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	<title>SaVeTheRaBbiT.nEt</title>
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	<description>..un occhio indiscreto sul mondo dei diritti degli uomini e degli animali</description>
	<pubDate>Wed, 05 Oct 2011 20:43:08 +0000</pubDate>
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		<title>In un mese, 100 esecuzioni capitali in Iran. A settembre il regime fa fare gli straordinari al boia.</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Oct 2011 20:43:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>SaVeTheRaBbiT.nEt</dc:creator>
		
	<category>Medio-Oriente</category>
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		<description><![CDATA[(source: Mpnews)

Non è possibile stilare un rapporto completo e  ufficiale delle esecuzioni capitali in Iran, in quanto gli osservatori  delle organizzazioni per i diritti umani e delle agenzie governative  delle Nazioni Unite non sono ammessi ai tribunali del Paese, pertanto i  dati sono quelli ricavati, volta per volta, dai quotidiani iraniani [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(source: Mpnews)</p>
<p class="MsoNoSpacing"><img height="260" width="400" style="float: left" src="http://www.mpnews.it/img/attachments/fune_iran.jpg" /></p>
<p class="MsoNoSpacing">Non è possibile stilare un rapporto completo e  ufficiale delle esecuzioni capitali in Iran, in quanto gli osservatori  delle organizzazioni per i diritti umani e delle agenzie governative  delle Nazioni Unite non sono ammessi ai tribunali del Paese, pertanto i  dati sono quelli ricavati, volta per volta, dai quotidiani iraniani e  dal network di iraniani nel mondo, che attraverso i nuovi media  rilanciano le notizie dal Paese natale.</p>
<p class="MsoNoSpacing">Solo nell’ultimo mese, le condanne a  morte eseguite sono state sessantadue, 33 delle quali nella sola  giornata del 18 settembre scorso, nelle prigioni di Evin e Gohardasht.</p>
<p class="MsoNoSpacing">Almeno secondo i dati ufficiali,  riportati dalle agenzie di stampa controllate dal governo di  Ahmadinejad. Ma secondo il fronte dissidente interno al Paese, altre 38  esecuzioni sarebbero state eseguite all’ombra delle telecamere, portando  il triste conteggio oltre i cento civili uccisi dalla mano impietosa  dello Stato.</p>
<p class="MsoNoSpacing">Omossessuali e dissidenti non  vengono risparmiati. Nemmeno i giovanissimi, come il diciassettenne  Alireza Molalhsan, impiccato in una strada di Karaja, un diciannovenne e   un altro ragazzo di 20 anni, minorenni al tempo del reato, che sono stati uccisi nelle ultime settimane.</p>
<p class="MsoNoSpacing">La massima pena, oltre alle pene  corporali pubbliche, inflitte cioè a detenuti nelle piazze della città,  come sarebbe accaduto a Tabas, nel sud del Paese, nel caso di un ladro  colto in flagranza di reato,  continua a rappresentare un  importante braccio armato della politica repressiva del governo  antidemocratico e teocratico, che annovera tra i suoi crimini la  discriminazione delle donne e delle minoranze, etniche e religiose, e  soffoca le libertà di stampa e di espressione.</p>
<p class="MsoNoSpacing">Dopo l’onda verde che anticipò la primavera araba,  sono  poche le notizie che riescono a trapelare. Oppositori, giornalisti,  studenti dissidenti e donne, attraverso il pretesto della offesa allo  Stato e alla religione, nonché della castità (Ifaf Project), sono  schiacciati dalla repressione oridinaria del regime.</p>
<p class="MsoNoSpacing">Solo alcuni giorni fa, il presidente  iraniano Ahmadinejad è stato ospite di Omar Hassan Al Bashir,  Presidente del Sudan, ricercato internazionale per crimini contro  l’umanità. Quale migliore compagnia?</p>
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		<title>Il Sudan è in fiamme.</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Jun 2011 21:25:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>SaVeTheRaBbiT.nEt</dc:creator>
		
	<category>Darfur</category>
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		<description><![CDATA[Scoppiano le violenze in Sud Sudan, Darfur e Kordofan. A rischio anche la regione del  Nilo Blu.
08.06.2011 - Mauro Annarumma per Mpnews
 					Mentre i cittadini del mondo volgono altrove lo sguardo, peraltro miope, le violenze esplodono nuovamente in Sudan. 
Negli ultimi sei mesi, denuncia Human Rights Watch nel suo ultimo rapporto,  gli abusi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2>Scoppiano le violenze in Sud Sudan, Darfur e Kordofan. A rischio anche la regione del  Nilo Blu.</h2>
<p>08.06.2011 - <a class="red" href="http://www.mpnews.it/index.php?section=users&#038;id=54/Mauro-Annarumma"><span class="normalcase">Mauro Annarumma per Mpnews</span></a></p>
<div id="service_column"><br clear="all" /> 					<span style="font-family: Arial,sans-serif">Mentre i cittadini del mondo volgono altrove lo sguardo, peraltro miope, le violenze esplodono nuovamente in Sudan. </span></div>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif">Negli ultimi sei mesi, denuncia Human Rights Watch nel suo<a href="http://www.hrw.org/en/news/2011/06/06/sudan-south-split-looms-abuses-grow-darfur"> ultimo rapporto</a>,  gli abusi del governo sudanese e delle fazioni ribelli sulla  popolazione civile, soprattutto in Darfur, sono aumentati  esponenzialmente, di pari passo con l&#8217;accrescersi degli sforzi  diplomatici a Doha, in Qatar. </span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif"> Lo stesso accade al confine con il Sud Sudan, ad Abyei, e in Sud Kordofan, denuncia l&#8217;associazione italiana <a href="http://www.italianblogsfordarfur.it/">Italians for Darfur ONLUS</a>.  La regione montuosa del Kordofan è teatro proprio in questi giorni di  un preoccupante aumento della tensione e degli scontri tra forze  governative e ribelli del Sud Sudan People Liberation Movement, che non  si sarebbero ritirati entro i confini del proprio nuovo Stato, come  intimato da Khartoum con un ultimatum ormai scaduto. </span></p>
<p>Dall&#8217;inizio del solo conflitto in Darfur, si calcola  che le vittime siano almeno 300 mila persone e che due milioni siano  state le persone contrette a scappare dalle proprie abitazioni, a causa  del grave conflitto scoppiato otto anni fa tra movimenti ribelli e forze  governative militari e paramilitari, tra cui i tristemente noti  Janjaweed, le milizie a cavallo.</p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif">Sul  Presidente del Sudan, Omar Hassan el Bashir, pende un mandato di arresto  internazionale per crimini di guerra e contro l&#8217;umanità,  colpevole,  insieme al ministro per gli affari umanitari, Ahmad Harun, e uno dei  capi delle feroci milizie filogovernative  janjaweed, Ali Khashayb, di  aver pianificato un vero e proprio eccidio delle tribù di origine  africana del Darfur. </span></p>
<p>Mentre l&#8217;attenzione della comunità internazionale è  rivolta al processo di indipendenza, peraltro tumultuoso, del Sud Sudan,  aumenta vertiginosamente la violenza nelle altre province del Sudan,  ricche di materie prime.</p>
<p>Il prezzo più alto è pagato ancora una volta dai  civili in fuga, che si lasciano alle spalle il frutto di anni di lavoro e  sacrificio e vanno incontro al buio. Oltre 100 mila persone fuggono  dalla città di Abyei che galleggia sull&#8217;oro nero, al confine tra Nord e  Sud Sudan, mentre dalle zone vicine a El Fasher, Nyala e Jebel Marra, in  Darfur, oltre 70 mila civili hanno tentato di salvarsi rifugiandosi nei  campi profughi quasi al collasso, negli ultimi sei mesi.</p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif"> </span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif">Gli  Stati Uniti, i cui militanti per i diritti umani sono da anni i più  attivi al mondo tra i promotori della causa del Darfur, nonostante la  prudenza di Washington, guardano con preoccupazione, in particolare,  alle violenze in Sud Kordofan e nel vicino stato del Nilo Blu, tensioni  che potrebbero aprire un nuovo fronte della guerra civile nel Paese. </span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif"> </span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif">Khartoum,  intanto, dichiara con fermezza di voler riconoscere il nuovo Stato del  Sud Sudan, e di voler completare il cammino verso la pace intrapreso in  Qatar. </span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif">Volontà  che si scontrano con interessi nazionali e sovranazionali, ma anche con  il perdurare delle attività criminali di molte e diverse milizie armate  in tutto il Darfur, le quali, molto spesso, imbracciano le armi per  ottenere visibilità e ritagliarsi un ruolo politico e militare, al pari  delle storiche Sudan Liberation Movement e Justice and Equality  Movement. </span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif"> </span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif">Il Sudan brucia.</span>
</p>
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		<title>Sudan/ Appello Italians for Darfur per 3 minori a rischio tortura</title>
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		<pubDate>Fri, 20 May 2011 20:19:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>SaVeTheRaBbiT.nEt</dc:creator>
		
	<category>Africa</category>
	<category>Darfur</category>
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		<description><![CDATA[&#8220;Arrestati, torturati, minacciati&#8221;.Appello di Italians for Darfur per la difesa dei diritti dei minori
Roma, 18 mag. (TMNews) - Tre minori, il più piccolo ha solo 14  anni,  sono detenuti dal 28 aprile scorso in una prigione                  [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Arrestati, torturati, minacciati&#8221;.Appello di Italians for Darfur per la difesa dei diritti dei minori</p>
<div class="content clearfix">Roma, 18 mag. (TMNews) - Tre minori, il più piccolo ha solo 14  anni,  sono detenuti dal 28 aprile scorso in una prigione                       del Nord Darfur. Arrestati, torturati, minacciati,  per aver  partecipato insieme agli adulti a una manifestazione contro  alcune                       nuove modalità di distribuzione delle razioni   alimentari nei campi profughi.</p>
<p>Osman Adam Yagoub, anni 17, Abdul  Razig                      Issa  Adma Idriss, 14 anni, e Izz Eldin Mohamed  Bokra, 16 anni, sono stati  prelevati dal National Intelligence and  Security                       Service (Niss) dai campi profughi di Al Salaam e  Abu Shouk, insieme ad  altri tre adulti. Tutti rischiano nuovamente di  essere                       torturati e segregati, nonostante il governo  sudanese abbia  siglato il Sudanese Child Act, a tutela dei minori di 18  anni.</p>
<p>Italians for Darfur, che da sempre si batte  per il rispetto dei  diritti umani in Sudan, lancia un appello affinché                      i  tre minori vengano liberati, o equamente  giudicati, e per chiedere che  vengano garantiti i diritti alla libertà  di espressione.                       Oltre 20.000 persone hanno già firmato il  precedente appello di  Italians for Darfur Onlus, contro la pena di morte  a carico                       di altri minori del Darfur, consacrandone il  successo con la  sospensione della pena.</p>
<p>&#8220;Anche questa volta  speriamo                      di recapitare in  breve tempo la petizione con il  più alto numero di firme alle autorità  sudanesi - afferma il  vicepresidente                      di Italians  for Darfur, Mauro Annarumma - Ci sono  temi, quali quelli della difesa  dei minori e dei diritti umani, che non                      ammettono  tentennamenti. Urge una azione immediata,  e internet è ora il mezzo più  diretto ed efficace per alzare la voce  contro                      chi  quei diritti vuole sopprimerli nel silenzio  complice dei media  tradizionali internazionali&#8221;.</p>
<p>Link appello: <a href="http://www.italianblogsfordarfur.it/petizione/ ">http://www.italianblogsfordarfur.it/petizione/  </a></div>
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		<title>La Palestina, terra di vite scippate e sogni da realizzare</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Nov 2010 11:39:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>SaVeTheRaBbiT.nEt</dc:creator>
		
	<category>Medio-Oriente</category>
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“Ho moltissimi sogni, ma posso permettermi di vivere solo la realtà di tutti i giorni”di Mauro Annarumma per MPNEWS
In  questi giorni la scena politica internazionale ha i riflettori  puntati  altrove, lontani dalla Palestina, il lembo di terra conteso da  decenni  tra Israele, Giordania, Libano e Siria. E in effetti non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="mbl notesBlogText clearfix">
<div><strong>“Ho moltissimi sogni, ma posso permettermi di vivere solo la realtà di tutti i giorni”</strong>di Mauro Annarumma per MPNEWS</p>
<p>In  questi giorni la scena politica internazionale ha i riflettori  puntati  altrove, lontani dalla Palestina, il lembo di terra conteso da  decenni  tra Israele, Giordania, Libano e Siria. E in effetti non  potrebbe  essere altrimenti, giacché la soluzione diplomatica del  conflitto  israelo-palestinese appare ogni giorno più lontana.</p>
<p>Molto della  Palestina ci è stata raccontata dai media, negli anni  dell&#8217;Intifada e  nei più recenti scontri arabo-israeliani documentati da  Al Jazeera.  Poco, invece, sappiamo della Palestina di tutti i giorni, di  quella che  vivrebbe uno studente, come Jaffa, studentessa di 27 anni,  sposata con  tre figli. Le abbiamo posto qualche domanda.</p>
<p><em>Ciao Jaffa, immagina di presentarti agli studenti italiani che ci leggono. </em></p>
<p>Mi  chiamo Jaffa Yassin, come il villaggio che segue la città di  Nablus,  ho 27 anni, sono sposata da 7 e ho tre bambini, due figli e una  figlia.  Ora studio all&#8217; Al Quds Open University alla Facoltà  dell&#8217;Educazione,  dove frequento i corsi di metodi di insegnamento  dell&#8217;Inglese. L&#8217;ho  scelto perchè amo questa lingua. Ho partecipato anche  a un corso estivo  di Ebraico. Mi ci trovo bene, anche se trovo alcune  difficoltà nello  studio. Jaffa, il mio nome, è il nome di una  cittadina palestinese come  vi ho detto, ora occupata, e il suo  significato è &#8220;bella&#8221;. Come molti  altri ragazzi del mondo ho molti  hobbies. Amo leggere: lo scrittore  algerino Ahlam è il mio favorito. Amo  scrivere, amo navigare in  internet e ascoltare Fairuz al mattino, così  come fa la maggior parte  dei palestinesi, e Abdel-Halim Hafez di sera.  Ma mi piacciono anche  molte canzoni straniere, soprattutto Enrique  Iglesias e Lionel Ritchie.</p>
<p><em>Dopo  tante immagini rubate dalle telecamere di tutto il mondo, ci  riesce un  po&#8217; difficile immaginare quelle catturate dagli occhi di una   studentessa. Com&#8217;è la vita di uno studente palestinese?</em></p>
<p>La  vita di uno studente in Palestina non è normale come quella di uno   studente all&#8217;estero. C&#8217;è una grossa differenza tra le due. I   Palestinesi, in generale, devono combatte re ogni giorno per le   condizioni economiche, politiche, psicologiche e sociali che si vengono a   creare. La maggior parte degli studenti lavora per pagarsi gli studi e  i  piccoli svaghi giovanili. Le studentesse palestinesi sono spesso  anche  mogli e madri, con responsabilità sia all&#8217;università sia in casa.   Ovviamente la condizione degli studenti cambia da un ambiente urbano a   uno rurale, migliore nel primo caso, soprattutto per le donne.</p>
<p><em>Com&#8217;è la Palestina che vedi oggi dalla finestra della tua stanza?</em></p>
<p>La  Palestina di oggi non è quella dei giorni dell&#8217;Intifada. È alla   ricerca di prosperità dal  commercio e dal turismo, senza curarsi troppo   di ciò che accade a Gaza, per esempio. Nel West Bank la gente vive   ordinariamente e ha le stesse abitudini di sempre ma non ci sono più gli   stessi legami sociali di prima dell&#8217;Intifada, ma sono ugualmente  buoni.  La Palestina sta vivendo un momento di crescita economica,  seppure  lieve, da quando Israele ha concesso agli &#8220;Arabs 48&#8243;(cittadini  arabi di  Israele&#8221;, ndr) di accedere a gran parte delle città del West  Bank. In  particolare, nella città di Nablus, che è il centro del  commercio per i  palestinesi e per gli &#8220;Arabs 48&#8243;  Anche il cibo  tradizionale è sempre  più richiesto e molti ristoranti stanno aprendo  nella regione.</p>
<p><em>L&#8217;eredità di tanti anni di Intifada e guerra  civile tra le  fazioni di Fatah e Hamas sono molte vite spezzate, e  gravi lacune nel  campo dei diritti umani. In particolare, sono le donne  e i bambini a  soffrirne di più. Cosa ne pensi?</em></p>
<p>Attualmente  anche le giovani donne palestinesi frequentano corsi e  scuole, e in  generale si cerca di combattere l&#8217;ignoranza, la povertà, di  migliorare  la situazione politica e lavorativa. L&#8217;educazione ora è  migliore  rispetto a prima grazie alle migliorate condizioni di sicurezza  e alle  campagne di istruzione.Voi, lettori, sapete però che le ragazze della  Palestina sognano più di quanto ottengano, siamo ciò che possiamo  vivere.</p>
<p><em>Qual è il tuo sogno Jaffa?</em></p>
<p>Viaggiare e  lavorare all&#8217;estero, ma non perchè io non ami la  Palestina, è che sto  cercando di vedere altri posti così cerco e  mantengo contatti con  ragazzi e ragazze stranieri, che conosco  personalmente o meno.Viaggiare  è un sogno che spero di realizzare, il  mio sogno più grande e più  bello. Come le altre ragazze palestinesi ho  tanti altri sogni, ma posso  permettermi di vivere solo la realtà di  tutti i giorni.</p>
<p>﻿</div>
</div>
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		<title>Dior: tra le proposte per l&#8217;inverno 2010-2011, anche gli zoccoli con pelliccia.</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Aug 2010 15:02:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>SaVeTheRaBbiT.nEt</dc:creator>
		
	<category>Animali e ambiente</category>
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		<description><![CDATA[Christian Dior svela l&#8217;ultima trovata per gli inserti di pelliccia proposti dal mondo della moda: non solo borse, portamonete, stivali, e giacche, nella collezione autunno inverno 2010-2011 arrivano anche gli zoccoli con la bordatura in pelliccia. Per un inverno.. agghiacciante..  [foto nella pagina del gruppo facebook Contro l&#8217;Industria delle Pellicce, fonte: http://moda.pourfemme.it/articolo/dior-anteprima-autunno-inverno-2010-11/2917/]
Puoi contattare DIOR servizio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img align="left" src="http://sphotos.ak.fbcdn.net/hphotos-ak-snc4/hs230.snc4/38833_421031417977_621517977_4726839_2834445_n.jpg" />Christian Dior svela l&#8217;ultima trovata per gli inserti di pelliccia proposti dal mondo della moda: non solo borse, portamonete, stivali, e giacche, nella collezione autunno inverno 2010-2011 arrivano anche gli zoccoli con la bordatura in pelliccia. Per un inverno.. agghiacciante..  [foto nella pagina del gruppo facebook Contro l&#8217;Industria delle Pellicce, fonte: http://moda.pourfemme.it/articolo/dior-anteprima-autunno-inverno-2010-11/2917/]</p>
<p>Puoi contattare DIOR servizio clienti per scrivere, in maniera educata, la tua contrarietà all&#8217;uso di inserti di pelliccia in accessori e capi di abbigliamento.<br />
Questo l&#8217;indirizzo a cui rivolgersi, se siete a conoscenza di altri recapiti, vi prego di comunicarli al gruppo.<br />
Grazie.</p>
<p>DIOR SERVIZIO CLIENTI</p>
<p>20121 Milano (MI) - 12, v. Monte Napoleone<br />
tel: 02 38595959<br />
email: contactdior@dior.com</p>
<p>Esempio di messaggio:</p>
<p>Spett. le DIOR,<br />
Da quando sono venuto a conoscenza delle nuove proposte per l&#8217;autunno-inverno 2010-2011, sento la necessità di esprimervi il mio più sentito rammarico e sconcerto per la vostra ennesima proposta di capi contenenti inserti di pelliccia.<br />
Molte altre aziende hanno da tempo rinunciato a proporre simili capi, in quanto la pelliccia è ormai ritenuta essere simbolo di violenza e orrore, sia che essa sia naturale o ecologica, in quanto comunque espressione di un desiderio improprio. Ogni anno, infatti,  milioni di animali vengono uccisi a causa del loro manto naturale, che viene usato dalle industrie della moda per produrre inserti, giacche, e altri accessori, come la vostra proposta di CLOGS con inserto di pelliccia.<br />
Ritengo questa vostra scelta indegna di una casa della moda come la vostra e vi invito pertanto a rinunciare pubblicamente all&#8217;uso di inserti di pelliccia nelle vostre collezioni future.<br />
In attesa di una vostra pubblica risposta, farò tutto il possibile perchè amici e conoscenti siano informati dell&#8217;uso sconsiderato delle pellicce nelle vostre nuove collezioni.<br />
Cordiali saluti,<br />
NOME COGNOME
</p>
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		</item>
		<item>
		<title>Foto reportage dall&#8217;Afghanistan</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Jun 2010 11:13:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>SaVeTheRaBbiT.nEt</dc:creator>
		
	<category>Altre regioni</category>
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		<description><![CDATA[Foto reportage dall&#8217;Afghanistan
Malnutrizione, abusi, lavoro minorile relegano l&#8217;Afghanistan tra  i primi Paesi al mondo per mortalità infantile, ma la speranza per il  futuro è proprio nel loro sorriso.
di Mauro Annarumma per Mpnews






E&#8217;  un attimo, mentre ci fermiamo, e la strada si riempie di bambini con la  mano protesa alla ricerca di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1>Foto reportage dall&#8217;Afghanistan</h1>
<h2>Malnutrizione, abusi, lavoro minorile relegano l&#8217;Afghanistan tra  i primi Paesi al mondo per mortalità infantile, ma la speranza per il  futuro è proprio nel loro sorriso.</h2>
<p>di Mauro Annarumma per Mpnews<br />
<a href="http://www.mpnews.it/index.php?section=articoli&#038;category=54&#038;id=5760/mondo/internazionale/Un%27intesa-rivelatrice" /></p>
<div id="service_column">
<div style="background: url('http://www.savetherabbit.net/main/"cache/img/attachments/Teheran_220x147.jpg"')" class="boxgrid  caption">
<div class="cover boxcaption"></div>
</div>
</div>
<p style="text-align: justify"><img width="450" style="float: left" src="http://www.mpnews.it/img/attachments/foto4.JPG" />E&#8217;  un attimo, mentre ci fermiamo, e la strada si riempie di bambini con la  mano protesa alla ricerca di bottiglie d&#8217;acqua, di <em>gulì </em>(pastiglie),  dolci o penne. Il loro vociare è per lo più incomprensibile, tanto è  varia la lingua da una parte all&#8217;altra dell&#8217;Afghanistan. Ma, ovunque,  sono loro, i bambini, a correre per primi e a reinventarsi provetti mimi  per sostituire alle parole i gesti più esplicativi.<br />
Dietro di loro,  quasi sempre già con il velo a nascondere i capelli, ci sono le bambine.  Imparano da subito il loro ruolo nella gerarchia patriarcale della  famiglia afghana.<br />
Il matrimonio arriva all&#8217;improvviso, alla tenera  età di 11-12 anni, ma anche prima, insieme al sesso. Un atto di  violenza, generalmente, dell&#8217;adulto, un atto dovuto per la giovanissima  moglie. E&#8217; infatti l&#8217;uomo a scegliere la giovane sposa, facendosi carico  anche del sostentamento della sua famiglia.<br />
Ecco perchè, nonostante  siano permesse più mogli, la poligamia non è diffusa, non per scelta,  spesso, ma per ristretezze economiche.</p>
<p style="text-align: justify">Secondo l&#8217;ultimo rapporto dell&#8217;Unicef,  oltre 600 bambini sotto i cinque anni muoiono nelle terre afghane ogni  giorno per polmonite, poliomelite, tetano, tifo, tubercolosi,  dissenteria, malattie esantematiche e il 16% non supera nemmeno il primo  anno di vita. Non sanno cosa sia il &#8220;compleanno&#8221;: i bambini non  festeggiano il compimento degli anni, forse per la mancanza di orologi e  calendari nelle case di fango, forse per il valore relativo dato al  tempo che scorre, misurato con il sudore che cade lento sulla fronte,  oppure perchè ogni giorno che sopravvivono meriterebbe di per sé una  festa.<br />
Nelle province più lontane dai grossi centri urbani si  registrano tassi di mortalità infantile tra i più alti al mondo, e il  secondo, dopo quello della Sierra Leone, di mortalità delle gestanti.</p>
<p style="text-align: justify">Decadi di guerra, abusi sessuali,  violenze domestiche, assenza di scuole e spazi ricreativi feriscono la  mente dei piccoli tanto quella degli adulti. Dati del 2008 disegnano un  quadro drammatico: secondo la Health Net Organisation, i bambini  dell&#8217;Afghanistan sono secondi solo a quelli del Nepal per disturbi  mentali, soprattutto nelle regioni sotto il controllo dei Talebani, dove  musica, cinema, ballo ed arte erano e sono banditi.</p>
<p style="text-align: justify">Ma non sono solo le malattie a  minacciare la vita dei piccoli afgani: dalle specie di insetti, aracnidi  e serpenti velenosi alle mine e agli ordigni inesplosi ma ancora  letali, tutto l&#8217;Afghanistan è disseminato di trappole mortali per i più  deboli. Un terreno florido anche per i mercanti di organi e di schiavi  venduti nei paesi arabi.<br />
Il lavoro minorile è ampiamente diffuso, sia  per necessità sia per motivi culturali. Nelle aree più povere, dove non  è possibile l&#8217;attività di compravendita tipica dei bazar, anche  improvvisati, che si incrociano invece l&#8217;uno dietro l&#8217;altro nei centri  abitati più grandi, i bambini aiutano il padre nei campi o nella  pastorizia, generalmente nomade. Lunghe distese di oppio e grano si  stagliano nelle province sul finire dell&#8217;inverno, mentre si avvicina la  stagione del raccolto. Non è inusuale vedere quindi, lungo i bordi delle  strade, pesanti sacchi di grano verde trasportati dai più piccoli.</p>
<p>Le guerre e le malattie che esse  trascinano negli anni rubano l&#8217;infanzia agli afghani.<br />
Ciononostante,  non sono pochi i bambini che ancora hanno il coraggio di sorridere
</p>
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		<title>Afghanistan: la politica della violenza</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Jun 2010 11:11:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>SaVeTheRaBbiT.nEt</dc:creator>
		
	<category>Altre regioni</category>
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		<description><![CDATA[Uccisioni e propaganda, questa la strategia dei talibans per  conquistare la popolazione.

Il vantaggio di essere sul campo è  quello di poter raccogliere informazioni e sensazioni che difficilmente  si possono leggere nel resoconto scandito da una notizia di stampa.
Riportare  su carta la voce di chi racconta è, infatti, un compito arduo.
M.  [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2>Uccisioni e propaganda, questa la strategia dei talibans per  conquistare la popolazione.</h2>
<p style="text-align: justify"><img width="400" style="float: left" src="http://www.mpnews.it/img/attachments/afghanmp%20copia.jpg" /></p>
<p style="text-align: justify">Il vantaggio di essere sul campo è  quello di poter raccogliere informazioni e sensazioni che difficilmente  si possono leggere nel resoconto scandito da una notizia di stampa.<br />
Riportare  su carta la voce di chi racconta è, infatti, un compito arduo.<br />
M.  ha fatto ritorno da Babar Khel, villaggio del comprensorio di Maidansha,  distretto di Jeghato, provincia di Vardak. Un piccolo villaggio, che ha  la fortuna di ospitare una delle poche scuole aperte a tutti nei  dintorni della capitale dell&#8217;Afghanistan, Kabul.<br />
Delle prime parole  in farsi catturo la  mestizia di un uomo rassegnato alla violenza  endemica in un P<br />
paese in lotta contro se stesso e gli stranieri,  tanti: pachistani, ceceni, kagiki schierati su un fronte,  forze  militari occidentali e afghane sull&#8217;altro.<br />
Così, un atto di sangue  può divenire facile pretesto per creare disordini. M. mi racconta, con  l&#8217;aiuto di un giovane interprete, che venerdì 21 un ragazzo della Babar  Khel Maktabi, la scuola del villaggio frequentata da piccoli e adulti, è  stato prelevato dalla polizia locale mentre si recava all&#8217;edificio  scolastico ed è stato accompagnato alla stazione locale. A questo punto  il racconto si fa incerto: il comandante della polizia del distretto  avrebbe consegnato  al giovane studente, di circa 20 anni, 2000 rupie,  circa 30 dollari, e lo avrebbe rimesso in libertà. Nella strada del  ritorno, il giovane sarebbe stato nuovamente aggredito e ucciso a  coltellate da altri agenti della polizia afghana. La voce si è diffusa  immediatamente tra la popolazione, qualsiasi fosse la sua veridicità,  scatenando le dure proteste di tutto il villaggio. I manifestanti  scandiscono da tre giorni slogan feroci contro il Presidente Kharzai,  chiedendo che risponda della morte del ragazzo ucciso, secondo gli  abitanti, da funzionari del suo governo.<br />
E&#8217; chiaro che la difficile  realtà dell&#8217;Afghanistan non permette una chiara opinione su quanto possa  essere accaduto. Nonostante gli sforzi della comunità internazionale,  la corruzione e l&#8217;assenza di una rete efficace di comunicazione e  controllo delle periferie, non sembrano permettere al governo eletto di  gestire le forze centrifughe del Paese. Così, anche gli strumenti di  controllo e di riferimento delle istituzioni vengono usate per  confondere e innescare ondate di odio e sfiducia verso il governo  centrale.<br />
Da decenni la politica del terrore vince sulla libera  espressione democratica, che in qualche modo si cerca di far fiorire.  Intimidazioni, uccisioni, pubbliche esecuzioni, lapidazioni e punizioni  corporali di studentesse e donne, spesso sfregiate con l&#8217;acido mentre si  recano a scuola ove sia loro consentito, asservono la popolazione  povera ed analfabeta del Paese alle squadre di terroristi e  narcotrafficanti per lo più giunti dal Pachistan, dopo la lotta  fratricida per la spartizione del potere tra i mujahiddin del popolo.<br />
Finché  non si costruiranno più scuole e ospedali, la sfida del terrore  difficilmente potrà essere vinta.
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		<title>La Dichiarazione di N&#8217;Djamena: stop ai bambini soldato.</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Jun 2010 11:04:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>SaVeTheRaBbiT.nEt</dc:creator>
		
	<category>Africa</category>
	<category>Darfur</category>
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		<description><![CDATA[In Sudan, come in altre parti del mondo, migliaia di bambini  sono costretti a un presente di guerra e ad un futuro ai margini della  società.
di Mauro Annarumma per Mpnews
Sono ancora migliaia,  oltre 3500 secondo statistiche delle Nazioni Unite e dell&#8217;Unicef, i  bambini soldato in Sudan. Vengono rapiti dai villaggi, si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In Sudan, come in altre parti del mondo, migliaia di bambini  sono costretti a un presente di guerra e ad un futuro ai margini della  società.</p>
<p>di Mauro Annarumma per Mpnews<br />
Sono ancora migliaia,  oltre 3500 secondo statistiche delle Nazioni Unite e dell&#8217;Unicef, i  bambini soldato in Sudan. Vengono rapiti dai villaggi, si abusa di loro  psicologicamente e sessualmente, vengono addestrati alla guerra. Non c&#8217;è  più spazio per i sogni ed il gioco nel cuore dei bambini armati di  kalashnikov e coltelli del Sudan, come in quelli del Congo e della  Birmania, tra i Paesi che soffrono maggiormente la piaga dei bambini  soldato.<br />
Nonostante gli sforzi della comunità internazionale, molti  bambini, anche se reintegrati nella società e ricondotti alle famiglie,  spesso si arruolano nuovamente allettati dal salario delle milizie e dei  movimenti armati del Sudan, siano essi pro-governativi o ribelli, con  il quale possono essere di sostegno alle famiglie.<br />
Il protocollo  firmato a N&#8217;Djamena lo scorso 11 giugno, in Ciad, al termine di una  conferenza programmatica promossa dall&#8217;Unicef e alla presenza del rapper  ed ex bambino soldato sudanese Emmanuel Jal, è un importante passo in  avanti nella lotta agli abusi sui minori, e impegna i Paesi firmatari  alla smobilitazione dei bambini soldato dalle proprie forze armate. Sono  sei le delegazioni che hanno sottoscritto la Dichiarazione di  N&#8217;Djamena: Ciad, Repubblica centro-africana, Sudan, Nigeria, Niger e  Camerun.<br />
Se l&#8217;impegno verrà tradotto in azioni, tali Paesi si  allineeranno agli standard internazionali per la difesa dei minori, come  i protocolli della Convenzione Internazionale per i Diritti dei  Bambini,   mirati alla difesa dei minori dalla guerra e dalla  prostituzione, e i Paris Commitments and Paris Principles, linee guida  per l&#8217;assistenza dei bambini che già appartengono a gruppi armati.<br />
In  Sudan non esiste la certezza di una sistematica adozione dei minori  nelle fila dell&#8217;esercito regolare, ma ancora numerosi sono quelli che vi  continuano a crescere. Il bacino più ampio a cui affluisce la maggior  parte delle vittime della guerra rimane tuttavia il variegato mondo  delle milizie armate, numerose in Sudan.<br />
Molte attenzioni sono state  poste, in particolare, verso il Sudan People Liberation Army, il quale,  nonostante la firma degli accordi più recenti promossi dall&#8217;ONU,  continuano ad avere bambini soldato tra le fila di combattenti.<br />
Anche  in Darfur, soprattutto nel West Darfur, dove l&#8217;attività dei movimenti  armati è ancora forte, come quella del  Justice and Equality Movement,  del Sudan Liberation Army-Unity e SLA-Minni Minnawi, ed di altri gruppi  minori, si registrano numerosi casi di arruolamento di giovani  combattenti, nonostante alcuni programmi di collaborazione tra gli  stessi movimenti e l&#8217;ente per l&#8217;infanzia delle Nazioni Unite, a partire  dal luglio 2009.<br />
Sempre in Darfur, è stato istituito un ente  preposto, il Government of National Unity for the North Sudan  Disarmament, Demobilization and Reintegration Commission, deputato al  coordinamento del disarmo e del reinserimento nella società di questi  bambini, molto spesso vittime di abusi sessuali.<br />
Pochi mesi fa,  Italians for Darfur, l&#8217;associazione italiana per i diritti umani in  Sudan, aveva promosso un appello per chiedere la sospensione definitiva  delle condanna a morte di sei bambini di etnia Fur accusati di far parte  del Justice and Equality Movement, uno dei movimenti ribelli più  importanti del Darfur e chiedeva di fare chiarezza sulle responsabilità  del loro arruolamento in questo movimento. Un appello, il cui esito  positivo, ottenuto grazie a una grande ed immediata partecipazione  popolare, testimonia la sensibilità e le energie che i temi  sull&#8217;infanzia sono ancora capaci di catturare. Energie che speriamo  mettano presto fine a questa piaga immane, in Sudan come nel resto del  mondo.
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		<title>Darfur Union: appello per la dignità delle donne del Darfur</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Apr 2010 06:56:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>SaVeTheRaBbiT.nEt</dc:creator>
		
	<category>Darfur</category>
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		<description><![CDATA[di Mauro A. per Italians for Darfur ONLUS
Ricevo dalla Darfur Union, con sede in Olanda, un documento agghiacciante. Il Presidente sudanese Hassan Al-Bashir, avrebbe pronunciato, secondo quanto riportato dal principale oppositore politico Hassan Al-Turabi, nella sua ultima conferenza a Khartoum, la seguente frase, a proposito della piaga immane degli stupri in Darfur: &#8220;Se le donne [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="right" class="post-footer2">di Mauro A. per <a href="http://www.italianblogsfordarfur.it/">Italians for Darfur ONLUS</a></p>
<div style="text-align: justify"><a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/_fDzuonB9qz4/SLR15hWnSBI/AAAAAAAACXc/y1CcYuZcEr0/s320/Darfur.jpg"><img border="0" style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer; width: 173px; height: 175px" src="http://4.bp.blogspot.com/_fDzuonB9qz4/SLR15hWnSBI/AAAAAAAACXc/y1CcYuZcEr0/s320/Darfur.jpg" /></a>Ricevo dalla Darfur Union, con sede in Olanda, un documento agghiacciante. Il Presidente sudanese Hassan Al-Bashir, avrebbe pronunciato, secondo quanto riportato dal principale oppositore politico Hassan Al-Turabi, nella sua ultima conferenza a Khartoum, la seguente frase, a proposito della piaga immane degli stupri in Darfur: &#8220;Se le donne dell&#8217;Ovest fanno sesso con un Jali [uomo del gruppo etnico di Bashir, ndr], questo non va considerato come uno stupro ma come un onore per lei&#8221;.</div>
<div style="text-align: center">ني هذة الغرباويه دي اذا واحدا جعلي كدا ركبها دا شرف او اغتصاب</div>
<p>Immediata l&#8217;indignazione di tutta la comunità darfuriana nel mondo che Italians for Darfur rilancia anche in Italia.<br />
&#8220;The dictatorship-Al-Basher, president of Sudan, has said that &#8216;&#8217;If western woman( means Drfurian Female) got sex with one Jali (male from Al-Basher ethnic group) this will not be rape but its honor for for her.&#8221;<br />
This story has been told by Al- Turabi at his recent conference in Khartoum two weeks ago. Whoever, you could imagine the reaction of millions of sudanese people against a such un respected statement. That is why we are in Darfur Union as a civil society in the Netherlands addressing this issue to the friends of Darfur worldwide.&#8221;
</p>
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		<title>Rassegna stampa: 65 milioni di animali uccisi nel 2009 solo per la loro pelliccia</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Apr 2010 05:44:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>SaVeTheRaBbiT.nEt</dc:creator>
		
	<category>Animali e ambiente</category>
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		<description><![CDATA[Solo l&#8217;anno scorso ben 65 milioni di animali sono stati uccisi in tutto il mondo soltanto per la loro pelliccia. Addobbi, bordature, polsini si moltiplicano nonostante le denunce e le campagne internazionali: il materiale principe delle collezioni autunno-inverno 2010/2011 sarà proprio la pelliccia. Nella foto, sulla pagina del gruppo facebook &#8220;Contro l&#8217;industria della pelliccia&#8220;, un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Solo l&#8217;anno scorso ben 65 milioni di animali sono stati uccisi in tutto il mondo soltanto per la loro pelliccia. Addobbi, bordature, polsini si moltiplicano nonostante le denunce e le campagne internazionali: il materiale principe delle collezioni autunno-inverno 2010/2011 sarà proprio la pelliccia. Nella foto, sulla pagina del gruppo facebook &#8220;<a title="Contro l'industria della pelliccia" href="http://www.facebook.com/group.php?gid=27997948642">Contro l&#8217;industria della pelliccia</a>&#8220;, un esempio di borse in pelliccia di Louis Vuitton per la nuova stagione.   Un altra cattiva notizia: Il CITES, organismo dell&#8217;ONU,  non ha approvato la proposta statunitense di mettere al bando le pellicce di orso bianco, specie a rischio estinzione. Canada, Norvegia e Groenlandia, dove vivono gli inuit, sostengono che la caccia all&#8217;orso bianco sia fondamentale per la sopravvivenza della loro popolazione.</p>
<p>Da www.prontoconsumatore.it : È entrato in vigore il 1° aprile il Decreto Legislativo 15 marzo 2010, n.47 in materia di “Disciplina sanzionatoria per la violazione delle disposizioni di cui al regolamento (CE) n. 1523/2007, che vieta la commercializzazione, l&#8217;importazione nella Comunità e l&#8217;esportazione fuori della Comunità di pellicce di cane e di gatto e di prodotti che le contengono”.  In Italia già dal 2004 era vietato utilizzare cani e gatti per la produzione o il confezionamento di pelli, pellicce, capi di abbigliamento e articoli di pelletteria costituiti od ottenuti dalle pelli o dalle pellicce di questi animali ed era vietato commercializzarle o anche solo introdurle nel territorio nazionale, ma adesso il Governo ha previsto una sanzione penale anche per l’esportazione. Chi, privato cittadino o azienda, dovesse essere coinvolto in tali attività sarà infatti punito con l&#8217;arresto da tre mesi ad un anno o con l&#8217;ammenda da 5.000 a 100.000 €, oltre alla confisca e alla distruzione del materiale a proprie spese.
</p>
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