Aprile 5th, 2010

Harry Wu: il viaggio della dissidenza in Cina

di Mauro Annarumma per Mpnews

Nell’aprile 1960 le autorità comuniste cinesi arrestano Harry Wu. Gettato in un campo di lavoro  Laogai, non è stato mai formalmente incriminato. Ha trascorso i successivi 19 anni in un girone infernale  di lavoro estenuante, soffrendo la fame e la tortura. Harry Wu, autore di “Laogai: il Gulag cinese” (1992), “Bitter Winds” (1994), e “Troublemaker” (1996), dal 1992 aiuta a far luce su questo aspetto poco noto del sistema repressivo cinese.
Laogai, la più ampia rete occulta e di campi di lavoro forzato nel mondo. Un sistema di campi di concentramento voluto da Mao. La Laogai Research Foundation, di cui Harry Wu è direttore e fondatore, ha individuato almeno 1000 campi in Cina e stima il numero dei detenuti intorno ai 6 milioni di persone. Vi finisce dentro chiunque non sia d’accordo con il regime o tenti di contestarlo: attivisti pro-democrazia, sindacalisti, religiosi e fedeli di varie fedi e minoranze etniche come i tibetani, gli uiguri e i mongoli.

Il Laogai è articolato in diversi componenti che vanno dai Laogai veri e propri, alle prigioni, con centri di detenzione amministrativa (cioè senza un processo) e centri di detenzione dove vengono rinchiusi sia i condannati a sentenze di breve durata, sia i condannati a morte. Poi ci sono i centri di detenzione lavoro forzato per minorenni, e infine una Sezione del”Personale addetto al lavoro forzato”, cioè le persone che hanno scontato la loro pena, ma che sono state ritenute “non del tutto riabilitate” e che quindi sono costrette a continuare i lavori forzati. L’utilizzazione dei prigionieri come manodopera a basso costo ha creato in Cina la nuova economia del lavoro forzato, concepita come parte integrante del sistema economico.

Oggi  la Laogai Research Foundation ha esteso le sue inchieste occupandosi  anche di esecuzioni pubbliche, del fiorente commercio di organi sottratti ai condannati a morte senza il preventivo consenso, delle persecuzioni per motivi religiosi e dell’applicazione coatta della politica riproduttiva (la “legge sul figlio unico”), che sottopone le donne all’aborto forzato o all’intervento di sterilizzazione, fino alla confisca dei beni e all’internamento. In base ai documenti raccolti dalla Laogai Research Foundation, la pratica di raccogliere gli organi espiantati risale alla fine degli anni ‘70 e che le esecuzioni,si pensa, siano circa da 8 a 10mila all’anno, tuttavia sul numero c’è il segreto di stato dal ‘49.
La mancanza di libertà religiosa fa parte di quella più ampia  violazione dei diritti umani chiamata divieto di espressione. In Cina, internet, i giornali, le televisioni e il resto dei media sono sotto il totale controllo del regime.

Purtroppo, nonostante le riforme e la conversione al libero mercato, il Governo di Pechino non ha introdotto alcuna libertà dal punto di vista politico. Il sistema legale è stato spesso criticato come arbitrario, corrotto e incapace di fornire la salvaguarda delle libertà e dei diritti fondamentali. Dopo la feroce repressione del movimento di piazza Tiananmen nel 1989, un gruppo coraggioso di intellettuali cinesi ha redatto un documento denominato Carta 08, firmata da oltre 8.000 cittadini cinesi, chiedendo riforme democratiche. Le autorità comuniste hanno reagito duramente: molti sono stati interrogati e posti sotto sorveglianza, le loro case perquisite, il noto autore e filosofo Liu Xiaobo è stato illegalmente in carcere per la paternità di questo documento innovativo.
Rimane comunque spazio per la speranza.

Agosto 12th, 2008

LE OLIMPIADI DEL TERRORE. VIDEO SHOCK: ANIMALI SCUOIATI VIVI IN CINA

Solo per adulti (attenzione, immagini molto forti): http://it.youtube.com/watch?v=O_8Ko-9uKRs

Giugno 4th, 2007

4 GIUGNO: TIENI A MENTE TIEN AN MEN

Diritti umani in Cina: non sono un gioco.

Ricorre oggi l’anniversario del massacro di Piazza Tienanmen, Pechino, avvenuto il 4 giugno 1989 per sopprimere la manifestazione degli studenti cinesi che denunciavano la corruzione e l’instabilita’ economica del Paese.

In Cina, ancora oggi, non e’ ammesso commemorare le giovani vittime di Piazza Tien An Men.

Maggio 28th, 2007

LU DUCHENG IN ITALIA PER RICORDARE IL MASSACRO DI TIEN AN MEN

Riceviamo e pubblichiamo:

Il 23 maggio del 1989, tre giovani cinesi lanciarono gusci d’uova pieni di vernice sul ritratto di Mao Zedong ed attesero di proposito la polizia per essere arrestati. Da questo episodio e’ derivato loro l’appellativo di “Three Gentlemen”. Undici giorni dopo l’esercito cinese represse crudelmente la rivolta con il massacro di Piazza Tian An Men dove, secondo la Croce Rossa, almeno 2600 persone furono uccise. I tre “gentiluomini” : Lu Decheng, Yue Zhijing e Yu Dungyae furono imprigionati per numerosi anni. Yue e Yu, ora malato mentale a causa di abusi e torture, vivono in miseria in Cina. Lu Decheng, dopo dieci anni nei LAOGAI, vive ora in Canada, come rifugiato politico.

La Laogai Research Foundation e la CISL Piemonte hanno invitato in Italia Lu Decheng, dal 1 all’8 giugno prossimo, per commemorare, con una serie di manifestazioni, il diciottesimo anniversario del Massacro di Piazza Tian An Men.

La sera del venerdi’ 1 giugno avra’ luogo un concerto in Piazza a Nettuno. Domenica 3 giugno a Torino vi sara’ un incontro con l’On.le Pietro Marcenaro, Presidente della Commissione Interparlamentare per i Diritti Umani ed un convegno organizzato dalla CISL con il patrocinio della citta’ di Torino. Lunedi’ 4 giugno Lu Decheng presiedera’ una riunione con studenti, lavoratori e sindacalisti presso la CISL di Bergamo. A Roma, il 5 Giugno sono previste riunioni presso il Parlamento Italiano e la Segreteria Nazionale della CISL. Alle 17,00 sempre del 5 Giugno, Lu Decheng parlera’ agli studenti presso l’Aula VI dell’Universita’ LUMSA. Il 6 vedra’ Lu Decheng presenziare un convegno organizzato da Amnesty International ed il 7 vi sara’ una conferenza, patrocinata dal XXmo Municipio, presso la Torretta di Ponte Silvio.

Lu Decheng ripartira’ il venerdi’ 8 giugno per la Danimarca dove incontrera’ altri rifugiati politici e sopravvissuti ai LAOGAI

Maggio 8th, 2007

TIBETANI DEPORTATI, VERGOGNA DELL’ UMANITA’

fonte: DossierTibet

Il Partito Comunista Cinese si è a lungo interrogato sulle ragioni della mancata “assimilazione” dei nativi ed è giunto alla conclusione che senza una radicale riorganizzazione del territorio non è possibile cancellare l’identità nazionale tibetana .
Cultura tradizionale e religiosità diffusa si possono estirpare soltanto se si cambia radicalmente la vita quotidiana di pastori e contadini, se li si allontana definitivamente dalle terre d’origine concentrandoli in aree dove sia possibile la “ricostruzione controllata” di una identità finalmente compatibile con lo sviluppo socialista.
Nei mesi scorsi è stato così emanato un provvedimento che impone a tutti i tibetani che ancora vivono nei villaggi situati a ridosso delle grandi arterie di trasferirsi , a loro spese, nei “gulag” realizzati in zone facilmente controllabili dalle forze di sicurezza cinesi.
Dalle prime immagini dei confortevoli loculi (3 metri x 4, privi di elettricità e di acqua potabile, ma sui quali sventola la rossa bandiera del PCC !) deduciamo che si avvicina ormai la soluzione finale della questione tibetana.
Infatti accanto alle nuove “abitazioni” non c’è spazio per greggi ed armenti ed i tibetani saranno quindi costretti a svendere bestiame ed animali da cortile ,loro unica fonte di sostentamento , prima di “trasferirsi”nei nuovi campi di concentramento.
Inoltre la baracca viene loro venduta a prezzi esorbitanti ( $6,000 ,l’equivalente di 20 anni di lavoro ! ) ed il ricavato della vendita del bestiame potrà forse servire per versare un piccolo acconto, ma per saldare il debito dovranno chiedere un prestito ad una banca cinese; prestito che difficilmente potranno mai restituire.
Indebitati e disoccupati finiranno così per essere arrestati per morosità .
Mentre chi avrà osato sfidare l’ingiunzione governativa si vedrà radere al suolo la vecchia abitazione !
E questo è solo l’inizio della deportazione di tutti i pastori, di tutti i contadini che ancora vivono nelle campagne del Tibet.
Se l’esperimento avrà successo presto sorgeranno ovunque “insediamenti moderni”dove i nativi verranno” invitati” a trasferirsi pena l’arresto ed il sequestro di tutti i beni.
Ma nessuno ormai osa più denunciare i crimini commessi dalla cricca al potere e lo stesso Governo Tibetano in Esilio evita con cura di informare il mondo libero sulle deportazioni in atto.
Le poche immagini pubblicate sul sito della BBC da un coraggioso reporter sono state presto rimosse per non irritare Pechino.
Fonti della resistenza tibetana riferiscono che al 7 Maggio 2007 sono già oltre 250.000 i contadini deportati nei “villaggi socialisti”
Dopo l’inaugurazione della ferrovia ,che ha già portato in Tibet migliaia di nuovi coloni,oggi non possiamo assistere impotenti alla più grande deportazione di massa dai tempi di Stalin.

Firma: petizione popolare promossa dalla Campagna di Solidarietà con il Popolo Tibetano

Marzo 11th, 2007

CINA: L’ AVVOCATO GAO ZHISHENG E’ FINALMENTE LIBERO

Fonte: Amnesty International

Il 15 febbraio scorso, l’avvocato Gao Zhisheng è uscito dal carcere nel quale era detenuto. La mobilitazione internazionale, il coraggio dei difensori dei diritti umani in Cina hanno riportato la luce della speranza nel cuore di Gao, difensore di giornalisti, praticanti del Falun Gong, cattolici e contadini. Era in carcere dal 22 dicembre 2006.

Marzo 11th, 2007

48° ANNIVERSARIO DELL INSURREZIONE DI LHASA: “LIBERTA’ E INDIPENDENZA”

Tratto da:  Associazione Italia Tibet
Il 10 marzo 1959 i tibetani, esasperati dai soprusi e dalle vessazioni subite ad opera dei cinesi, entrati in Tibet, un paese allora libero e indipendente, nel 1950, la popolazione di Lhasa insorse e il risentimento dei tibetani sfociò in un’aperta rivolta nazionale. Un imponente assembramento di popolo si riunì intorno al Norbulinka, il Palazzo d’Estate, dove si trovava il Dalai Lama. Di fronte alle evidenti mire colonialiste della Cina che brutalmente tacitava qualsiasi forma di resistenza, si accaniva sulla popolazione civile e, di fatto, esautorava lo stesso Dalai Lama da ogni potere, la gente chiese apertamente al governo di rifiutare ogni inutile compromesso con Pechino e, con grande determinazione, gridò ai cinesi di lasciare il Tibet. La parola d’ordine era “Libertà e Indipendenza”.

Sono passati quarantotto anni e la situazione in Tibet non è cambiata. A fronte delle moderate richieste del Dalai Lama che dall’esilio chiede che al suo paese sia riconosciuta almeno una forma di reale autonomia in grado di consentire la sopravvivenza del patrimonio culturale tibetano, Pechino risponde con arroganza e infierisce sulla popolazione con disumani metodi repressivi sia fisici sia psicologici. Frustrati dalla mancanza di risultati concreti, un numero sempre maggiore di tibetani è deciso a mettere in gioco la propria vita perché il Tibet si possa salvare: come nel 1959, “Libertà e Indipendenza” sembra essere il grido che si leva dalle fila del popolo del Tibet.

Febbraio 10th, 2007

ANCORA ARRESTATA L’OTTANTENNE MEDICO ANTI-AIDS

Articolo tratto da: Il Giornale

È nuovamente agli arresti domiciliari Gao Yaojie, la scomoda dottores­sa diventata un caso in Cina per la sua battaglia in difesa dei malati di Aids. La dotto­ressa Gao, 80 anni, aveva ricevuto per il 14 marzo un in­vito a Washington, dove do­vrebbe ricevere un premio per i diritti civili, ma da di­versi giorni il suo telefono squilla a vuoto e nemmeno i suoi familiari possono farle visita.

Alla fine degli anni Novan­ta la dottoressa Gao aveva fatto nella sua regione dello Henan una pubblica raccol­ta di fondi per gli orfani di migliaia di persone ammala­tesi di Aids a causa di uno scandalo a base di sangue e siringhe riciclate. Già nel 2001 e nel 2003 le era stato impedito di andare all’este­ro per ritirare premi per il suo impegno civile: sarebbe stata una scomoda testimo­ne di scandali che a Pechino si era deciso di nascondere. Ora la brutta storia si ripete.

Gennaio 15th, 2007

LA CINA SI FA BELLA, MA CONDANNA I CONTADINI DEL TIBET ALLA FAME

Fonte: MarcoVasta , Human Rights Watch

Stanno cominciando a comparire gli effetti del Namdrang Rangdrik (programma fai-da-te) lanciato nel 2005 dal governo cinese. Entro 2 o 3 anni gli abitanti dei villaggi, soprattutto chi abita presso una via principale, devono costruire nuove case secondo precise indicazioni. Sono così diventate frequenti file di case in blocchi uguali con una bandiera rossa su ogni tetto, specie intorno alle grandi città come Lhasa e nelle vicinanze degli edifici pubblici. L’impegno economico è gravoso per persone già in gravi ristrettezze. Una casa conforme agli standard del governo costa in media 4.200 euro. Il governo non presta più di 1.200 dollari. Le famiglie debbono chiedere il resto a banche, ma se non lo restituiscono perdono il diritto sulla nuova casa. Non è loro possibile rifiutarsi: alcuni che lo hanno fatto, hanno visto la loro casa abbattuta dai bulldozer del governo.
Poche case sono dotate di acqua ed elettricità (come la gran parte della Cina rurale), in genere sono più piccole delle vecchie e mancano di un cortile per allevare animali e venderli, attività che qui è un’importante fonte di reddito. È evidente l’intento di separare la popolazione rurale tibetana dal suo modo di vita, nel nome dello sviluppo economico.

EVENTO: 19/01-VERBANIA “CINA e TIBET: i diritti negati”

Dicembre 25th, 2006

CINA: LA POLIZIA SEDA CON LA VIOLENZA LA PROTESTA DEI LAVORATORI

Fonte: The Epoch Times

Si è scatenata il 24 dicembre in un quartiere dormitorio la protesta di centinaia di operai, soprattutto giovani donne, che chiedevano il pagamento di due mesi di stipendi non ancora ricevuti dal direttore Zhou Gonglu, ora introvabile.
La Hangzhou Pushu Clothing Co., Ltd., secondo gli stessi lavoratori, non era in possesso della necessaria licenza.

La polizia è stata mobilitata in forze dalle autorità, che hanno autorizzato l’uso della forza e di un gas accecante per placare la protesta.
A scatenare l’ira dei lavoratori è stata in molti casi il digiuno prolungato per giorni e l’abbandono forzato delle case in affitto, in seguito al mancato pagamento della retta.

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