BLOG E’ UN CRIMINE

Fonte: International Herald Tribune

Ha 22 anni lo studente egiziano ora in carcere per “diffamazione” e “offesa alla reputazione dello Stato”. Kareem Amer è un blogger.
Sono loro, i bloggers, i nemici più temuti dalle oligarchie illiberali del mondo. Dall’avvento del web 2.0 ogni cittadino ha infatti la possibilità di scrivere, fare domande, dare risposte. In Cuba, Guillermo Farinas, giornalista indipendente, è stato incarcerato in gravi condizioni di salute per aver rivendicato il diritto al libero accesso ad Internet.
In Egitto, giovani studenti come Amer, finiscono per essere trattati alla stregua di pericolosi criminali per essere sfuggito alla morsa del governo sul controllo dell’informazione: Amer criticava la discriminazione sessuale e di credo religioso. Dall’interrogatorio emerge un particolare inquietante: stranamente, durante l’interrogatorio, dopo aver indagato sulle sue usanze religiose, lo costringono a esprimere le proprie idee sul conflitto in Darfur.

Ma non è solo l’Egitto a indossare la maglia nera della libertà di espressione. In Tunisia, Zouhair Yahyaoui è stato torturato dalle forze speciali per ottenere la password del sito nel quale aveva pubblicato un quiz irriverente nei confronti del Presidente Zine Abidine ben Ali. In Iran, diversi bloggers sono agli arresti per aver “insultato il Leader Supremo”.

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