Gennaio 21st, 2010

Se fossimo indigeni vivremmo 20 anni di meno: il nuovo rapporto delle Nazioni Unite fa luce sugli uomini che abbiamo cacciato nell’ombra

Sono 370 milioni gli indigeni nel mondo, distribuiti in circa 90 Paesi. Piccole comunità, allontanate spesso ai margini delle moderne società dal progresso che li fagocita e li rigurgita, incurante di tradizioni e culture diverse che non stanno al passo con i suoi tempi.
Il 5% degli uomini della terra, tanti sono gli indigeni nella torta della popolazione mondiale. Vivono in maggioranza in condizioni di estrema povertà, in zone rurali, anfratti boschivi, terre estreme che non rispettano i canoni ambientali per le città moderne. Una piccola percentuale, gli indigeni, ma più di un terzo dei 900 milioni di persone che lottano quotidianamente contro la fame.
Sono vittime di malattie già debellate da decenni nei Paesi che spesso ne hanno fatto cittadini a loro insaputa, di malnutrizione e povertà, una lotta impari che porta via loro fino a 20 anni di vita. A tanto è stata valutata infatti, dalle Nazioni Unite, la differenza di vita media tra gli indigeni e i non indigeni in Australia e Nepal. Va meglio in Canada, dove le comunità indigene hanno una aspettativa di vita inferiore di 17 anni rispetto ai non indigeni, in Guatemala, 13 anni, e Nuova Zelanda, 11 anni.
Il nuovo rapporto delle Nazioni Unite è stao presentato giovedì 14 gennaio a Rio de Janeiro, New York e molte altre capitali del mondo.
Proprio in Brasile, tra i Paesi che ancora nasconde forse piccole comunità di indigeni di cui non conosciamo l’esistenza, si è voluto porre l’accento sulla necessità di un impegno maggiore a livello locale e internazionale per il riconoscimento dei diritti economici, sociali e culturali degli indigeni. La maggior parte delle comunià indigene sono, infatti, ancora escluse dalla vita politica ed economica dei Paesi di cui si sono trovati a far parte per vicissitudini storiche e geopolitiche di cui non sono stati protagonisti: povertà, analfabetismo, condizioni sanitarie gravissime, emarginazione sociale e politica, sfruttamento delle risorse dell’habitat ed espropriazione delle terre , soprusi, violenze,sono solo alcune delle piaghe che vessano questi uomini dimenticati. Talvolta, lo stesso governo nazionale stenta a riconoscere basilari diritti ai nativi.
Era il 1994 quando il mondo iniziò a camminare, idealmente, insieme agli indios del ventre verde del Messico, che hanno il colore della terra e una dignità da difendere. Un cammino che non è mai finito.

Mauro Annarumma per Mpnews.it

Giugno 3rd, 2009

Iran, il Paese del boia: in cinque mesi 190 esecuzioni

Continuano le esecuzioni capitali ordinate dal regime teocratico e antidemocratico di Teheran

di Mauro Annarumma per Meltin’Pot (Univ. RomaTRE)

Tra le aberrazioni del giustizialismo quella della pena di morte è tra le peggiori, e non sono sufficienti la democrazia e una moratoria dell’ONU per placare la sete di sangue dei tribunali populisti di molti Paesi del mondo e di oligocrazie preoccupate da dissidenti e intellettuali all’opposizione.

Fra tutti, l’Iran è il primo Paese al mondo, in rapporto alla popolazione, per numero di esecuzioni, ben 190 dal primo gennaio ad oggi, con un drammatico aumento del 70% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Le ultime tre vittime sono di sabato 23 maggio, fra cui una donna, impiccate nel sud della città di Shiraz. Non è possibile stilare un rapporto completo e ufficiale delle vittime del boia iraniano, in quanto gli osservatori delle organizzazioni per i diritti umani e delle agenzie governative delle Nazioni Unite non sono ammessi ai tribunali del Paese, pertanto i dati attuali corrispondono a quelli forniti, volta per volta, dalle notizie dei quotidiani iraniani: secondo quanto risulta alla Abdorrahman Boroumand Foundation, fondazione per i diritti umani in Iran, nel 2007 sono state eseguite 466 esecuzioni e 381 nel 2008, nonostante la moratoria delle Nazioni Unite approvata dall’Assemblea di cui l’Iran è membro.

Le Nazioni Unite, che nel dicembre del 2007 ne approvarono la proposta, con l’astensione degli Stati Uniti, in cui la pena capitale non è prevista solo in 13 Stati su 50, ha il compito di vigilare sul rispetto della stessa, che tuttavia non è vincolante.

Ha fatto il giro del mondo, l’anno scorso, la notizia dell’impiccagione della giovane artista iraniana Delara Darabi, condannata nel 2003 quando era ancora minorenne per un presunto omicidio. I tribunali iraniani, nonostante il forte movimento internazionale che premeva per la sospensione della pena, non vollero riconsiderare la condanna emessa, alla luce delle nuove prove della difesa.

Numerose anche le coppie omossessuali condannate alla forca, come i giovanissimi Hamzeh Chavi e Loghman Hamzehpour, di 18 e 19 anni, arrestati a gennaio a Sardasht con l’accusa di sodomia: l’omossessualità in Iran come in altri Paesi islamici, equivale ad essere nemici di Allah e prevede la condanna a morte, spesso per lapidazione.

Venuta meno la sua funzione di deterrenza, per crimini che comunque vengono commessi nonostante l’altissimo rischio della pena, la massima pena contiua a rappresentare un importante braccio armato della politica repressiva del governo antidemocratico e teocratico, che annovera tra i suoi crimini la discriminazione delle donne e delle minoranze, etniche e religiose, e soffoca le libertà di stampa e di espressione.

Marzo 19th, 2009

Darfur, una crisi che non si vuole ricordare.

Il nuovo rapporto dell’Osservatorio di Pavia mette in luce la scarsa attenzione dei mezzi di informazione verso le crisi umanitarie.

di Mauro Annarumma per Meltin’Pot (Univ. Roma Tre)

 E’ stato presentato mercoledì scorso il nuovo rapporto sulle crisi dimenticate dell’Osservatorio di Pavia per Medici Senza Frontiere. Secondo quanto risulta dall’analisi condotta dai ricercatori di Pavia, tra le dieci crisi umanitarie più grandi del pianeta, spicca ancora una volta il triste primato della crisi umanitaria in Darfur, Sudan, poi seguita via via da Zimbabwe, Somalia, Myanmar, Nord Kivu in RDC, Pakistan, Etiopia e Iraq. Nello stesso documento  emerge però un altro dato importante: è considerevole il risultato ottenuto da Italians for Darfur, che dal 2006 porta avanti, unica in Italia, campagne di advocacy e lobbing mirate per il Darfur.
Si legge, infatti, nel rapporto: “Nel 2008 delle 53 notizie dedicate al Sudan 11 sono incentrate sulle iniziative di sensibilizzazione dell’opinione pubblica, quali il Global Day per il Darfur (ad aprile) che vede come testimonial, tra gli altri, quel George Clooney diventato da tempo icona Darfur “. Per la realizzazione del rapporto sono state analizzate le edizioni principali del giorno e della sera di Rai e Mediaset, con risultati alquanto emblematici: solo il 6% di tutti i servizi giornalistici di queste edizioni sono infatti dedicate alle crisi umanitarie, la maggior parte dei quali riguardano la crisi mediorientale, Afghanistan e Tibet.  La quasi totalità delle notizie delle principali edizioni dei telegiornali italiani riguarda invece la cronaca politica e la cronaca nera, distanziandosi ampiamente dalla media dei notiziari delle principali emittenti europee, dove solo il 16,5 per cento delle  notizie, ad esempio, è riservata alla cronaca politica contro il 35 per cento dei tg Rai.
Con una risoluzione approvata il maggio 2007 dalla Commisione Vigilanza Rai, promossa da Italians for Darfur per il tramite dell’On. Beltrandi, si era riusciti a impegnare la RAI a una maggiore informazione sul conflitto in Darfur, impegno però mai rispettato. Gli ultimi tragici avvenimenti che hanno riguardato il rapimento di un team di Medici Senza Frontiere in Darfur tra cui un italiano,fortunatamente conclusosi con la liberazione di tutti gli ostaggi, hanno attirato le attenzioni dei media italiani per alcuni giorni, confermando, ancora una volta, la spiccata e ormai consolidata tendenza del giornalismo italiano a trattare le notizie dall’estero in funzione delle ripercussioni politiche e di cronaca nostrane.  Forte è quindi la responsabilità dei giornalisti e dei direttori di agenzia, che non si sottraggono alle logiche di mercato e di convenienza politica nemmeno dinanzi a crisi umanitarie tra le peggiori del nostro secolo. Urge quindi una presa di posizione netta degli organi di controllo della televisione pubblica e degli Ordini dei giornalisti, da tradurre da subito in atti concreti per riportare sotto i riflettori il dramma delle popolazioni e delle guerre dimenticate.
Mauro Annarumma è vice-presidente di Italians for Darfur

Novembre 29th, 2008

AUT NEWS, la voce dell’Islamic Association of Amir Kabir Technical University di Tehran.

La democrazia è la massima conquista dell’uomo. Dovremo esserne ben consapevoli noi, che abbiamo avuto la fortuna di nascere in un Paese, l’Italia, per la cui democrazia sono morti tantissimi giovani, padri e madri sino a pochi decenni fa, con il contributo fondamentale di altrettanti giovani del resto del mondo, statunitensi in particolare.

Uso il condizionale, perchè l’impressione è che molti -troppi- sembrano averlo dimenticato. Lo sanno bene, invece, i movimenti spontanei che sorgono all’ombra di regimi totalitari contemporanei. E’ il caso dell’IRAN, Paese dalle enormi potenzialità democratiche, purtroppo continuamente ignorate dai Paesi democratici del resto del mondo, primi fra tutti i vicini europei. Dal costo delle azioni militari intraprese negli ultimi decenni, appare evidente come l’uso delle armi debba essere considerata extrema ratio dall’esito quanto mai incerto, e come invece sarebbe opportuno e auspicabile l’investimento in mezzi di informazione di massa e sostentamento anche finanziario dei movimenti democratici spontanei o di opposizione, politici e di opinione. In particolare, i movimenti studenteschi assumono un ruolo simbolico e concreto insieme nella spinta naturale di una Nazione verso la democrazia e la libertà.

L’ Islamic Student Association of Amir Kabir Technical University, tra le più grandi associazioni studentesche iraniane, continua a pagare con arresti arbitrari e interrogatori da parte delle forze di sicurezza governative, l’attivismo pacifico per la democrazia e la difesa dei diritti umani in Iran.

Gli studenti del forum studentesco dell’ Amirkabir University of Technology di Tehran chiedono da anni liberà di espressione e di pensiero, la difesa dei diritti umani e il riconoscimento del diritto dei cittadini di scegliere il loro destino, essendo il popolo giudice e giuria di ogni controversia. Nonostante arresti e intimidazioni, studenti e giovani editori di pubblicazioni studentesche continuano a manifestare, nel silenzio colpevole dei media e dei governi occidentali, in favore di una svolta democratica del governo iraniano.
AUT NEWS, all’indirizzo www.autnews.info è l’organo di informazione del movimento studentesco: qui è possibile leggere un recente “A BRIEFING ON THE SITUATION OF ACADEMIC FREEDOMS IN IRAN”

Qui la pagina su Facebook

Marzo 19th, 2007

MESSICO: IL 31% DEGLI ALUNNI SONO MALNUTRITI

Fonte: LaJornada

Il 31% dei bambini delle scuole di primo grado e il 30% del sesto anno sono denutriti. I casi più gravi in Chiapas e Quintana Roo, dove la percentuale sale oltre il 60% e la statura media è ben al di sotto di quella nazionale, secondo il rapporto dell’ Instituto Nacional para la Evaluación de la Educación (INEE). Le aree più povere del Messico risentono delle scarse risorse economiche e di assistenza sociale del territorio, le quali il Governo di Città del Messico ha relegato in un posto di serie C nella politica nazionale.

In Chiapas il 61% degli alunni del primo anno della scuola primaria e il 59% del sesto anno sono denutriti, mentre a Oaxaca le percentuali si fermano a un non meno grave 58 e 56% e in Yucatan al 50%. Ma è nelle scuole indigene che il problema della denutrizione segna punte dell’ 80%, con più del 10% di bambini “gravemente” denutriti. Anche il grado di istruzione in queste aree è molto più basso che nel resto del Paese.

Marzo 15th, 2007

CRESCE LA REPRESSIONE CONTRO I DIFENSORI DEI DIRITTI UMANI

Fonte: LeMonde

Il rapporto 2006 dell’ “Osservatorio per la protezione dei difensori dei diritti dell’uomo”, pubblicato il 14 marzo a Ginevra, denuncia l’incremento nel 2006 dei casi di violazione dei diritti umani a carico degli attivisti: rilevati ben 1306 casi di repressione in più di 90 Paesi, oltre cento casi in più rispetto al 2005. Colombia, Nepal, Cina si contendono il triste primato.

Ciò che più inquieta gli autori del dossier è la crescente impunità dei diretti responsabili e dei mandanti politici e criminali. Quando la persecuzione giudiziaria non riesce a ostacolare l’attività dei difensori dei diritti umani o a colpevolizzarli fino alla detenzione arbitraria, subentra spesso la violenza fisica, compresa la morte, in circostanze per lo più oscure.

Tra i Paesi più a rischio anche Messico, Guatemala, Iran, Cambogia, Russia, Sudan.

Febbraio 13th, 2007

2 MILIONI DI BAMBINE SUBISCONO OGNI ANNO LA MUTILAZIONE GENITALE

Fonte: ElPais, Popoli

L’organizzazione umanitaria Save The Children ha presentato il 5 febbraio l’ultimo rapporto sulla mutilazione genitale della donna, una pratica tradizionale di molti Paesi, almeno 28 in Africa, che interessa 100-130 milioni di donne all’anno. Somalia, Egitto, Mali e Etiopia le zone dove la pratica è maggiormente diffusa: il 98% delle donne in questi Paesi sarebbe costretta a subirla. Ma il fenomeno della emigrazione sta portando in Europa anche le sconcertanti usanze di queste popolazioni: in silenzio, tra le mura delle proprie abitazioni o più frequentemente in quelle delle stesse donne più anziane della famiglia o in Patria, le bambine tra i 12 e i 14 anni vengono sottoposte a questa che può essere considerata come una tortura, uno strumento di repressione e controllo della sessualità femminile .

Credenze religiose, falsi miti, distorsioni culturali, sono all’origine della mutilazione, praticata quasi sempre in scarse condizioni igieniche, senza anestesia, con ferri non sterilizzati. Tra le conseguenze, oltre alle pesanti ripercussioni psicologiche, sulla sessualità e l’autostima delle vittime, anche disfunzioni fisiologiche, difficoltà al parto, infertilità.

Febbraio 10th, 2007

TRUFFANO ANCHE LA BANCA MONDIALE: STOP A 441 PROGETTI DI SVILUPPO

Fonte: Integrity Report of the World Bank Group, Fiscal Years 2005 - 2006


Ben 441 casi tra il 2005 e il 2006. Secondo il primo nuovo rapporto del Department of Institutional Integrity, in un solo biennio, i casi di frode e corruzione ai danni del Fondo Mondiale per lo Sviluppo, hanno causato la perdita di ingenti somme che sarebbero state altrimenti destinate a tanti altri progetti per lo sviluppo di aree depresse del mondo. Dalle indagini interne alla Banca risultano coinvolti anche 78 membri dello staff.
La Banca Mondiale offre ogni anno circa 20 miliardi di dollari per progetti in Paesi in via di sviluppo, per un totale di circa 1400 progetti. Dal 2005, il nuovo presidente Paul Wolfowitz ha dato il via a una lotta senza confini alla corruzione, che considera una delle principali cause della povertà nel mondo.

Gennaio 29th, 2007

L’ ESERCITO DELLO SRI LANKA SOSTIENE RECLUTAMENTO BAMBINI SOLDATO

Fonte: The Sunday Times on line

ONG in Sri Lanka denunciano il rapimento di almeno 200 adolescenti Tamil per l’inquadramento forzato in gruppi combattenti Karuna, che avrebbero l’appoggio delle forze governative. Nel rapporto di Human Rights Watch “Complicit in Crime: State Collusion in Abductions and Child Recruitment by the Karuna Group“, si legge che i rapimenti avvengono nei territori dove proprio la presenza delle forze governative è più forte e capillare.
Da più di vent’anni lo Sri Lanka è dilaniato da una guerra fratricida, tra forze governative e ribelli separatisti Tamil, quest’ultimi di religione Indù, anch’essi accusati di reclutare tra le proprie fila bambini soldato, contro la maggioranza Buddista. Dal 1983 sarebbero morte 67.000 persone.

Gennaio 23rd, 2007

L’OROLOGIO DELL’APOCALISSE SEGNA 5 MINUTI ALLA MEZZANOTTE

Fonte: La Stampa, IGN

Gli scienziati hanno spostato in avanti le lancette dell’” Orologio dell’Apocalisse” o DoomsDay, l’orologio che dal 1947 simboleggia la distanza che ci separa dall’apocalisse atomica. L’annuncio, del 17 gennaio scorso, è stato dato dal Bollettino degli Scienziati Atomici alle 15.30 italiane: ora solo 5 minuti ci separano dalla mezzanotte. Dalle 23.53 del 1947 le lancette sono state spostate ben 17 volte, a seconda del procedere del corso della storia. Tra il 1953 e il 1960 si è registrato il rischio più alto, quando l’orologio segnava solo 2 minuti alla fine del mondo, per via dei tests condotti da USA e URSS.

I presupposti per lanciare l’allarme ci sono tutti: il nuovo programma di proliferazione nucleare dell’Iran, Paese che vorrebbe cancellare lo Stato di Israele, le tensioni tra India e Pakistan, dotati di armi nucleari, il commercio illegale di armi nucleari e “bombe sporche” nell’ex-URSS, il terrorismo di matrice islamica che si teme voglia dotarsi di bombe sporche, ma anche il surriscaldamento del pianeta Terra. E’ di questi giorni, inoltre, la notizia del lancio di un missile anti-satellite dalla Cina, che ha destato grande preoccupazione in Russia e USA. Attualmente i Paesi nuclearizzati sono 9, ma molti sono quelli che avrebbero la tecnologia per le armi atomiche.

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