Fonte: AlertNet
Media e ONG in Darfur: quarantasei agenzie umanitarie che operano in Darfur hanno risposto al sondaggio Reuters del 24 maggio scorso. Tutte hanno chiesto di rimanere anonime. Quattro hanno declinato l’invito. Due terzi delle agenzie dichiara di non poter parlare apertamente della situazione umanitaria nella regione per paura di ripercussioni.
E’ un quadro di omerta’ e compromessi quello che emerge dall’inchiesta, silenzio dettato dalla necessita’ di continuare ad assistere al meglio i profughi del Darfur. Ai media non giunge quindi che una minima parte dell’informazione dagli operatori umanitari, limitata per lo piu’ al bilancio degli aiuti umanitari che giungono nei campi dei profughi e alle loro condizioni. Non si possono denunciare lo stupro di migliaia di donne (70%), come Aisha, e gli autori dei gravi crimini contro i civili (78%), temi che il governo centrale considera addirittura taboo. I siti web e i comunicati stampa vengono controllati dalle autorita’ sudanesi, nel caso sfuggisse qualcosa all’auto-censura delle organizzazioni. Il rischio, per chi non ripetta il silenzio imposto da Khartoum, e’ l’allontanamento dal Darfur, con evidenti gravi ripercussioni sui civili che dipendono proprio dagli aiuti delle organizzazioni.

Ma gli operatori umanitari denunciano anche lo scarso interesse per l’aspetto propriamente umanitario della loro missione da parte dei mezzi di informazione, che invece insistono, senza trovare risposte, sull’aspetto politico e militare del conflitto.

Il 23 maggio del 1989, tre giovani cinesi lanciarono gusci d’uova pieni di vernice sul ritratto di Mao Zedong ed attesero di proposito la polizia per essere arrestati. Da questo episodio e’ derivato loro l’appellativo di “Three Gentlemen”. Undici giorni dopo l’esercito cinese represse crudelmente la rivolta con il massacro di Piazza Tian An Men dove, secondo la Croce Rossa, almeno 2600 persone furono uccise. I tre “gentiluomini” : Lu Decheng, Yue Zhijing e Yu Dungyae furono imprigionati per numerosi anni. Yue e Yu, ora malato mentale a causa di abusi e torture, vivono in miseria in Cina. Lu Decheng, dopo dieci anni nei LAOGAI, vive ora in Canada, come rifugiato politico.




