Fonte: La Repubblica, Corriere della Sera, Amnesty International, Chicago Tribune
Cina e Cuba, due dei maggiori Paesi che violano quotidianamente i diritti dell’uomo, controllando l’informazione e spazzando via ogni forma di opposizione politica, morale e intellettuale al regime, sono entrati a far parte del nuovo Consiglio per i diritti umani dell’ONU, che si insedierà il 19 Giugno a Ginevra.
Dure critiche giungono da Amnesty International e Reporters Senza Frontiere. Ancor prima di nascere, il Consiglio per i diritti umani dell’Onu si è messo in ridicolo, chiamando al ruolo di sentinelle della libertà alcuni Paesi tra i più determinati repressori di ogni forma di libertà individuale: Cina, Cuba, Arabia Saudita, Nigeria, Pakistan. Anche questi Paesi saranno chiamati a vigilare sul rispetto dei diritti umani nel mondo.
La nuova Commissione, osteggiata dagli Stati Uniti, che non ha voluto per questo candidare alcun rappresentante al consiglio, così come l’Italia che pure ne ha appoggiato la riforma, si presenta quindi più grande ma con meno poteri.
“Gli Stati Uniti avrebbero voluto un Consiglio molto più piccolo e meno burocratico di quello adottato, che ha ridotto solo a 47 i 53 membri che facevano parte della Commissione precedente. In più, avrebbero voluto che i membri fossero eletti da due terzi dell’Assemblea sulla base delle loro credenziali in fatto di diritti umani. Invece, il sistema è aperto a tutti i 191 Paesi dell’Onu e non ha alcuna restrizione se non quella delle quote regionali di appartenenza.
E anche sulle quote Washington è stata critica: l’area con i migliori diritti umani — l’Occidente — ha per esempio solo sette seggi contro i 13 ciascuno di Africa e Asia, gli otto dell’America Latina e i sei dell’Europa dell’Est (che ieri è riuscita a eleggerne solo tre). Alcuni miglioramenti, rispetto al passato, sono stati in realtà introdotti, come la possibilità di espellere a maggioranza di due terzi dell’Assemblea Generale un membro del Consiglio sorpreso a violare i diritti umani. Ma l’Amministrazione Bush li ha ritenuti del tutto insufficienti e ha scelto di stare a guardare.
Il risultato della votazione di ieri non migliora le cose, per Washington. In particolare, l’elezione della Cina innervosisce il Congresso, dove la cosiddetta Un-land — cioè il Palazzo di Vetro — è sempre meno amata. Nel programma presentato a sostegno della sua candidatura, Pechino ha promesso che si impegnerà per evitare l’«errore» di permettere che il Consiglio emetta «risoluzioni specifiche per Paese»: vuole cioè che di diritti umani si parli solo come fatto generale e accademico. Un’impostazione che, se passasse, zittirebbe di fatto il Consiglio e provocherebbe onde alte a Washington. Il problema per il presidente Bush e per il suo ambasciatore Bolton è che la famosa riforma complessiva dell’Onu sta producendo poco. Sull’ampliamento del Consiglio di Sicurezza non si è fatto nulla. Sui diritti umani si è visto. La riforma del sistema manageriale dell’Organizzazione è stata fatta deragliare la settimana scorsa dal G77, cioè i Paesi in via di sviluppo sostenuti dalla Cina. Chi, nella capitale americana, pensa che le Nazioni Unite siano irriformabili ha nuovi argomenti.[tratto da: Corriere della Sera]”
Human Rights Watch (Hrw), accoglie invece con favore la nuova commissione, ritenendola comunque migliore della precedente, che era ormai ingessata dall’attenzione verso le procedure e poco incline alla concretezza.
I nuovi Paesi membri dovranno impegnarsi a rispettare essi stessi i diritti umani e civili: Algeria, Argentina, Azerbaijan, Bahrain, Bangladesh, Brazil, Camerun, Canada, Cina, Cuba, Repubblica Ceca, Djibouti, Ecuador, Finlandia, Francia, Gabon, Germania, Ghana, Guatemala, India, Indonesia, Giappone, Giordania, Malaysia, Mali, Mauritius, Messico, Marocco, Olanda, Nigeria, Pakistan, Peru, Filippine, Polonia, Repubblica di Corea, Romania, Federazione Russa, Arabia Saudita, Senegal, Sudafrica, Sri Lanka, Svizzera, Tunisia, Ucraina, Inghilterra, Uruguay e Zambia.