Giugno 27th, 2010

Foto reportage dall’Afghanistan

Foto reportage dall’Afghanistan

Malnutrizione, abusi, lavoro minorile relegano l’Afghanistan tra i primi Paesi al mondo per mortalità infantile, ma la speranza per il futuro è proprio nel loro sorriso.

di Mauro Annarumma per Mpnews

E’ un attimo, mentre ci fermiamo, e la strada si riempie di bambini con la mano protesa alla ricerca di bottiglie d’acqua, di gulì (pastiglie), dolci o penne. Il loro vociare è per lo più incomprensibile, tanto è varia la lingua da una parte all’altra dell’Afghanistan. Ma, ovunque, sono loro, i bambini, a correre per primi e a reinventarsi provetti mimi per sostituire alle parole i gesti più esplicativi.
Dietro di loro, quasi sempre già con il velo a nascondere i capelli, ci sono le bambine. Imparano da subito il loro ruolo nella gerarchia patriarcale della famiglia afghana.
Il matrimonio arriva all’improvviso, alla tenera età di 11-12 anni, ma anche prima, insieme al sesso. Un atto di violenza, generalmente, dell’adulto, un atto dovuto per la giovanissima moglie. E’ infatti l’uomo a scegliere la giovane sposa, facendosi carico anche del sostentamento della sua famiglia.
Ecco perchè, nonostante siano permesse più mogli, la poligamia non è diffusa, non per scelta, spesso, ma per ristretezze economiche.

Secondo l’ultimo rapporto dell’Unicef, oltre 600 bambini sotto i cinque anni muoiono nelle terre afghane ogni giorno per polmonite, poliomelite, tetano, tifo, tubercolosi, dissenteria, malattie esantematiche e il 16% non supera nemmeno il primo anno di vita. Non sanno cosa sia il “compleanno”: i bambini non festeggiano il compimento degli anni, forse per la mancanza di orologi e calendari nelle case di fango, forse per il valore relativo dato al tempo che scorre, misurato con il sudore che cade lento sulla fronte, oppure perchè ogni giorno che sopravvivono meriterebbe di per sé una festa.
Nelle province più lontane dai grossi centri urbani si registrano tassi di mortalità infantile tra i più alti al mondo, e il secondo, dopo quello della Sierra Leone, di mortalità delle gestanti.

Decadi di guerra, abusi sessuali, violenze domestiche, assenza di scuole e spazi ricreativi feriscono la mente dei piccoli tanto quella degli adulti. Dati del 2008 disegnano un quadro drammatico: secondo la Health Net Organisation, i bambini dell’Afghanistan sono secondi solo a quelli del Nepal per disturbi mentali, soprattutto nelle regioni sotto il controllo dei Talebani, dove musica, cinema, ballo ed arte erano e sono banditi.

Ma non sono solo le malattie a minacciare la vita dei piccoli afgani: dalle specie di insetti, aracnidi e serpenti velenosi alle mine e agli ordigni inesplosi ma ancora letali, tutto l’Afghanistan è disseminato di trappole mortali per i più deboli. Un terreno florido anche per i mercanti di organi e di schiavi venduti nei paesi arabi.
Il lavoro minorile è ampiamente diffuso, sia per necessità sia per motivi culturali. Nelle aree più povere, dove non è possibile l’attività di compravendita tipica dei bazar, anche improvvisati, che si incrociano invece l’uno dietro l’altro nei centri abitati più grandi, i bambini aiutano il padre nei campi o nella pastorizia, generalmente nomade. Lunghe distese di oppio e grano si stagliano nelle province sul finire dell’inverno, mentre si avvicina la stagione del raccolto. Non è inusuale vedere quindi, lungo i bordi delle strade, pesanti sacchi di grano verde trasportati dai più piccoli.

Le guerre e le malattie che esse trascinano negli anni rubano l’infanzia agli afghani.
Ciononostante, non sono pochi i bambini che ancora hanno il coraggio di sorridere

Giugno 27th, 2010

Afghanistan: la politica della violenza

Uccisioni e propaganda, questa la strategia dei talibans per conquistare la popolazione.

Il vantaggio di essere sul campo è quello di poter raccogliere informazioni e sensazioni che difficilmente si possono leggere nel resoconto scandito da una notizia di stampa.
Riportare su carta la voce di chi racconta è, infatti, un compito arduo.
M. ha fatto ritorno da Babar Khel, villaggio del comprensorio di Maidansha, distretto di Jeghato, provincia di Vardak. Un piccolo villaggio, che ha la fortuna di ospitare una delle poche scuole aperte a tutti nei dintorni della capitale dell’Afghanistan, Kabul.
Delle prime parole in farsi catturo la mestizia di un uomo rassegnato alla violenza endemica in un P
paese in lotta contro se stesso e gli stranieri, tanti: pachistani, ceceni, kagiki schierati su un fronte, forze militari occidentali e afghane sull’altro.
Così, un atto di sangue può divenire facile pretesto per creare disordini. M. mi racconta, con l’aiuto di un giovane interprete, che venerdì 21 un ragazzo della Babar Khel Maktabi, la scuola del villaggio frequentata da piccoli e adulti, è stato prelevato dalla polizia locale mentre si recava all’edificio scolastico ed è stato accompagnato alla stazione locale. A questo punto il racconto si fa incerto: il comandante della polizia del distretto avrebbe consegnato al giovane studente, di circa 20 anni, 2000 rupie, circa 30 dollari, e lo avrebbe rimesso in libertà. Nella strada del ritorno, il giovane sarebbe stato nuovamente aggredito e ucciso a coltellate da altri agenti della polizia afghana. La voce si è diffusa immediatamente tra la popolazione, qualsiasi fosse la sua veridicità, scatenando le dure proteste di tutto il villaggio. I manifestanti scandiscono da tre giorni slogan feroci contro il Presidente Kharzai, chiedendo che risponda della morte del ragazzo ucciso, secondo gli abitanti, da funzionari del suo governo.
E’ chiaro che la difficile realtà dell’Afghanistan non permette una chiara opinione su quanto possa essere accaduto. Nonostante gli sforzi della comunità internazionale, la corruzione e l’assenza di una rete efficace di comunicazione e controllo delle periferie, non sembrano permettere al governo eletto di gestire le forze centrifughe del Paese. Così, anche gli strumenti di controllo e di riferimento delle istituzioni vengono usate per confondere e innescare ondate di odio e sfiducia verso il governo centrale.
Da decenni la politica del terrore vince sulla libera espressione democratica, che in qualche modo si cerca di far fiorire. Intimidazioni, uccisioni, pubbliche esecuzioni, lapidazioni e punizioni corporali di studentesse e donne, spesso sfregiate con l’acido mentre si recano a scuola ove sia loro consentito, asservono la popolazione povera ed analfabeta del Paese alle squadre di terroristi e narcotrafficanti per lo più giunti dal Pachistan, dopo la lotta fratricida per la spartizione del potere tra i mujahiddin del popolo.
Finché non si costruiranno più scuole e ospedali, la sfida del terrore difficilmente potrà essere vinta.

Aprile 5th, 2010

L’exit strategy di Obama passa per le provincie occidentali

L’offensiva internazionale in Afghanistan si sposta verso ovest, al confine con l’Iran nella provincia di Farah

di Mauro Annarumma per Mpnews

Come Genghis Khan, i colossi economici e militari della storia hanno attraversato e combattuto in Afghanistan per la conquista di un lembo di terra sterile in superficie ma dalla posizione invidiabile. Crocevia di popoli, etnie, tradizioni, ma anche e soprattutto eserciti, interessi politici ed economici stranieri, la terra afghana si stende su un largo altopiano che fa da ponte tra il Mar Caspio e l’India, tra la Russia e l’Oceano Pacifico e il Medio Oriente, tra gli Stati Uniti e gli alleati occidentali e il continente asiatico e la Cina.

Meglio di una torre di guardia, l’altopiano afghano si presta all’appostamento di vigili sentinelle sui vicini più irrequieti, Iran in testa.
Con gli oltre 30.000 nuovi soldati statunitensi in arrivo nelle FOBs (Forward Operations Bases) della zona di Shindad e Farah, non lontane dal confine iraniano, la presenza occidentale in Oriente si farà presto massiccia. Un territorio impervio e tormentato da ancora forti presenze antagoniste, i cosiddetti insurgents, un termine che raccoglie un variegato gruppo di fazioni armate, contrabbandieri, bande locali, e talebani, questi ultimi spinti verso Herat dalla pesante offensiva anglosassone nella provincia meridionale di Kandahar ed Elmand che dura da anni con l’operazione Enduring Freedom.

Non è un caso che il nostro contingente lasci Kabul e si rafforzino e si amplino le posizioni ad Ovest. Non è un caso, evidentemente, che la exit strategy di Obama preveda il dispiegamento di ulteriori 30.000 soldati in rinforzo a quelli già presenti. Accanto alle operazioni di ricostruzione del Paese e delle sue istituzioni, le cui fondamenta già stentano a reggere la corruzione e l’opportunismo dell’apparato statale in via di ricostituzione diretto dal presidente Hamid Karzai, il “sindaco di Kabul”, non si è mai fermata infatti la missione di peace enforcing nel Paese. Un’operazione che si basa su una presenza sempre più estesa seppure frammentata nella provincia al confine con l’Iran. Nel giro degli ultimi due anni si è passati, infatti, da una condotta esplorativa e di monitoraggio ad una stanziale, espressa con il moltiplicarsi delle FOB, piccoli assembramenti di uomini e mezzi nelle aree più critiche.

Se in termini strettamente militari l’attuale esito della missione internazionale in Afghanistan appare nettamente negativo, considerate le risorse impiegate, sul piano geopolitico esso può dirsi, in prospettiva, un successo. La situazione sul terreno, infatti, non è sostanzialmente migliorata, quando non è peggiorata in taluni casi, e altrettanto si può dire per la condizione della maggior parte della popolazione, ancora sottomessa alle rigide regole dei talibans, soprattutto nelle aree intorno a Farah, Kunduz, Kabul e Khandahar. Ciò nonostante l’Afghanistan resta fondamentale negli attuali equilibri internazionali e non solo per gli Stati Uniti e i loro più stretti alleati.
Russia, Cina, Iran, in tutti questi anni, non sono certi rimasti alle porte. Le armi giungono prevalentemente attraverso l’Iran. Dalla Cina giungono i prodotti destinati al commercio interno e armi e razzi comprati dalle fazioni armate del Paese. Le agenzie internazionali giocano soprattutto sul piano dell’intelligence la loro sottile battaglia di spionaggio e controspionaggio. Anche i civili di Kunduz, cittadina a Nord di Kabul, mi parlano di finanziamenti ai talebani, numerosi e ben armati nella cittadina, soprattutto da parte del Pakistan e dall’Iran, ma anche dell’Uzbekistan. Chiedo scherzosamente al mio interlocutore, che tra qualche giorno rientrerà per poche settimane a Kunduz, dove lo aspetta la moglie e cinque figli, perchè non si tagli la barba, ora che l’estate è alle porte. Se mi vedono i talebani a Kunduz… -dice, e il gesto che segue è inequivocabile.

Giugno 17th, 2009

IRAN tries to hack/cencour TWITTER ( source of information from the uprisings) : Do as following: Change your Twitter Location to Tehran and your TimeZone to GMT+3.5. Help shield #IranElection and confuse Iranian censors!

The widespread arrest of young protesters and opponents of the regime in Tehran and most other cities which began on Saturday has gained new dimensions. Thousands have so far been arrested.
About 900 of the detainees have been transferred to Tehran’s notorious Evin Prison. Some 350 have been put in solitary confinement in Evin and the others are being held in Ward 240 of the prison. A number of the detained have been taken to safe-houses of the Ministry of Intelligence and Security (MOIS).
Those arrested in Isfahan have been transferred to wards A-I of the city’s central prison, which are run by the MOIS, and the detainees in Mashhad have been transferred to Vakil-Abad Prison.
Anti-riot forces attacked protests by hundreds of relatives of those arrested who were demonstrating outside the regime’s Justice Department office in Tehran.
In recent days, dozens of protestors have been killed and hundreds injured.

Aprile 11th, 2009

Afghanistan: stupro della moglie legale per gli sciiti

La minoranza sciita ottiene da Karzai il rispetto delle regole tradizionali: sarà legale la violenza sulle mogli che non acconsentono al rapporto sessuale.

di Mauro Annarumma per Meltin’Pot (Univ. ROMATRE)

Circola un detto tra gli occidentali in Afghanistan secondo cui, nel paese, l’affettività si esprima tra uomini, mentre alle donne spetti esclusivamente una funzione riproduttiva: “si fa l’amore con gli uomini e i figli con le donne”. Per quanto l’omosessualità sia vietata dal codice penale afghano, le relazioni e i rapporti sessuali tra maschi non sono una rarità in Afghanistan. E’ più facile per un ragazzo afghano provare forti sentimenti di affinità e amicizia verso altri uomini, con i quali si trascorre quasi tutta la giornata, piuttosto che con la moglie, spesso “comprata” dalla famiglia all’età di 14 anni in cambio di una dote. E’ la disponibilità economica dell’uomo, infatti, a stabilire quale ragazza egli possa sposare, e poiché il marito si fa carico del sostentamento di tutta la famiglia della ragazza, quelle più povere rischiano il disonore della solitudine. Nelle famiglie tradizionali afghane, la donna è un fantasma, un essere atto alla riproduzione e alla cura della casa. I figli, sin da piccoli, seguono il padre nelle sue attività lavorative e sociali, per cui anche il ruolo di madre viene ad essere limitato nel tempo e nello spazio,

La condizione della donna è più grave nelle comunità sciite del paese, tra il 10 e il 20% della popolazione, per le quali la Costituzione afghana del 2004 prevede che esse abbiano un proprio codice di famiglia, nel rispetto della legislazione tradizionale. In quest’ottica, il Presidente Hamid Karzai ha da poco firmato, secondo quanto denunciato dalla stampa inglese nel corso del summit internazionale all’Aja, delle “Istruzioni governative” destinate ai giudici locali. In sostanza, una norma che vieta alle mogli di famiglie sciite di rifiutarsi di avere rapporti sessuali, e di uscire di casa o andare a lavorare senza il permesso del marito, e che sancisce che la custodia dei figli è un diritto esclusivo del padre. Il provvedimento sembra sia mirato ad ottenere, da parte del Presidente afghano, il consenso delle comunità sciite in vista delle elezioni presidenziali di agosto, ma la scelta sembra essere comunque di dubbia efficacia considerato l’astio che separa gli sciiti dai sunniti, la maggioranza del paese che elesse Karzai, sostenuto dalle democrazie occidentali, alle scorse presidenziali. Ora Karzai sembra stia tentando di riconfermare la sua carica alla guida del paese, con forti aperture ai tradizionalisti e con toni riconciliatori verso i talebani moderati, in linea con la nuova strategia Nato in Afghanistan.

Gennaio 4th, 2009

Prove di democrazia in Afghanistan

di Mauro Annarumma su Meltin’POt on web

foto di Mauro Annarumma[foto di Mauro Annarumma] Le elezioni presidenziali in Afghanistan avranno luogo tra meno di un anno e a metà dell’anno successivo si terranno quelle parlamentari, primi passi del percorso, ancora immaturo, del Paese verso la democrazia. Intanto, in tutte le province dell’Afghanistan, sta proseguendo la registrazione al voto della popolazione, non solo nei capoluoghi di provincia e di distretto, ma anche nei tanti piccoli villaggi delle periferie, fino ad oggi esclusi dalla vita politica del Paese. In un clima di insicurezza e inquietudine, con il presente sconvolto da quotidiane rappresaglie delle bande armate e di estremisti, non mancano tuttavia le persone che hanno deciso di mettersi in fila per registrarsi presso scuole e stazioni di polizia locali.

Dopo decenni di terrore ed emarginazione politica, l’Afghanistran cerca di ritrovare la fiducia nelle forme democratiche di rappresentanza e di governo, sebbene la pacificazione politica e militare sia ancora lontana. Dal 2006 sono infatti aumentati gli attacchi suicidi e radiocomandati delle forze talebane, che controllano ancora circa il 10% del territorio, e della guerriglia, un colorito mondo di trafficanti di droga e di armi, capi locali di bande armate che lottano per il controllo di strade e uomini.

Secondo stime recenti dell’intelligence statunitense le capacità di controllo governativo si fermerebbero al 30% del territorio afghano, tanto da valere al presidente attuale Hamid Karzai il soprannome di “Sindaco di Kabul”.  Il Presidente Karzai, eletto nel 2004 alla caduta del regime talebano e in passato consulente della Unocal (Chevron), durante un periodo di formazione negli Stati Uniti, ha dichiarato di voler ricandidarsi alla presidenza, nonostante le critiche mosse al suo operato da molti afghani, che non hanno visto migliorare significativamente nè la sicurezza né le condizioni di vita, e il diffondersi della corruzione politica nel Parlamento. Non sembra, tuttavia, che possano esserci solide alternative: potrebbe però farsi strada il nome di Ali Ahmed Jalali, Ministro degli Interni dal 2001 al 2005 e docente alla National Defense University in Washington.

Le elezioni costano non meno di 100 milioni di dollari, ma non è più così semplice trovare dei donatori stranieri disposti a contribuire per una seconda tornata di elezioni (nel 2005 furono spesi ben 359 milioni), soprattutto in questo periodo, in cui sembrano aumentare gli attacchi destabilizzanti diretti alle  nuove istituzioni locali e alle truppe NATO impegnate nel controllo e nella ricostruzione del territorio. Non riuscendo a conquistare pienamente la fiducia e la collaborazione della popolazione, fondamentale per il successo dell’opera di ricostruzione del Paese, gli strateghi internazionali auspicano, ed è il Presidente Karzai  a proporlo pubblicamente, un riavvicinamento diplomatico con i Talebani e i mullah più importanti, al fine di trovare, tramite il negoziato, una via di uscita alla guerra e giungere così alle prossime elezioni in un clima più sereno.

Giugno 23rd, 2007

Afghanistan: gas, petrolio e talebani.

Fonte: Energy Information Administration , Afghanistan.it , Studi per la pace , RaiNews24

“Central Asia has large reserves of natural gas but its development as a major natural gas exporter is constrained because of a lack of pipeline infrastructure.EIA

Le guerre, tutte, anche quelle oggi definite “umanitarie” hanno un costo. Da sempre, le grandi potenze economiche e/o militari hanno cercato risorse per sostenere le spese di guerra senza gravare sulla propria economia e di conseguenza, sui propri sudditi o cittadini e scongiurare eventuali terremoti politici interni. Da sempre, molte guerre vengono iniziate proprio per ottenere nuovi bacini energetici per il proprio sviluppo, o per liberarsi dalla dipendenza enegetica da altre potenze.
Abbiamo già accennato in precedenza, su questo sito, a come la nuova drammatica partita politico-militare delle grandi potenze mondiali, USA, Cina e Russia in testa, si stia giocando sul controllo delle risorse energetiche del pianeta.

Bin Laden, più volte ospite negli USA, membro della dinastia saudita, la quale è una importante partner in affari della famiglia Bush, ha sconvolto la situazione di stabilità, seppur paradossale, che regnava fino al 1999 in Afghanistan, anno in cui iniziano gli attacchi alle ambasciate statunitensi in Kenia e Tanzania, culminati nel massacro delle Twin Towers a New York l’11 settembre 2001.
L’ Afghanistan non viene più considerato sicuro per gli investimenti stranieri, e soprattuto per quelli statunitensi, che non riconoscono più come “amico” il regime talebano, vecchio alleato nella guerra fredda contro l’URSS (la sconfitta dell’impero sovietico in Afghanistan è considerata l’unica vittoria “fredda” degli USA nel continente asiatico). L’opinione pubblica statunitense esige inoltre che vengano recisi tutti i rapporti con i terroristi riconducibili ad Al-Qaeda, compresi quelli economici.

E’ il dicembre 1998: il progetto del più strategico dei gasdotti del mondo, che risale al 1997, nato da un consorzio formato da diverse ditte, tra cui la Crescent Group, pakistana, la Delta Oil, saudita, e la Unocal, statunitense, non può quindi avere seguito: un lungo serpente d’acciaio di 1500 km che corre, ,attraverso l’Afghanistan, da Dauletabad in Turkmenistan al porto di Gwadar in Pakistan e che dovrebbe far arrivare a Giappone, Estremo Oriente e Occidente circa un milione di metri cubi di gas al giorno e al quale dovrebbe affiancarsi un oleodotto, ridimensionando il peso della Russia, sempre meno democratica.
La Unocal Corporation, (Chevron) principale investitore del consorzio, ma anche la Halliburton, ExxonMobil e Conoco, premono per lo sfruttamento delle immense risorse di gas del Caspio e di petrolio delle ex-repubbliche sovietiche. Dirottare il gas o il petrolio dal Caspio all’Europa, attraverso la Turchia, non sarebbe conveniente, nè per i produttori nè per i futuri acquirenti asiatici, che si rivolgerebbero a mercati decisamente più convenienti. L’economia europea, e di conseguenza la richiesta di materie prime, cresce inoltre molto lentamente, al contrario di quella asiatica, che nell’ultimo decennio registra un vero e proprio boom. Evidenti problematiche darebbero le vie cinesi e iraniane.

Al di là degli interessi meramente economici, la fornitura di energia ai paesi nemici o alleati, è uno dei principali punti di un risiko a lungo e medio termine. Favorire o al contrario tagliare l’approvvigionamento di risorse energetiche a tali Paesi, può significare la salvaguardia o lo sconvolgimento degli attuali equilibri mondiali. Ma il fattore economico e le pressioni dei poteri forti non sono certo punti da sottovalutare, tutt’altro.
L’amministrazione Bush, dispiega quindi le sue pedine: Dick Cheney, vicepresidente dell’amministrazione Bush dal gennaio 2001, era in precedenza Direttore Capo della Halliburton, la più grande fornitrice mondiale di servizi per l’industria petrolifera; Hamid Karzai, presidente dell’Afghanistan dopo la liberazione del Paese dal regime fondamentalista talebano, è stato consulente della Unocal,durante un periodo di formazione negli Stati Uniti, al pari dell’inviato speciale degli Stati Uniti a Kabul, Zalmay Khalilzad.
Gli USA lanciano un ultimatum ai fondamentalisti afghani, che prevede la consegna di Bin Laden e un governo di coalizione che comprenda gli stessi talebani. Ma questi rifiutano e rilanciano la sfida del terrorismo fondamentalista a livello mondiale: è guerra.

Giugno 10th, 2007

Viaggio nell’inferno afghano

Riceviamo e pubblichiamo:

Naseer Ahmad è il capo della polizia di Farah. Un guanto nero nasconde la sua mano sinistra, ma nulla può l’occhio di vetro contro la durezza del suo sguardo monocolo, mentre mi racconta i suoi dolori. - Ho perso quattro persone della mia famiglia, in questa regione, quando mio fratello era capo della polizia. I nemici gli hanno teso una imboscata e lo hanno ucciso, insieme agli altri della famiglia che viaggiavano con lui. Lo dice senza mai voltarsi, a indicare un luogo, una direzione, ma aggiunge: - Io so chi è colpevole in quest’area.

Siamo partiti all’alba, ancora immersi nel silenzio della notte che è andata, e ancora ce lo portiamo dentro il silenzio, per tutto il viaggio fino al punto di stazionamento, con il solo timore di essere preda di un ordigno ben posizionato. Per il resto, sembrano invincibili le corazze metalliche entro cui ci muoviamo, loculi arroventati “solo per altri”: - si vede che era destino - dicono. I warnings di possibili presenze talebane si rivelano fortunatamente infondati, così niente disturba il nostro procedere lungo la striscia d’asfalto che divide solitaria questa regione, da Herat a Kandahar, la ‘ring road’.

Dai finestrini blindati scorre un film mai visto prima: improbabili bazar di stracci e ricambistica contornano le vie dei piccoli villaggi tra gli sguardi acerbi ma talvolta benevoli di giovani e adulti. Chiuse in tante piccole case di fango, arricchite spesso da imprevedibili, anche nella loro semplicità, cupole e decorazioni, le famiglie consumano lente la loro porzione personale di storia. Ci sono tanti bambini per le strade nei villaggi, in gruppi o con il proprio padre, corrono verso la strada incuriositi, oppure indifferenti verso la campagna, sono piegati a cercare l’acqua dentro un pozzo, o a portarla in casa alla madre parca di carezze. Scorrono via veloci gli occhi dei bambini del distretto di Shindand, e portano via con loro un po’ della mestizia di questi posti. A guardarla dall’alto questa regione sembrerebbe un immenso deserto inospitale, eppure l’uomo vi abita da sempre, con fare riservato. Sullo sfondo, spirali di polvere e vento si alzano al cielo. Ma anche il vento si prende delle pause ogni tanto e il tempo si fa più afoso. Poi, lentamente, riprende a soffiare. E il giorno prende infine il largo.

L’interprete, Mohammed A., mi confida che anche lui è stato testimone di un’altra sciagura. Ha 25 anni, ma ne dimostra ben più di un coetaneo europeo. - Avevo circa vent’anni. Più di cento persone erano di fronte a me, alla fermata dell’autobus, [a Herat, ndr.]. Sono stati tutti uccisi da un razzo, non so perché e da dove venisse, ma io sono sopravvissuto, e questo è il potere di Dio. E’ mussulmano, ma non dice Allah, traduce ‘God’. Più tardi gli chiederò se sia praticante, e perché non lo abbia mai visto volgersi alla Mecca: - Non puoi vedermi pregare perché questo non è un buon posto, Dio lo sa. Mohammed ha tre fratelli, e vive con la famiglia benestante a Herat, dove si è laureato in Lingua Inglese. Era alle scuole medie quando il regime dei talebani si incamminava verso il tramonto. - Gli studenti volevano essere liberi di conoscere, studiare, fare feste con amici, ballare, andare al cinema e ai concerti, ma tutto ciò era impossibile - e – sei, sette anni fa le ragazze non potevano andare all’università. Come tanti altri ragazzi della sua età, Mohammed si rifugiava nella sua - special room - con il computer e la televisione satellitare. I mass media possono migliorare l’aspirazione di libertà – mi dice Mohammed, che invitava anche i suoi amici dentro la stanza, ma - fuori solo picnic. - Hai mai avuto paura che i talebani venissero a conoscenza della tua stanza? O che i tuoi vicini glielo dicessero? – gli domando. - No, i miei vicini non potevano sapere della mia stanza, perché era dentro casa e nessuno poteva accorgersene.

All’ombra di un edificio, Mohammed ed io guardiamo di fronte a noi le montagne bruciate dal sole. Mohammed mi conferma che all’inizio dell’estate, nella stagione delle piogge, queste stesse montagne sono verdi. - Ora può iniziare una nuova era di sviluppo e democrazia per l’Afghanistan, che ne pensi? - Si, ora ci saranno grandi possibilità di sviluppo economico. Ma speriamo che il tempo dei combattimenti finisca e si faccia tanto per migliorare l’istruzione del popolo afghano.

Giugno 1st, 2007

IL PREMIO NOBEL AUNG SAN SUU KYI ANCORA IN ISOLAMENTO

Fonte: Panorama, Progetto Birmania
Il regime militare del Myanmar (Birmania), che guida il Paese dal 1988, ha esteso a un ulteriore anno di isolamento la condanna agli arresti domiciliari della dissidente Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace.

Aung San Suu Kyi vinse le elezioni nel 1990, quando era gia’ in carcere, ed e’ diventata il simbolo delle aspirazioni democratiche dei birmani. Nonostante nel resto del mondo siano in tanti a chiedere la liberazione del Nobel birmano, comprese le maggiori organizzazioni mondiali, il regime militare, che fa dello stupro e del lavoro forzato una delle sue piu’ feroci armi di intimidazione, teme che la liberazione della donna possa compromettere definitivamente il suo primato. Il governo dispotico si sostiene grazie agli ingenti guadagni ricavati dai contratti milionari con la societa’ petrolifera francese Total, indicata dalla stessa Aung San Kyi proprio come il principale sostenitore del regime.

Marzo 15th, 2007

STRANI SUICIDI E METODI DA 007 PER ELIMINARE I NEMICI DI PUTIN.

Fonte: FoxNews

Ivan Sofronov, aveva servito la Russia come colonnello nelle Forze Aerospaziali Russe, prima di dedicarsi al giornalismo nel 1997. Esperto di affari militari, Safronov,  aveva turbato più volte il comando militare e le alte sfere politiche per i suoi rapporti senza ombre sullo stato delle Forze Armate russe. La Federal Security Service, la ex-KGB, lo aveva già interrogato molte volte, nel corso di indagini per presunte violazioni del segreto di Stato.

In particolare, a Dicembre, l’ex colonnello russo aveva creato scalpore al Kremlino con il suo rapporto sul terzo fallimento consecutivo del lancio del nuovo missile intercontinentale Bulava, di cui il presidente Vladimir Putin vorrebbe fare la base del potenziale bellico russo degli anni a venire. Le autorità, negano il tutto.

L’ associazione per i diritti dei giornalisti, il Committee to Protect Journalists, ha affermato che dal 2006 sono morti nel Paese ben 13 giornalisti, in circostanze poco chiare. Solo Iraq e Algeria superano la Russia in questa triste classifica, negli ultimi 15 anni.

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