Febbraio 15th, 2010

Che cosa è successo in Cile? Il popolo cileno sceglie a destra e vota Sebastiano Pinera alle presidenziali.

M.A. per MPnews

Sebastián Piñera , leader del partito Renovación Nacional e capo della Coalición por el Cambio , è il nuovo Presidente del Cile, eletto al ballottaggio del 17 gennaio 2010. Sebastián Piñera ha raggiunto il 51,6% dei voti vincendo con una percentuale pari al 3,23% di voti in più sul rivale Eduardo Frei (48,38).
Il Presidente della svolta a Destra cilena è Miguel Juan Sebastián Piñera Echenique, che interrompe la tradizione degli ultimi vent’anni, che hanno visto tutti presidenti cileni di sinistra.
Nulla da fare invece per Eduardo Frei , esponente della coalizione di centro sinistra che finora ha guidato la “Concertación de partidos por la democrazia”. La Coalicion por el cambio non è riuscita però ad ottenere la maggioranza, né alla Camera né al Senato. se non con un instabile sistema di alleanze esterne.
La notte scorsa in TV Piñera si è rivolto ai Cileni con un tono conciliante, promettendo un governo di unità nazionale. Ha promesso una maggiore istruzione, una migliore salute e un milione di posti di lavoro. Ha ribadito l’attenzione nel suo discorso al crimine e al traffico di droga e … maggiore preoccupazione per i disabili. Come fara? Resta da vedere. anche se appare già difficile che possa muovere il primo passo: una memoria storica che renda giustizia alle migliaia di desaparecidos. Difficile, visto che nelle ultime settimane Piñera ha addirittura ipotizzato la possibilità di utilizzare nel suo governo ministri che abbiamo lavorato con Pinochet durante la dittatura militare.
Carovane di veicoli passavano gridando in un megafono, “¡Allende se siente!, Piñera Presidente”. un odore di fascismo che ricorda le prime parole pronunciate in televisione dagli uomini di Piñera nel settembre del 1973 dopo il colpo di stato di Pinochet: “Non Ci saranno vincitori né vinti”. E un paio di giorni dopo cominciarono a scomparire e / o essere uccisi oltre 3.000 cileni, mentre altri 30.000 sono stati alla tortura nei campi. . Quel giorno, l’11 settembre 1973, rimane la linea che divide in due il Cile: nonostante siano acclarati i crimini della destra cilena, la stessa destra non ha mai voluto staccarsi da Pinochet, sostenendo la sua importanza nella battaglia contro il comunismo. Dall’altra parte i familiari dei desaparecidos, e la sinistra democratica che non vuole dimenticare.
Si aprono adesso interessanti scenari in tutto il Sud America: la vittoria di un miliardario, proprietario di mezzi di comunicazione, e massimo esponente della Destra cilena, si contrappone ai grandi presidenti di sinistra che sono ancora la maggioranza in tutte le ex-colonie spagnole: da Hugo Chávez (Venezuela) ad Evo Morales (Bolivia), passando per RaffaelCorrea (Ecuador), Cristina Kirchner (Argentina), Fernando Lugo (Paraguay), Tabaré Vázquez (Uruguay), Alan García Pérez (Perù), e senza dimenticare il presidente brasiliano Lula. Unica eccezione, prima di Piñera, il presidente colombiano Álvaro Uribe,. Insomma, quella di Piñera è una bella scommessa del popolo cileno che l’ha eletto. E gli effetti della sua politica potrebbero avere diverse ripercussioni sui vicini “rossi” del Cile.

Dicembre 27th, 2009

Il Presidente socialista di El Salvador prende le distanze dal socialismo del XXI secolo Il neo-eletto Mauricio Funes non risponde alla chiamata del venezuelano Ugo Chavez che vuole rilanciare le alleanze socialiste internazionali.

di Mauro Annarumma per Mpnews

L’El Salvador non prenderà parte ad una eventuale nuova internazionale socialista, auspicata dal presidente venezuelano Ugo Chavez e tradottasi in un appello ai Paesi sudamericani il 20 Novembre scorso a Caracas, durante un incontro con ben 55 gruppi e partiti di sinistra provenienti da 31 Paesi. Al termine di quest’incontro, la maggioranza dei delegati aveva approvato un documento programmatico, il Caracas Commitment, che fissava ad Aprile prossimo il nuovo appuntamento costituente, come risposta alla “crisi strutturale del capitalismo, economica, ecologica, alimentare, energetica”: una “minaccia mortale per l’umanità e la Terra”, la cui sola alternativa possibile sarebbe il “socialismo del XXI secolo”.

Mauricio Funes, primo presidente socialista del Salvador dopo venti anni di incontrastato dominio dell’oligarchia di destra, ha escluso, infatti, ogni partecipazione del suo Paese ad eventuali alleanze transamericane socialiste, come l’ALBA, la Bolivarian Alliance for the Americas, creata da Venezuela e Cuba nel 2004, alla quale hanno poi aderito anche Ecuador, Nicaragua, Bolivia, Honduras e alcune isole dei Caraibi. La dichiarazione di Funes è seguita a quella del suo partito, il Frente Farabundo Martì de Liberation (FMLN) che, al contrario, aveva fatto sapere di voler partecipare alla costituente di una nuova internazionale socialista.

Amico del presidente brasiliano Luis Inacio Lula da Silva, leader moderato di sinistra, Funes ha poi ribadito l’importanza strategica dell’alleanza con gli Stati Uniti, in considerazione anche degli oltre tre milioni di emigrati salvadoregni negli States, principale sostenitore, tra l’altro, della difficile e sanguinosa lotta alla criminalità delle gang salvadoregne, resesi responsabili di oltre mille morti dall’inizio dell’anno, tra cui quella del giornalista Christian Poveda, il settembre scorso, colpevole di aver voluto raccontare il mondo delle Mara, le bande salvadoregne.

Ma non è solo una scelta geopolitica ad aver determinato una presa di posizione così netta, contro la turbativa venezuelana. L’El salvador, dopo decenni di incontrastato dominio dei latifondisti e delle alte gerarchie militari, non può permettersi di aprire un nuovo fronte di scontro aperto con i gruppi di potere, non solo politico ma anche - soprattutto - economico, che ancora permangono nella società come nel parlamento. Povertà, scarsa scolarizzazione, iniqua distribuzione delle risorse sono tra le emergenze che l’esecutivo deve fronteggiare per rispondere alle aspettative della maggioranza dell’elettorato che proprio in Funes, già giornalista socialista, ha intravisto la svolta democratica per il proprio Paese. Il “cambio seguro”, come veniva assicurato nei manifesti della sua campagna elettorale, necessita, innanzitutto, di stabilità, ha ripetuto recentemente il Presidente ai giornalisti che gli chiedevano della sua presa di posizione, palesemente in contrasto con lo FMLN che lo ha candidato.

Distanze che lo stesso Funes non hai mai nascosto, semmai esaltate anche simbolicamente nel corso della campagna elettorale, quando si faceva riprendere dai fotografi in camicia bianca accanto a quella rossa di Sánchez Cerén, leader del Frente de Liberation.

Giugno 30th, 2009

La “Otra Salud”, l’emergenza sanitaria che non fa notizia

L’influenza suina non fa più paura, ma le condizioni sanitarie nel Sud del Messico restano gravi.

di Mauro Annarumma per Meltin’Pot (Univ. Roma Tre)

Dopo settimane di dichiarazioni allarmiste dell’Organizzazione Mondiale per la Salute, che sembrava inseguire i lanci in prima pagina dei principali quotidiani di tutto il mondo sull’influenza suina, è calato il silenzio soporifero sulla paventata pandemia del virus AH1N1. Secondo i dati forniti dal Ministro della Salute messicano, José Angel Cordova, circa il 70% dei casi si sono concentrati nella capitale, dove un ferreo controllo del rispetto delle nuove norme sanitarie avrebbe impedito l’ulteriore diffusione del virus. Le aree limitrofe, come Tlaxcala, Oaxaca e Chiapas, sono state interessate solo marginalmente dall’influenza suina, ma le condizioni sanitarie della regione, la più povera del Messico, restano precarie e l’assistenza medica insufficiente, lasciando la popolazione in uno stato di emergenza sanitaria cronica: è latitante il governo centrale, che tende ad adottare una linea politica discriminatoria verso le popolazioni indigene dell’area e si limita spesso a distribuire fondi pubblici a enti o strutture poco radicate nel territorio, secondo quanto denunciano le organizzazioni umanitarie che operano nell’area, e alle quali è devoluta l’assistenza vera e propria, come la Croce Rossa e Medici senza Frontiere. Come nelle altre aree depresse del Paese, a pagare il prezzo più alto della grave condizione economica e sociale della popolazione sono le donne, vittime dei pregiudizi culturali e delle tradizioni discriminanti che relegano la figura femminile ai margini della società. Le numerose gravidanze, spesso in giovanissima età, vengono portate a termine senza alcun controllo medico, e molte si risolvono con la morte della partoriente. Le precarie condizioni sanitarie si riflettono anche sul rischio di morte per i bambini al di sotto di un anno di vita, oltre il 60% più elevato rispetto alla media nazionale: ogni 10.000 nati vivi, quasi 300 muoiono a meno di 12 anni di età. Tra le cause principali vi sono malattie tropicali o legate alla scarsa qualità della vita, quali bronchiti, dissenterie gravi, colera, tripanosomiasi, febbre gialla, malaria, malattie respiratorie, TBC, parassitosi intestinali, e la denutrizione, che interessa oltre la metà della popolazione indigena e fino all’ottanta per cento della popolazione nella zona della Selva Locandona, non raggiunta da servizi per le acque potabili e fognarie. Il perdurare, inoltre, del conflitto a bassa intensità tra il Governo e le comunità autogestite del Chiapas, rafforza la tendenza dei locali a non usufruire dei servizi sanitari ufficiali, che svolgono anche una funzione di controllo e censimento della popolazione, e moltiplica i tentativi di organizzazione in sistemi autonomi ancora lontani però dal poter garantire una efficace assistenza sanitaria. I servizi sono centrati sulla figura del “Promotore di salute”, depositario della tradizionale medicina maya e della medicina contemporanea, e rappresentano un modello alternativo di sanità al servizio della comunità e, nelle intenzioni, lontano dalle logiche di mercato. Ciononostante, medicinali e strumenti diagnostici vengono ancora forniti dalle organizzazioni umanitarie e dalle associazioni internazionali, rivelando prime contraddizioni di un modello in divenire.

Foto di F Ricci

Foto di Francesco Ricci

Giugno 8th, 2009

Quale sinistra in El Salvador?
Il Presidente Funes guida il primo governo salvadoregno di sinistra, tra spinte riformiste e radicalismo venezuelano.

Il nuovo governo di Mauricio Funes, presidentes di El Salvador, sembra voler  guidare il Paese del Centramerica, schiacciato da anni di guerra civile e povertà, verso un cammino di espiazione simbolica dei crimini e delle pene ad esso inflitte dal governo della oligarchia militare e latifondista salvadoregna negli ultimi venti anni.

Dal 1980 al 1992, nel piccolo Stato dell’El Salvador si è combattuta una sanguinosa guerra tra i guerriglieri del Frente Farabundo Martì de Liberaciòn Nacional (FMLN) di estrema sinistra e i miliziani della estrema destra al governo, i cui militari godono ancora dell’amnistia del 1993. Con oltre 70000 morti, si pensò allora di chiudere un’era, ma il dramma di migliaia di famiglie perdura sino ad oggi. Da un osservatorio privilegiato quale quello in cui mi sono trovato  in El Salvador nel 2004, prima il main field delle Forze speciali aviolanciate e poi l’ambasciata italiana, ho colto nel suo agghiacciante contrasto i due volti della società salvadoregna: nonostante l’affollarsi di numerose agenzie straniere di sviluppo, per i cui operatori sono stati erette come piramidi nel deserto moderni centri commerciali dotati dei migliori prodotti di consumo, le condizioni di vita restano precarie. L’elite del Paese, ancora oggi militari e grossi proprietari terrieri vicini al Partito di destra “Arena”, usufruiscono di discoteche e locali notturni, per lo più nel quartiere residenziale in cui sorgono grandi ville circondate da alte mura e temibili guardie armate, che non mancano neanche dinanzi a locali commerciali, come anche alle porte di semplici farmacie. Gran parte della popolazione continua a vivere intorno alla capitale, nella densa boscaglia che la circonda, ed è comune osservare giovanissimi studenti in uniforme scolastica scomparire tra gli alberi al termine delle lezioni. Bassa scolarizzazione, garantita per lo più dalle scuole missionarie numerose in centramerica, piccola e diffusa criminalità ed estrema povertà, sono ancora una piaga per il Paese.

In un simile contesto e in un momento storico in cui riprendono piede in America Latina i partiti e i movimenti di sinistra, risulta significativa l’assenza, nel giorno del giuramento del nuovo governo, del presidente venezuelano Hugo Chavez e del boliviano Evo Morales, leaders di una sinistra violenta e antidemocratica, soffocatrice della libertà di espressione e in costante conflitto con le opposizioni. Assenze che alimentano un acceso dibattito all’interno della classe politica latinoamericana, che si interroga ora sulla direzione che il nuovo presidente, un ex giornalista eletto tra le fila dello FMLN, sembra aver scelto nel corso dei primi mesi del suo mandato, apertosi con elogi al Presidente degli Stati Uniti, Obama, e al governo del brasiliano Lula dai quali, ha dichiarato Funes, intende prendere esempio. Ma altrettanto significativa è la decisione, subito annunciata, di riallacciare le relazioni diplomatiche con Cuba, dopo oltre 40 anni.

Mauricio Funes, anno 1959, è stato il primo candidato dello FMLN che non abbia avuto un passato da guerrigliero, ma le spinte della dirigenza del Fronte, apparentemente più a suo agio con il radicalismo venezuelano che con il pragmatismo brasiliano, non potranno che avere un peso rilevante nella collocazione politica del nuovo El Salvador.

Marzo 30th, 2009

Moriva 29 anni fa Oscar Romero, il vescovo dei poveri dell’El Salvador

Nel giorno della commemorazione del suo assassinio si accendono le speranze per una svolta politica del Paese dopo le elezioni che hanno visto la sconfitta, per la prima volta in vent’anni, della destra.

Ricorre il 24 marzo di quest’anno il 29° anno dalla morte dell’arcivescovo salvadoregno, monsignor Oscar Arnulfo Romero, ucciso da ignoti sicari della destra al governo.  Con lui morivano anche le rivendicazioni del popolo, stretto nella morsa di due ideologie che si confrontavano con le armi, da una parte un governo militarizzato di destra, dall’altra la guerriglia di sinistra, e si apriva una lunga stagione di morte: dal 1980 al 1992 perirono circa 70.000 persone, tra cui anche sindacalisti, politici, sacerdoti, suore, semplici contadini che chiedevano una maggiore tutela dei loro basilari diritti.

Era il 1980 quando si celebrava la messa nella cappella di un ospedale per malati terminali, e durante l’offertorio il vescovo Mons. Romero cadeva al suolo colpito mortalmente da colpi di arma da fuoco. Un’esecuzione capitale, legata alle denuncie che si levavano ogni domenica dall’altare della cattedrale di San Salvador, omelie che, trasmesse anche via radio in tutto il mondo, ricordavano ogni settimana soprusi e ingiustizie a danno del popolo, “il popolo povero, che oggi è il Corpo di Cristo nella storia “, accanto al quale Mons. Romero aveva deciso di schierarsi. Il giorno prima aveva esortato i soldati salvadoregni a non obbedire a ordini immorali che volevano imporre la repressione della popolazione, un vero e proprio testamento consacrato alla storia.

L’omicidio fu commissionato da Roberto d’Aubuisson, il capo dell’estrema destra fondatore degli ’squadroni della morte’ e del partito ‘Arena’ al governo fino a pochi giorni fa, quando le elezioni governative sono state vinte dal Frente Farabundo Martì de Liberaciòn Nacional, dopo 20 anni di incontrastato dominio dell’oligarchia di destra. Il nuovo Presidente, Maurizio Funes, il primo candidato del FMLN a non avere un passato da guerrigliero, ha voluto ricordare nel giorno del suo insediamento l’opera di Mons. Romero, promettendo di seguirne il percorso da lui intrapreso. Tra le tante emergenze del piccolo e povero paese del Centramerica, anche la questione giustizia: dal 1993 è in atto, infatti, l’amnistia per i militari accusati di crimini e violazioni dei diritti umani durante la guerra civile, gli stessi che ancora oggi costituiscono l’elite dell’El Salvador.

Febbraio 10th, 2009

Chiapas: la resistenza delle caracoles compie 15 anni

Chiapas: la resistenza delle caracoles compie 15 anni

Ha fatto sognare il mondo ma a ricordarla ora sono sempre meno

di Mauro Annarumma su Meltin’Pot on web

Il 1° gennaio 1994 i campesinos del Chiapas, regione del Messico con quattro milioni di abitanti di cui più di un milione e mezzo indigeni, si ribellano: “qui comanda il popolo e il Governo ubbidisce”.
Quanto chiedono è ciò a cui ogni uomo del mondo aspira: terra, giustizia e rispetto della propria identità. La risposta delle forze del Governo, che è appena entrato a far parte del NAFTA (accordo di libero commercio tra USA, Canada e Messico) è immediata, costringendo i rivoltosi, che si riconoscono nell’Esercito zapatista di liberazione nazionale, guidato dal Subcomandante Marcos, a rifugiarsi nell’impenetrabile Selva Locandona.

Gli indigeni sono fatti spesso vittime della violenza delle forze paramilitari, come nel 1997, ad Acteal, quando 45 persone raccolte in preghiera all’interno di una chiesa cattolica, nella vigilia di Natale, vengono trucidate. Sempre nel 1997, altre 40 chiese vengono chiuse, per colpire le opere gesuite che in Chiapas promuovevano iniziative di assistenza sanitaria, sociale e produttiva per le comunità locali indigene, l’80% delle quali di origine maya.

Il Subcomandante Marcos è un uomo di fine cultura, di cui non si conosce l’identità, educato in una delle scuole gesuite del Messico, che sembra da subito preferire l’arma della scrittura e della rivendicazione indigena ai tradizionali schemi ideologici che fomentavano le lotte armate in America Latina, ma che in nome di una ideologia straniera sacrificavano spesso le istanze più elementari ma fondamentali per la vita degli ultimi della terra. In tal senso va letta la “Otra Campana” del 2006, il viaggio  che ha portato il movimento indigeno a toccare i 31 Stati messicani e Citta’ del Messico, in contemporanea alla campagna elettorale per le elezioni presidenziali del luglio 2006.

L’insurrezione del Chiapas, pur riferendosi a simboli e messaggi della tradizione rivoluzionaria del continente, li colora e li allontana dalla degenerazione violenta, ponendo l’accento sull’identità indigena e sulla sua dimensione prettamente comunitaria, sui suoi bisogni elementari quali sanità, scuola e alimentazione, facendo un ampio e appropriato uso dei nuovi media per rendersi visibile al resto del mondo.

L’ EZNL deve al Subcomandante Marcos, poeta combattente, la sua longevità e la diffusione transnazionale delle rivendicazioni indigene ma, allo stesso tempo, ne segna l’allontanamento dalle simpatie dei movimenti più reazionari dell’America Latina e dagli intellettuali che li sostengono, nonostante vari tentativi di ricollocare il movimento nell’ambito della società civile, in una posizione sempre meno arroccata sulla Selva.
Proprio questo, infatti, sembra vogliano rimproverargli ora tanti tra gli stessi che l’hanno sostenuto in tutti questi anni: editori, movimenti politici, giornalisti, sembrano preferirgli le fronde combattenti e neomarxiste del nuovo Ejército Popular Revolucionario, tanto da costringere lo stesso Marcos, dopo aver tentato la via del racconto erotico per attirare le attenzioni dei media sempre più distanti, a dichiarare laconico alla rivista colombiana Gatopardo “Pasamos de moda, estamos como en 1993 pero al revés”.

Ottobre 28th, 2008

L’Europa tifa Obama

27.10.2008 - Mauro Annarumma

Non se ne voglia il candidato repubblicano John McCain, ma il democratico Barack Obama piace di più agli europei: lo dicono i sondaggi più o meno seri pubblicati recentemente da quasi tutti i principali giornali europei, e lo dimostrano le migliaia di persone accorse a Berlino per ascoltare quello che in tanti chiamano il “Kennedy dei nostri tempi”. Secondo i cittadini europei, una vittoria del senatore dell’Illinois porterebbe una nuova ventata di speranza e passione politica dentro e fuori gli Stati Uniti

A Washington, in effetti, chi scrive ha potuto toccare con mano l’entusiasmo dei giovani tifosi di Obama, numerosi agli angoli delle strade e alle uscite dalle metropolitane. Ma lo stesso si può dire dei giovani repubblicani, seppure più composti e dal look visibilmente più sobrio.

Negli ultimi giorni della corsa alla Casa Bianca Barack Obama, che spopola nei media tradizionali quanto in quelli della nuova era digitale, supera nei sondaggi statunitensi ed europei l’avversario repubblicano McCain, ma mentre in Patria i punti di vantaggio si contano sulle mani, in Europa la simpatia del candidato nero raggiunge percentuali altisonanti: l’83% di vantaggio su McCain in Svizzera, il 68% in Francia, in Olanda il 70%, e il 64%  in Gran Bretagna. Anche in Italia Obama sarebbe il favorito, sebbene la capitale italiana non sia stata inclusa tra le tappe del candidato democratico in Europa.

Un altro sondaggio, questa volta dell’autorevole Gallup, afferma che di circa la metà della popolazione mondiale ogni 100 persone ci sarebbero 30 votanti possibili di Obama contro i soli 8 su cento di McCain. Il dato più rilevante riguarda i cittadini di Australia, Giappone, Singapore e Corea del Sud, tra i principali alleati degli Stati Uniti. In Europa, i cittadini olandesi e norvegesi sarebbero i più vicini al candidato democratico degli Stati Uniti.

Insomma, se gli europei votassero realmente il 4 novembre, Barack Obama vincerebbe sicuramente. Ma le elezioni sono aperte solo ai cittadini statunitensi, che in un periodo di crisi per l’economia statunitense e il rischio mai scemato di terrorismo, dovranno decidere tra l’ammaliante oratoria del democratico di Honolulu o la veemenza del repubblicano, espressione della profonda “America”.

Tratto da Meltin’POt on web 

Luglio 26th, 2008

Un italiano al CPAC 2008. Parla il Presidente

G.W.Bush al CPAC 2008. Foto di Mauro Annarumma Washington DC, 8 Febbraio 2008: John, 22 anni, dal South Carolina, mi guida verso la convention dei repubblicani del 2008. E’ a Washington per seguire il suo candidato preferito, Mitt Romney, che ha annunciato il suo ritiro dalla corsa alle presidenziali proprio il giorno prima al CPAC 2008, la “Conservative political action conference”, all’Omni Shoreham Hotel, il più importante evento annuale dei conservatori che riunisce militanti, leaders politici, e bloggers dell’area repubblicana.
Leggo nel suo sguardo e nel fervore delle sue parole la passione per la politica che la maggior parte dei suoi coetanei italiani non conoscono e, forse, non conosceranno mai. John legge un libro, me lo mostra. “More guns, less crime” di John Lott. Un titolo che, da solo, aprirebbe un lungo confronto, uno spaccato reale della società “americana”, dove la libertà personale spesso entra in contrasto con le necessità della collettività.
Ma il libro anticipa i cardini del discorso presidenziale che si terrà alle 7.00 del mattino all’Omni Shoreham Hotel: le parole “libertà”, “sicurezza” “famiglia”, risuoneranno più volte, sottolineate dagli applausi e dalle urla di acclamazione del giovane pubblico del CPAC 2008.
Il Presidente Bush interverrà infatti per primo, in anticipo rispetto alla programmazione ufficiale, e io sarò lì, a pochi passi dall’uomo più potente del mondo.
Alle cinque del mattino, la fredda città di Washington è già piena di militanti e giovani studenti, giunti da ogni parte degli USA, rigorosamente in giacca e cravatta o tailleur: corriamo tutti verso l’albergo per essere i primi, ma siamo già gli ultimi.La convention repubblicana inizia con un laconico “Ciao”, ripetuto più volte per farsi largo tra gli applausi: Cheney, si presenta così al pubblico in festa, apostrofa il Presidente, che lo ha fatto svegliare così presto la mattina, il quale ribatte: “Mi scuso per il mio amico, ama dormire”. Applausi, risate, interventi del pubblico, tante battute fanno dell’evento un grande show in pieno stile “americano”.
Ma i contenuti non mancano: taglio delle tasse, per far circolare il denaro, rinsaldare l’economia e creare nuovi posti di lavoro, salvaguardia della famiglia e della vita umana anche nelle sue forme embrionali, attraverso l’affermazione del diritto alla vita e alla libera scelta nell’istruzione, lotta al consumo delle sostanze stupefacenti, sicurezza nazionale e lotta al terrorismo anche oltre i propri confini, perché una nazione democratica non sarà mai nemica degli Stati Uniti.
“Noi crediamo che la più affidabile guida per la nostra Nazione sia il buon senso del cittadino. Crediamo che la nostra cultura tragga beneficio dalla diversità di fede, dal rispetto dei valori, e dalla guida di una autorità più elevata. Crediamo nella responsabilità personale. Crediamo nel valore universale della libertà. Crediamo che la nostra nazione abbia il diritto di difendersi, anche se qualche volta gli altri sono in disaccordo. E crediamo che l’ America rimanga una forza del bene nel mondo.”
Per chi non conosce bene gli Stati Uniti, questa breve ma centrale parte del discorso po’ apparire quanto mai retorica. Dalla Dichiarazione di Indipendenza, dalla Costituzione e dalla Carta dei Diritti fin nelle strade, nelle vecchie e nuove lapidi commemorative, le parole “libertà” e “democrazia” risuonano invece incessantemente e permeano la vita del Paese.

Alla partita dei Miami Heats contro i Los Angeles Lakers, la domenica successiva a Miami, non ho potuto nascondere la mia commozione nel vedere il pubblico dell’American Airlines Arena riversare così tanto calore a un giovane soldato in rientro dall’estero e che presenziava l’inno nazionale di apertura. E il giovane John, a Washington, è veramente convinto che il suo Paese stia esportando la democrazia nei Paesi come l’Iraq e l’Afghanistan. Anch’io ci voglio credere, ma John non risponde, o forse è solo un cenno di disappunto, quando gli faccio notare che, guarda caso, l’Iran è proprio in mezzo ai due Paesi, e nel Risiko che si sta giocando, una base in pieno Medio Oriente e un’altra in Asia sono un altro lancio di dadi guadagnato.

Fonte: http://www.meltinpotonweb.com/?q=articoli/speciale-presidenziali-usa-un-italiano-al-cpac-2008-parla-il-presidente.php

Giugno 10th, 2007

10 giugno 1971: la mattanza studentesca in Messico

Fonte: La Jornada

Esce in questi giorni sulle tv messicane il pluripremiato documentario  Halcones. Terrorismo de Estado,che ricostruirebbe i legami tra i quadri militari del governo di Luis Echeverría Alvarez e la strage studentesca del 10 giugno 1971, compiuta dalle forze paramilitari  “halcones“.

Il documentario contiene un filmato inedito dell’epoca, conservato nell’archivio della NBC, sul 10 giugno 1971, in cui si ripropone l’attaco del gruppo paramilitare, protetto dall’indifferenza complice della polizia, che causo’ la morte di 120 studenti. La tesi del documentario ribalterebbe quindi la versione ufficiale, secondo la quale i gruppi paramilitari avevano agito da soli.

Marzo 19th, 2007

MESSICO: IL 31% DEGLI ALUNNI SONO MALNUTRITI

Fonte: LaJornada

Il 31% dei bambini delle scuole di primo grado e il 30% del sesto anno sono denutriti. I casi più gravi in Chiapas e Quintana Roo, dove la percentuale sale oltre il 60% e la statura media è ben al di sotto di quella nazionale, secondo il rapporto dell’ Instituto Nacional para la Evaluación de la Educación (INEE). Le aree più povere del Messico risentono delle scarse risorse economiche e di assistenza sociale del territorio, le quali il Governo di Città del Messico ha relegato in un posto di serie C nella politica nazionale.

In Chiapas il 61% degli alunni del primo anno della scuola primaria e il 59% del sesto anno sono denutriti, mentre a Oaxaca le percentuali si fermano a un non meno grave 58 e 56% e in Yucatan al 50%. Ma è nelle scuole indigene che il problema della denutrizione segna punte dell’ 80%, con più del 10% di bambini “gravemente” denutriti. Anche il grado di istruzione in queste aree è molto più basso che nel resto del Paese.

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