Giugno 27th, 2010

La Dichiarazione di N’Djamena: stop ai bambini soldato.

In Sudan, come in altre parti del mondo, migliaia di bambini sono costretti a un presente di guerra e ad un futuro ai margini della società.

di Mauro Annarumma per Mpnews
Sono ancora migliaia, oltre 3500 secondo statistiche delle Nazioni Unite e dell’Unicef, i bambini soldato in Sudan. Vengono rapiti dai villaggi, si abusa di loro psicologicamente e sessualmente, vengono addestrati alla guerra. Non c’è più spazio per i sogni ed il gioco nel cuore dei bambini armati di kalashnikov e coltelli del Sudan, come in quelli del Congo e della Birmania, tra i Paesi che soffrono maggiormente la piaga dei bambini soldato.
Nonostante gli sforzi della comunità internazionale, molti bambini, anche se reintegrati nella società e ricondotti alle famiglie, spesso si arruolano nuovamente allettati dal salario delle milizie e dei movimenti armati del Sudan, siano essi pro-governativi o ribelli, con il quale possono essere di sostegno alle famiglie.
Il protocollo firmato a N’Djamena lo scorso 11 giugno, in Ciad, al termine di una conferenza programmatica promossa dall’Unicef e alla presenza del rapper ed ex bambino soldato sudanese Emmanuel Jal, è un importante passo in avanti nella lotta agli abusi sui minori, e impegna i Paesi firmatari alla smobilitazione dei bambini soldato dalle proprie forze armate. Sono sei le delegazioni che hanno sottoscritto la Dichiarazione di N’Djamena: Ciad, Repubblica centro-africana, Sudan, Nigeria, Niger e Camerun.
Se l’impegno verrà tradotto in azioni, tali Paesi si allineeranno agli standard internazionali per la difesa dei minori, come i protocolli della Convenzione Internazionale per i Diritti dei Bambini, mirati alla difesa dei minori dalla guerra e dalla prostituzione, e i Paris Commitments and Paris Principles, linee guida per l’assistenza dei bambini che già appartengono a gruppi armati.
In Sudan non esiste la certezza di una sistematica adozione dei minori nelle fila dell’esercito regolare, ma ancora numerosi sono quelli che vi continuano a crescere. Il bacino più ampio a cui affluisce la maggior parte delle vittime della guerra rimane tuttavia il variegato mondo delle milizie armate, numerose in Sudan.
Molte attenzioni sono state poste, in particolare, verso il Sudan People Liberation Army, il quale, nonostante la firma degli accordi più recenti promossi dall’ONU, continuano ad avere bambini soldato tra le fila di combattenti.
Anche in Darfur, soprattutto nel West Darfur, dove l’attività dei movimenti armati è ancora forte, come quella del Justice and Equality Movement, del Sudan Liberation Army-Unity e SLA-Minni Minnawi, ed di altri gruppi minori, si registrano numerosi casi di arruolamento di giovani combattenti, nonostante alcuni programmi di collaborazione tra gli stessi movimenti e l’ente per l’infanzia delle Nazioni Unite, a partire dal luglio 2009.
Sempre in Darfur, è stato istituito un ente preposto, il Government of National Unity for the North Sudan Disarmament, Demobilization and Reintegration Commission, deputato al coordinamento del disarmo e del reinserimento nella società di questi bambini, molto spesso vittime di abusi sessuali.
Pochi mesi fa, Italians for Darfur, l’associazione italiana per i diritti umani in Sudan, aveva promosso un appello per chiedere la sospensione definitiva delle condanna a morte di sei bambini di etnia Fur accusati di far parte del Justice and Equality Movement, uno dei movimenti ribelli più importanti del Darfur e chiedeva di fare chiarezza sulle responsabilità del loro arruolamento in questo movimento. Un appello, il cui esito positivo, ottenuto grazie a una grande ed immediata partecipazione popolare, testimonia la sensibilità e le energie che i temi sull’infanzia sono ancora capaci di catturare. Energie che speriamo mettano presto fine a questa piaga immane, in Sudan come nel resto del mondo.

Aprile 5th, 2010

Nigeria: il contesto delle violenze Rivalità politiche, etniche e religiose e crisi dello Stato nel più grande paese africano

di Mauro Annarumma per Mpnews

Lo scoppio della violenza a sud di Jos, il 7 marzo, è l’ultimo di una serie di episodi che hanno insanguinato lo Stato di Plateau in Nigeria. Le tensioni etniche e religiose hanno spesso provocato scontri feroci all’interno del mosaico dei tanti gruppi etnici, Tiv, jukun, Pyem, Kofyar, Berom, Hausa-Fulani e molti altri, che vivono lungo una linea di demarcazione tra il nord musulmano e il sud a maggioranza cristiana. Oggi la comunità di Jos presenta profonde divisioni generate non solo dalle differenze religiose ed etniche. Una tradizionale discriminazione  oppone i cristiani indigeni Berom, ai musulmani Hausa, classificati come coloni, emarginati nella partecipazione politica e nella fornitura di servizi di base e delle infrastrutture per le loro comunità. Queste pratiche sono state rese più nocive, e intese in modo sempre  più controverso, per i crescenti livelli di povertà cronica in tutta la Nigeria.

La comunità è divisa anche per l’ appartenenza politica: i cristiani per lo più seguono il PDP, invece, i musulmani sostengono l’ANPP, all’opposizione.
La violenza va ricondotta dunque, oltre che al contesto religioso, a complesse problematiche sociali e specialmente  ai più forti contrasti per il controllo delle risorse di cui il Paese è ricco.

La Nigeria,  che entra nel suo secondo decennio di governo civile, afflitta da corruzione diffusa e da una cattiva struttura del sistema democratico, dimostra, sempre più, l’incapacità di garantire la sicurezza e la vita, di controllare l’attività criminale resasi più aggressiva nelle insenature del Delta del Niger, di difendere  la proprietà, di saper gestire i servizi economici e sociali, le infrastrutture e la sicurezza alimentare.

Il presidente ad interim Goodluck Jonathan è chiamato a dare risposte immediate e strutturali.

Occorre adottare misure concrete, per porre fine alle politiche discriminatorie nei confronti dei “non-indigeni”. Il Governo federale dovrà finalmente assumere un ruolo attivo e vigoroso nel far rispettare le norme che codifica, ed accompagnare le riforme giuridiche, con uno sforzo continuo e significativo dell’istruzione pubblica su  tutte le questioni dei diritti umani coinvolti.

Le politiche che negano ai nigeriani parità di accesso all’occupazione e alle opportunità educative, per il solo fatto di appartenere ad una comunità le cui origini, si dice, che si trovano in altre parti della Nigeria, si pongono in aperta violazione dei diritti umani e della stessa costituzione federale. L’ordinamento giuridico federale nigeriano, ha difatti previsto, col principio di inclusione e di autonomia, l’ equa suddivisione dei benefici della cittadinanza nazionale nell’ eterogeneo sistema di etnie della Nigeria. Il fatto che le pratiche discriminatorie, che violano i diritti fondamentali di milioni di nigeriani possa essere politicamente popolare in alcuni ambienti, in alcun modo giustifica la politica dei governi regionali, tesa a perpetuare condizioni di privilegio, in contrasto con la norma e di non applicazione del dettato costituzionale. In ogni caso, il problema “indigeneità“,  per le sue implicazioni per i diritti fondamentali di tutti i nigeriani, è un problema che richiede una decisa iniziativa del Governo federale, fin qui del tutto inesistente.

Febbraio 15th, 2010

Libertà d’espressione. Il Marocco, nemico d’Internet ?

di M.A. per Mpnews

La recente condanna di “cyber-dissidenti” a Taghjijt ha allarmato la blogosfera internazionale e marocchina. Questo nuovo passo falso da parte delle autorità locali, visibilmente travolti dal fenomeno dei “blog”, potrebbe disegnare un nuovo trend.

Il 1 ° dicembre, a Taghjijt, un gruppo di studenti presenta alle autorità locali un insieme di rivendicazioni tra cui la richiesta di un bonus viaggio per Agadir e la creazione di una biblioteca.. Il sit-in degenera in rissa e tre studenti sono immediatamente arrestati. Hazzam Bashir, un laureato in educazione islamica di 27 anni, il 4 dicembre pubblica sul suo blog un comunicato degli studenti. Pochi giorni dopo viene arrestato a sua volta e indagato insieme con i manifestanti. Abdellah Boukfou (26 anni), il gestore del cybercafé utilizzato da Hazzam, è anche lui arrestato. Egli non ha pubblicato nulla personalmente. I computer nel cyber e le chiavi USB sono sequestrate dalla polizia, che vi troverà pubblicazioni di Hazzam (membro di Al-Adl wal Ihsan), di studenti, ma anche di un’organizzazione Amazigh….(Berberi abitanti autoctoni del Nord Africa). Il processo contiene molte contraddizioni, soprattutto per quanto riguarda i capi di accusa. Il verbale di interrogatorio di Hazzam, per esempio, la prima volta parla di “diffusione di notizie false dannose per l’immagine del regno in materia di diritti umani”! Poi in una successiva trascrizione Hazzam viene accusato di “diffondere false informazioni atte a sconvolgere l’ordine pubblico”. Questa frase sarà grossolanamente cancellata, come dimostrato da una copia pubblicata su Internet da blogger. Alla fine,le cinque persone sono accusate, senza distinzione alcuna, di “adunanza sediziosa”, ” offese a pubblici ufficiali”, ” danneggiamento di beni pubblici” e anche “incitamento all’odio razziale” (allusione quest’ultima ad alcuni appartenenti alle associazioni culturali Amazigh). Dal 15 dicembre, gli studenti sono stati condannati a 6 mesi di prigione, Hazzam a 4 mesi, mentre il gestore del cyber, Abdellah Boukfou a 1 anno, giacché le autorità ritenevano che egli fungesse da intermediario tra i manifestanti e i blogger. In ogni caso, dopo gli eventi di Taghjijt, i blogger marocchini hanno paura, e ricorrono sempre più spesso all’auto-censura. Il Marocco è ancora lontano dal far parte della lista dei “nemici di Internet”, istituito dalla RSF (come la Tunisia e l’Egitto)…. “Come può lo Stato, dice Lucie Morillon, responsabile Internet presso l’ONG, lanciare un ambizioso piano per migliorare l’accesso a Internet e mettere qualcuno in prigione perché ha pubblicato una informazione”?
L’organizzazione Committee to Protect Journalists ha stilato una classifica dei dieci paesi più pericolosi per i blogger: Birmania, Iran, Siria, Arabia Saudita, Tunisia, Egitto, Cina, Vietnam, Cuba, Turkmenistan. In questi paesi i diritti umani e le libertà civili sono spesso ignorati; attraverso censura, filtraggio, restrizione dell’accesso online e recupero di informazioni personali,i diversi governi tentano di limitare la libertà di espressione online fino a sanzionare con pene detentive presunte violazioni della sicurezza nazionale o azioni ritenute non gradite ai regimi. Anche nelle realtà più democratiche dell’occidente affiorano le prime difficoltà. “Noi non consideriamo la questione della libertà su Internet solo come una questione di libertà di espressione, ma investe la visione stessa del mondo in cui vogliamo vivere“, ha detto il consigliere del segretario di Stato per l’Innovazione, Alec Ross, che a Washington è intervenuto ad un seminario organizzato dal New America Foundation e da Slate, vicenda che contrappone Google alla Cina, sulla censura in rete. In Francia per Internet tira una brutta aria. “Internet e’ pericolosa per la democrazia dice il deputato dell’Ump Jean-Francois Cope’. La “trasparenza assoluta” è come l’ ”inizio del totalitarismo”, gli fa eco il consigliere del presidente della Repubblica Henri Guaino : “l’accusa contro Internet non e’ che il sintomo di qualcosa di più profondo: la paura primitiva di un media che rivela ciò che si vorrebbe tacere”, scrive Le Monde

Settembre 27th, 2009

Pfizer, il mostro di Kano, Nigeria: uccisi almeno 11 bambini in un esperimento illegale.

Sembra il canovaccio di un giallo cinematografico, invece, il caso di Kano, Stato della Nigeria settentrionale, in cui perirono almeno 11 bambini per la somministrazione illegale di un farmaco non ancora in commercio, che la multinazionale farmaceutica statunitense Pfizer stava sperimentando, è un Horror reale, ispirazione occasionale per un romanzo divenuto film di successo: The Costant Gardener dello scrittore John Le Carré.
Il Trovan, nome commerciale della trovafloxacina, era un antibiotico, sin dall’inizio ritenuto pericoloso dall’ente governativo statunitense per il controllo sui farmaci (Food and Drug Administration) in quanto comportava seri rischi di epatotossicità. Nonostante ciò, la Pfizer, colosso farmaceutico internazionale, con sede a New york e conosciuta in tutto il mondo per il Viagra, la nota pillola blu del piacere, nel 1996 ne sperimentò gli effetti in un campione di 100 bambini nigeriani, ai quali, a loro insaputa, venne fatto assumere il farmaco. Il test, che verrà dimostrato essere illegale e senza il consenso informato delle famiglie dei bambini, fu accompagnato dalla somministrazione, in un campione di controllo di altri 100 bambini, di un antibiotico concorrente e già presente sul mercato, il meglio noto Rocefin. L’occasione fu offerta dall’epidemia di meningite e rosolia che scoppiò in quell’anno nello stato del KANO nella Nigeria settentrionale. Senza alcuna autorizzazione, la casa farmaceutica, che aveva inviato al Kano Infectious Disease Hospital (IDH) un proprio team medico, camuffando l’operazione da aiuto umanitario, sperimentò in tal modo le proprietà del farmaco, causando la morte, con notevoli sofferenze per via dell’azione epatotossica del farmaco, di almeno 11 bambini e provocando inutili sofferenze a molti altri, che sopravvissero all’esperimento riportando cecità, sordità, paralisi, lesioni cerebrali, come Hajara, divenuta sordomuta .
I casi sono stati riportati e accertati da una commissione medica dello Stato, divenuta pubblica nel 2001 grazie a un giornalista del Washington Post e impugnate dall’allora giovane avvocato Etigwe Uwo . In alcuni casi, danni al fegato vennero registrati dopo due soli giorni di trattamento.

In seguito alle accuse formulate dal governo dello Stato nigeriano, la PFIZER produsse anche una autorizzazione alla sperimentazione che risultò essere un falso, o perlomeno una lettera retrodatata.
Dopo una lunga battaglia legale, combattuta negli States dallo stato del Kano, la Pfizer decise, infine, l’aprile scorso, di risarcire 75 milioni di dollari alle famiglie delle vittime, ai superstiti menomati, e alla regione della Nigeria che aveva sostenuto le spese legali del caso, evitando così un giudizio di colpa da parte del tribunale. Il farmaco non è mai stato approvato per la vendita in Europa, ed è stato ritirato dal commercio negli Stati Uniti.
Un lieto fine, ma solo in apparenza. Quanti esperimenti illegali, infatti, come questo della Pfizer, restano nell’ombra?

Luglio 14th, 2009

L’europea Shell Oil implicata nell’ abuso dei diritti umani in Nigeria

Un tribunale condanna la compagnia petrolifera al risarcimento di 15.5 milioni di dollari per la morte dell’attivista Ken Saro-Wiwa

Il Delta del Niger, una delle aree più ricche di greggio ma tra le più povere del mondo, é soggetta da anni a sfruttamento incondizionato delle sue risorse a spese del suo ecosistema e della salute della popolazione.
Le compagnie petrolifere, multinazionali che si contendono le aree di estrazione del greggio, sono spesso additate come le principali responsabili del grave danno ambientale dell’area e della corruzione che incenerisce i comunque considerevoli introiti economici dello Stato. Il governo Nigeriano, che da un lato spende le sue risorse in beni di lusso per il Presidente e il suo entourage, chiude un occhio sulle violazioni delle norme di protezione ambientale, che le compagnie peraltro legano ai numerosi sabotaggi operati sulle loro linee di estrazione, e ritira la mano quando si parla di benessere e sviluppo dei nativi.

La Shell Petroleum Development Company,  parte della olandese Royal Dutch Shell, è la principale compagnia petrolifera operante nella regione e il 6 luglio un tribunale newyorkese l’ha giudicata colpevole dell’uccisione di nove attivisti nigeriani tra cui Ken Saro-Wiwa, che nei primi anni ‘90 accusava la compagnia di gravi violazioni dei diritti umani, Tra le accuse più pesanti, quella di sostenere economicamente i militari e i funzionari governativi impegnati in attività repressive degli oppositori.

Il difficile percorso giudiziario iniziato in quegli anni è culminato con il riconoscimento del ruolo della compagnia nel supporto economico e logistico delle forze di polizia e dei soldati nigeriani, e con un’ammenda di 15,5 milioni di dollari, da destinare, in parte, a programmi di sviluppo e di scolarizzazione della popolazione della regione di Ogoni, di cui era originario l’attivista nigeriano.
Per la prima volta gli atti del processo sono stati resi pubblici, a differenza di altri simili casi, evidentemente secretati per evitare pericolosi precedenti, come quello della Unocal in Birmania, accusata nel 2004 di forme di sfruttamento della manodopera locale.

La rivalutazione dell’impatto ambientale e sociale dello sfruttamento petrolifero delle aree depresse del mondo sembra sempre più farsi largo tra le carte che affollano le scrivanie dei direttori delle multinazionali. Le grosse compagnie sempre più investono parte del loro capitale in progetti di sviluppo per migliorare la loro immagine costantemente sotto attacco delle associazioni per la difesa dei diritti umani in tutto il mondo, ma la tensione tra attivisti e popolazioni locali e le multinazionali resta sempre alta.

Febbraio 19th, 2009

Darfur: al via i colloqui di pace a Doha, sponsorizzati da Lega araba, ONU e UA

La fine delle ostilità in Darfur sembra ancora lontana, ma l’impegno internazionale è più forte

di- Mauro Annarumma su MeltinPotonweb
Martedì 11 febbraio è stata inaugurata la prima sessione dei nuovi colloqui di pace tra il governo sudanese, rappresentato dall’ assistente del Presidente Omar Hassan Al-Bashir Nafie Ali Nafie, e il Justice for Equality Movement (JEM), guidato da Khalil Ibrahim che, seppur meno popolare rispetto al Sudan Liberation Army (SLM) di Minnawi e di el-Nour, è ritenuto il gruppo meglio armato nel maculato panorama della guerriglia sudanese. L’incontro, il primo dal 2007 e dopo l’attacco alla capitale tentato dai ribelli del JEM l’anno scorso, ha avuto luogo al Doha Sheraton Hotel, in Qatar, ed è stato voluto da Lega Araba, Nazioni Unite e Unione Africana, in prospettiva di una eventuale e quanto mai auspicabile conferenza di pace. A differenza di altre simili iniziative tenute in passato a partire dal 2003, allorquando gruppi armati del Darfur insorsero contro il despotismo discriminatorio del governo centrale di Khartoum, e preso atto del rifiuto di Abdel Wahed Mohamed Ahmed al-Nour, leader carismatico della parte di SLM che non si riconobbe più nello storico leader Minni Arcua Minnawi all’indomani della firma degli accordi di pace di Abuja nel 2006, le altre parti coinvolte nel conflitto non sono state invitate: la decisione, se da un lato mina la portata di un eventuale accordo tra JEM e Khartoum, dall’altro lato tenderebbe a semplificare le trattative con uno dei due principali gruppi armati del fronte ribelle. Khalil Ibrahim chiede venga attribuito al proprio movimento un ruolo chiave nel governo del Sudan, lo smantellamento delle milizie governative e paramilitari alle dipendenze di Khartoum e l’integrazione dei propri uomini nelle forze regolari, la cessazione dei bombardamenti ai villaggi del Darfur e maggiori garanzie sulla effettiva distribuzione di aiuti umanitari e assistenza medica finora assoggettate al controllo e alla mediazione degli enti centrali. Dopo l’iniziale entusiasmo per quella che appariva una prima positiva giornata di colloqui, le posizioni delle due parti si sono però irrigidite, a causa della denuncia delle ennesime operazioni militari governative nell’area del Jebel Mara, roccaforte dei ribelli. A gettare ombre sull’ultima sessione dei colloqui è stata, ancor più, la notizia, diffusa dal New York Times ma smentita, secondo cui il Tribunale Penale Internazionale avrebbe deciso di dare via libera al mandato di arresto del Presidente sudanese, accusato dal Procuratore Capo Luis Moreno Ocampo di crimini di guerra. La decisione degli Alti Giudici della Corte Penale Internazionale si saprà tuttavia solo a fine mese, secondo le consuete ed ufficiali vie di comunicazione alla stampa. Voci e smentite che rientrano anch’esse nella difficile partita per la pace in Darfur.

Mauro Annarumma è Vice-Presidente di Italians for Darfur

Gennaio 4th, 2009

Darfur: 2008 da dimenticare, non resta che sperare in un 2009 migliore.

di Mauro Annarumma* da Italian Blogs for Darfur:

Anno orribile per l’Africa, il 2008: Kenia, Congo, Zimbabwe, Somalia, Sudan, sono solo alcuni dei Paesi che sono stati teatro di sciagure umanitarie nell’anno appena trascorso. Eppure ci aggrappiamo alla speranza che il nuovo anno possa essere migliore. Il 29 dicembre, nel Corno d’Africa, regione devastata da una crisi umanitaria paragonabile a quella del Darfur, si è dimesso Abdullahi Yusuf, signore della guerra e presidente, e le truppe etiopi si sono ritirate dalla Somalia.

Poco prima che il 2008 si chiudesse sancendo il fallimento delle aspirazioni di pace in Darfur, con poco più del contingente della missione ONU-UA dispiegato dopo oltre un anno e mezzo dal suo inizio ufficiale e sempre nuove rappresaglie delle forze governative contro ribelli e popolazione civile, il Governo Italiano preannunciava per il 2009 una ripresa dei lavori a livello internazionale che dovrebbe vedere finalmente anche il nostro Paese tra i fornitori di alcuni velivoli da trasporto. Ne hanno riferito ai giornalisti presenti alla conferenza stampa di fine anno il ministro della Difesa Ignazio la Russa e il capo di stato maggiore della Difesa Vincenzo Camporini. La missione, sin dall’inizio in forte crisi causa proprio la mancanza di almeno 18 elicotteri da trasporto fondamentali per il monitoraggio del territorio, “risponde all’esigenza di proteggere le popolazioni locali da una sorta di pulizia etnica che in qualche modo si suppone guidata da poteri politici locali”(APCOM).
Sempre nel 2009 è prevista la chiusura dell’ ospedale italiano ad Abeché a supporto della missione EUFOR e dei profughi del Darfur in Ciad, mentre sono stati attribuiti nuovi finanziamenti per l’invio in Darfur di 245 operatori nell’ambito della missione congiunta ONU e Unione Africana. Proprio Italians for Darfur, nei mesi scorsi, aveva promosso iniziative parlamentari atte a incoraggiare simili impegni, come la costituzione di un intergruppo alla Camera sulla crisi in Darfur e l’approvazione di un ordine del giorno relativo proprio all’impiego di elicotteri italiani nella regione sudanese.

Confido in ogni caso anche quest’anno nell’opera dei tanti missionari e dei volontari di tutto il mondo che traducono ogni giorno, quasi sempre lontano dai media, le nostre speranze in atti di quotidiana solidarietà. A loro va tutta la nostra più sincera gratitudine e sinceri auguri. In alto a destra, una delle tele di Riccardo Paracchini, pittore di Montano (Como): “due angeli che annunciano la Parola“.

 *Mauro Annarumma è vice-presidente fondatore e coordinatore campagna on-line di Italians for Darfur

Maggio 1st, 2008

SOMALIA: continua una delle più gravi crisi umanitarie al mondo

Oltre 320.000 persone hanno abbandonato la capitale Mogadiscio in meno di tre mesi, dal 1 febbraio al 20 aprile, secondo le ultime stime dell’ INternal Displacement Monitoring Center. Il numero totale degli sfollati si aggira ora a un milione almeno di profughi, numero che aumenta di circa 20.000 persone ogni mese (UNHCR), costrette a fuggire dalla violenza degli ISlamisti e dei signori della guerra in lotta per il controllo della capitale.

Le violenze continuano da anni, ma è soprattutto dopo la disfatta del governo Islamista alla fine del 2006 che la crisi umanitaria si è esacerbata, provocando circa due milioni di sfollati, che necessitano di alloggi, acqua e cibo. Il pericolo di attacchi ai convogli umanitari e la grave insicurezza che regna in Somalia non consente alle ONG di assistere i profughi. Le ONG stesse, per lo più occidentali, sono fatte bersaglio dai guerriglieri.
Soprattutto le coste della Somalia, data la localizzazione geografica, sono divenute scenario di argomenti di cronaca internazionale, per via degli attacchi alle imbarcazioni e al sequestro del personale di bordo a scopo di ricatto. L’anarchia divampa in Somalia, salvando relativamente la regione settentrionale del Paese, Somaliland, dichiaratasi indipendente dal 1991, sebbene non sia stata mai riconosciuta a livello internazionale, e organizzatasi in organi amministrativi e di sicurezza propri.

Aprile 4th, 2007

CRISI IN ZIMBABWE: L’AFRICA NON HA BISOGNO DI ALTRI MUGABE

Fonte: LA Times, IHT

Robert Mugabe, 83 anni, siede a capo dello Zimbabwe da ormai 27 anni. Ha messo a tacere le opposizioni, ha carcerato i dissidenti e sequestrato i giornalisti. Ma ora, stretto dalla morsa della crisi economica, il Paese chiede con forza il cambio di regime. E anche il Sud Africa, fedele partner economico, fa timidi passi indietro.
L’inflazione è al 1700%, stimato al 5000% a fine 2007, la disoccupazione riguarda tre quarti della popolazione,  più di tre milioni di persone sono fuggite nei Paesi confinanti. Il sistema scolastico e di assistenza sanitaria sono al collasso. Eppure il Presidente Mugabe non ha mai rinunciato a un volo per fare shopping a Londra .

Negli ultimi giorni molte ronde di poliziotti armati pattugliano le strade della capitale, per intimidire i commercianti che hanno indetto uno sciopero generale contro la grave crisi economica e civile del Paese[Reuters]. Il leader del principale movimento di opposizione, il Movement fo Democratic Change, Morgan Tsvangirai, è stato arrestato e molti suoi collaboratori rapiti e torturati.

Febbraio 13th, 2007

2 MILIONI DI BAMBINE SUBISCONO OGNI ANNO LA MUTILAZIONE GENITALE

Fonte: ElPais, Popoli

L’organizzazione umanitaria Save The Children ha presentato il 5 febbraio l’ultimo rapporto sulla mutilazione genitale della donna, una pratica tradizionale di molti Paesi, almeno 28 in Africa, che interessa 100-130 milioni di donne all’anno. Somalia, Egitto, Mali e Etiopia le zone dove la pratica è maggiormente diffusa: il 98% delle donne in questi Paesi sarebbe costretta a subirla. Ma il fenomeno della emigrazione sta portando in Europa anche le sconcertanti usanze di queste popolazioni: in silenzio, tra le mura delle proprie abitazioni o più frequentemente in quelle delle stesse donne più anziane della famiglia o in Patria, le bambine tra i 12 e i 14 anni vengono sottoposte a questa che può essere considerata come una tortura, uno strumento di repressione e controllo della sessualità femminile .

Credenze religiose, falsi miti, distorsioni culturali, sono all’origine della mutilazione, praticata quasi sempre in scarse condizioni igieniche, senza anestesia, con ferri non sterilizzati. Tra le conseguenze, oltre alle pesanti ripercussioni psicologiche, sulla sessualità e l’autostima delle vittime, anche disfunzioni fisiologiche, difficoltà al parto, infertilità.

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