di Mauro Annarumma per Mpnews
Nell’aprile 1960 le autorità comuniste cinesi arrestano Harry Wu. Gettato in un campo di lavoro Laogai, non è stato mai formalmente incriminato. Ha trascorso i successivi 19 anni in un girone infernale di lavoro estenuante, soffrendo la fame e la tortura. Harry Wu, autore di “Laogai: il Gulag cinese” (1992), “Bitter Winds” (1994), e “Troublemaker” (1996), dal 1992 aiuta a far luce su questo aspetto poco noto del sistema repressivo cinese.
Laogai, la più ampia rete occulta e di campi di lavoro forzato nel mondo. Un sistema di campi di concentramento voluto da Mao. La Laogai Research Foundation, di cui Harry Wu è direttore e fondatore, ha individuato almeno 1000 campi in Cina e stima il numero dei detenuti intorno ai 6 milioni di persone. Vi finisce dentro chiunque non sia d’accordo con il regime o tenti di contestarlo: attivisti pro-democrazia, sindacalisti, religiosi e fedeli di varie fedi e minoranze etniche come i tibetani, gli uiguri e i mongoli.
Il Laogai è articolato in diversi componenti che vanno dai Laogai veri e propri, alle prigioni, con centri di detenzione amministrativa (cioè senza un processo) e centri di detenzione dove vengono rinchiusi sia i condannati a sentenze di breve durata, sia i condannati a morte. Poi ci sono i centri di detenzione lavoro forzato per minorenni, e infine una Sezione del”Personale addetto al lavoro forzato”, cioè le persone che hanno scontato la loro pena, ma che sono state ritenute “non del tutto riabilitate” e che quindi sono costrette a continuare i lavori forzati. L’utilizzazione dei prigionieri come manodopera a basso costo ha creato in Cina la nuova economia del lavoro forzato, concepita come parte integrante del sistema economico.
Oggi la Laogai Research Foundation ha esteso le sue inchieste occupandosi anche di esecuzioni pubbliche, del fiorente commercio di organi sottratti ai condannati a morte senza il preventivo consenso, delle persecuzioni per motivi religiosi e dell’applicazione coatta della politica riproduttiva (la “legge sul figlio unico”), che sottopone le donne all’aborto forzato o all’intervento di sterilizzazione, fino alla confisca dei beni e all’internamento. In base ai documenti raccolti dalla Laogai Research Foundation, la pratica di raccogliere gli organi espiantati risale alla fine degli anni ‘70 e che le esecuzioni,si pensa, siano circa da 8 a 10mila all’anno, tuttavia sul numero c’è il segreto di stato dal ‘49.
La mancanza di libertà religiosa fa parte di quella più ampia violazione dei diritti umani chiamata divieto di espressione. In Cina, internet, i giornali, le televisioni e il resto dei media sono sotto il totale controllo del regime.
Purtroppo, nonostante le riforme e la conversione al libero mercato, il Governo di Pechino non ha introdotto alcuna libertà dal punto di vista politico. Il sistema legale è stato spesso criticato come arbitrario, corrotto e incapace di fornire la salvaguarda delle libertà e dei diritti fondamentali. Dopo la feroce repressione del movimento di piazza Tiananmen nel 1989, un gruppo coraggioso di intellettuali cinesi ha redatto un documento denominato Carta 08, firmata da oltre 8.000 cittadini cinesi, chiedendo riforme democratiche. Le autorità comuniste hanno reagito duramente: molti sono stati interrogati e posti sotto sorveglianza, le loro case perquisite, il noto autore e filosofo Liu Xiaobo è stato illegalmente in carcere per la paternità di questo documento innovativo.
Rimane comunque spazio per la speranza.

Il 23 maggio del 1989, tre giovani cinesi lanciarono gusci d’uova pieni di vernice sul ritratto di Mao Zedong ed attesero di proposito la polizia per essere arrestati. Da questo episodio e’ derivato loro l’appellativo di “Three Gentlemen”. Undici giorni dopo l’esercito cinese represse crudelmente la rivolta con il massacro di Piazza Tian An Men dove, secondo la Croce Rossa, almeno 2600 persone furono uccise. I tre “gentiluomini” : Lu Decheng, Yue Zhijing e Yu Dungyae furono imprigionati per numerosi anni. Yue e Yu, ora malato mentale a causa di abusi e torture, vivono in miseria in Cina. Lu Decheng, dopo dieci anni nei LAOGAI, vive ora in Canada, come rifugiato politico.
Il 10 marzo 1959 i tibetani, esasperati dai soprusi e dalle vessazioni subite ad opera dei cinesi, entrati in Tibet, un paese allora libero e indipendente, nel 1950, la popolazione di Lhasa insorse e il risentimento dei tibetani sfociò in un’aperta rivolta nazionale. Un imponente assembramento di popolo si riunì intorno al Norbulinka, il Palazzo d’Estate, dove si trovava il Dalai Lama. Di fronte alle evidenti mire colonialiste della Cina che brutalmente tacitava qualsiasi forma di resistenza, si accaniva sulla popolazione civile e, di fatto, esautorava lo stesso Dalai Lama da ogni potere, la gente chiese apertamente al governo di rifiutare ogni inutile compromesso con Pechino e, con grande determinazione, gridò ai cinesi di lasciare il Tibet. La parola d’ordine era “Libertà e Indipendenza”.




