Fonte: Energy Information Administration , Afghanistan.it , Studi per la pace , RaiNews24
“Central Asia has large reserves of natural gas but its development as a major natural gas exporter is constrained because of a lack of pipeline infrastructure.” EIA
Le guerre, tutte, anche quelle oggi definite “umanitarie” hanno un costo. Da sempre, le grandi potenze economiche e/o militari hanno cercato risorse per sostenere le spese di guerra senza gravare sulla propria economia e di conseguenza, sui propri sudditi o cittadini e scongiurare eventuali terremoti politici interni. Da sempre, molte guerre vengono iniziate proprio per ottenere nuovi bacini energetici per il proprio sviluppo, o per liberarsi dalla dipendenza enegetica da altre potenze.
Abbiamo già accennato in precedenza, su questo sito, a come la nuova drammatica partita politico-militare delle grandi potenze mondiali, USA, Cina e Russia in testa, si stia giocando sul controllo delle risorse energetiche del pianeta.
Bin Laden, più volte ospite negli USA, membro della dinastia saudita, la quale è una importante partner in affari della famiglia Bush, ha sconvolto la situazione di stabilità, seppur paradossale, che regnava fino al 1999 in Afghanistan, anno in cui iniziano gli attacchi alle ambasciate statunitensi in Kenia e Tanzania, culminati nel massacro delle Twin Towers a New York l’11 settembre 2001.
L’ Afghanistan non viene più considerato sicuro per gli investimenti stranieri, e soprattuto per quelli statunitensi, che non riconoscono più come “amico” il regime talebano, vecchio alleato nella guerra fredda contro l’URSS (la sconfitta dell’impero sovietico in Afghanistan è considerata l’unica vittoria “fredda” degli USA nel continente asiatico). L’opinione pubblica statunitense esige inoltre che vengano recisi tutti i rapporti con i terroristi riconducibili ad Al-Qaeda, compresi quelli economici.
E’ il dicembre 1998: il progetto del più strategico dei gasdotti del mondo, che risale al 1997, nato da un consorzio formato da diverse ditte, tra cui la Crescent Group, pakistana, la Delta Oil, saudita, e la Unocal, statunitense, non può quindi avere seguito: un lungo serpente d’acciaio di 1500 km che corre, ,attraverso l’Afghanistan, da Dauletabad in Turkmenistan al porto di Gwadar in Pakistan e che dovrebbe far arrivare a Giappone, Estremo Oriente e Occidente circa un milione di metri cubi di gas al giorno e al quale dovrebbe affiancarsi un oleodotto, ridimensionando il peso della Russia, sempre meno democratica.
La Unocal Corporation, (Chevron) principale investitore del consorzio, ma anche la Halliburton, ExxonMobil e Conoco, premono per lo sfruttamento delle immense risorse di gas del Caspio e di petrolio delle ex-repubbliche sovietiche. Dirottare il gas o il petrolio dal Caspio all’Europa, attraverso la Turchia, non sarebbe conveniente, nè per i produttori nè per i futuri acquirenti asiatici, che si rivolgerebbero a mercati decisamente più convenienti. L’economia europea, e di conseguenza la richiesta di materie prime, cresce inoltre molto lentamente, al contrario di quella asiatica, che nell’ultimo decennio registra un vero e proprio boom. Evidenti problematiche darebbero le vie cinesi e iraniane.
Al di là degli interessi meramente economici, la fornitura di energia ai paesi nemici o alleati, è uno dei principali punti di un risiko a lungo e medio termine. Favorire o al contrario tagliare l’approvvigionamento di risorse energetiche a tali Paesi, può significare la salvaguardia o lo sconvolgimento degli attuali equilibri mondiali. Ma il fattore economico e le pressioni dei poteri forti non sono certo punti da sottovalutare, tutt’altro.
L’amministrazione Bush, dispiega quindi le sue pedine: Dick Cheney, vicepresidente dell’amministrazione Bush dal gennaio 2001, era in precedenza Direttore Capo della Halliburton, la più grande fornitrice mondiale di servizi per l’industria petrolifera; Hamid Karzai, presidente dell’Afghanistan dopo la liberazione del Paese dal regime fondamentalista talebano, è stato consulente della Unocal,durante un periodo di formazione negli Stati Uniti, al pari dell’inviato speciale degli Stati Uniti a Kabul, Zalmay Khalilzad.
Gli USA lanciano un ultimatum ai fondamentalisti afghani, che prevede la consegna di Bin Laden e un governo di coalizione che comprenda gli stessi talebani. Ma questi rifiutano e rilanciano la sfida del terrorismo fondamentalista a livello mondiale: è guerra.

Dai finestrini blindati scorre un film mai visto prima: improbabili bazar di stracci e ricambistica contornano le vie dei piccoli villaggi tra gli sguardi acerbi ma talvolta benevoli di giovani e adulti. Chiuse in tante piccole case di fango, arricchite spesso da imprevedibili, anche nella loro semplicità, cupole e decorazioni, le famiglie consumano lente la loro porzione personale di storia. Ci sono tanti bambini per le strade nei villaggi, in gruppi o con il proprio padre, corrono verso la strada incuriositi, oppure indifferenti verso la campagna, sono piegati a cercare l’acqua dentro un pozzo, o a portarla in casa alla madre parca di carezze. Scorrono via veloci gli occhi dei bambini del distretto di Shindand, e portano via con loro un po’ della mestizia di questi posti. A guardarla dall’alto questa regione sembrerebbe un immenso deserto inospitale, eppure l’uomo vi abita da sempre, con fare riservato. Sullo sfondo, spirali di polvere e vento si alzano al cielo. Ma anche il vento si prende delle pause ogni tanto e il tempo si fa più afoso. Poi, lentamente, riprende a soffiare. E il giorno prende infine il largo.




