Giugno 23rd, 2007

Afghanistan: gas, petrolio e talebani.

Fonte: Energy Information Administration , Afghanistan.it , Studi per la pace , RaiNews24

“Central Asia has large reserves of natural gas but its development as a major natural gas exporter is constrained because of a lack of pipeline infrastructure.EIA

Le guerre, tutte, anche quelle oggi definite “umanitarie” hanno un costo. Da sempre, le grandi potenze economiche e/o militari hanno cercato risorse per sostenere le spese di guerra senza gravare sulla propria economia e di conseguenza, sui propri sudditi o cittadini e scongiurare eventuali terremoti politici interni. Da sempre, molte guerre vengono iniziate proprio per ottenere nuovi bacini energetici per il proprio sviluppo, o per liberarsi dalla dipendenza enegetica da altre potenze.
Abbiamo già accennato in precedenza, su questo sito, a come la nuova drammatica partita politico-militare delle grandi potenze mondiali, USA, Cina e Russia in testa, si stia giocando sul controllo delle risorse energetiche del pianeta.

Bin Laden, più volte ospite negli USA, membro della dinastia saudita, la quale è una importante partner in affari della famiglia Bush, ha sconvolto la situazione di stabilità, seppur paradossale, che regnava fino al 1999 in Afghanistan, anno in cui iniziano gli attacchi alle ambasciate statunitensi in Kenia e Tanzania, culminati nel massacro delle Twin Towers a New York l’11 settembre 2001.
L’ Afghanistan non viene più considerato sicuro per gli investimenti stranieri, e soprattuto per quelli statunitensi, che non riconoscono più come “amico” il regime talebano, vecchio alleato nella guerra fredda contro l’URSS (la sconfitta dell’impero sovietico in Afghanistan è considerata l’unica vittoria “fredda” degli USA nel continente asiatico). L’opinione pubblica statunitense esige inoltre che vengano recisi tutti i rapporti con i terroristi riconducibili ad Al-Qaeda, compresi quelli economici.

E’ il dicembre 1998: il progetto del più strategico dei gasdotti del mondo, che risale al 1997, nato da un consorzio formato da diverse ditte, tra cui la Crescent Group, pakistana, la Delta Oil, saudita, e la Unocal, statunitense, non può quindi avere seguito: un lungo serpente d’acciaio di 1500 km che corre, ,attraverso l’Afghanistan, da Dauletabad in Turkmenistan al porto di Gwadar in Pakistan e che dovrebbe far arrivare a Giappone, Estremo Oriente e Occidente circa un milione di metri cubi di gas al giorno e al quale dovrebbe affiancarsi un oleodotto, ridimensionando il peso della Russia, sempre meno democratica.
La Unocal Corporation, (Chevron) principale investitore del consorzio, ma anche la Halliburton, ExxonMobil e Conoco, premono per lo sfruttamento delle immense risorse di gas del Caspio e di petrolio delle ex-repubbliche sovietiche. Dirottare il gas o il petrolio dal Caspio all’Europa, attraverso la Turchia, non sarebbe conveniente, nè per i produttori nè per i futuri acquirenti asiatici, che si rivolgerebbero a mercati decisamente più convenienti. L’economia europea, e di conseguenza la richiesta di materie prime, cresce inoltre molto lentamente, al contrario di quella asiatica, che nell’ultimo decennio registra un vero e proprio boom. Evidenti problematiche darebbero le vie cinesi e iraniane.

Al di là degli interessi meramente economici, la fornitura di energia ai paesi nemici o alleati, è uno dei principali punti di un risiko a lungo e medio termine. Favorire o al contrario tagliare l’approvvigionamento di risorse energetiche a tali Paesi, può significare la salvaguardia o lo sconvolgimento degli attuali equilibri mondiali. Ma il fattore economico e le pressioni dei poteri forti non sono certo punti da sottovalutare, tutt’altro.
L’amministrazione Bush, dispiega quindi le sue pedine: Dick Cheney, vicepresidente dell’amministrazione Bush dal gennaio 2001, era in precedenza Direttore Capo della Halliburton, la più grande fornitrice mondiale di servizi per l’industria petrolifera; Hamid Karzai, presidente dell’Afghanistan dopo la liberazione del Paese dal regime fondamentalista talebano, è stato consulente della Unocal,durante un periodo di formazione negli Stati Uniti, al pari dell’inviato speciale degli Stati Uniti a Kabul, Zalmay Khalilzad.
Gli USA lanciano un ultimatum ai fondamentalisti afghani, che prevede la consegna di Bin Laden e un governo di coalizione che comprenda gli stessi talebani. Ma questi rifiutano e rilanciano la sfida del terrorismo fondamentalista a livello mondiale: è guerra.

Giugno 10th, 2007

Ammar Abdulhamid e SandMonkey: bloggers arabi uniti per la liberta’

Fonte: Newsweek

Il qurantunenne Ammar Abdulhamid era un anonimo blogger siriano,  noto semmai in quanto figlio di una famosa attrice, fino a circa due anni fa, quando ha iniziato a scrivere commenti polemici sulla politica del Paese, al punto di descrivere il Presidente Bashar Assad come un dittatore e chiederne la destituzione. Da allora, Abdulhamid puo’ continuare a esprimere le proprie opinioni sul web solo perche’ scrive dalla sua casa vicino a Washington, dove abita dal 2005: dopo essere stato rilasciato, probabilmente grazie alla notorieta’ della madre, il governo siriano lo ha infatti costretto all’esilio.

Il blogger siriano, come l’egiziano Kareem, sono espressione di una nuova e sempre piu’ ampia schiera di internauti critici verso i regimi non democratici dei propri Paesi di appartenenza e che devono, per questo, difendersi da pesanti accuse e condanne.

Dopo la caduta di Sadam Hussein, per opera dell’intervento NATO in Iraq, in tutto il Medio-Oriente si e’ avuta una parentesi di liberalizzazione che ha portato molti arabi dissidenti a scrivere sui propri blog. La censura e’ stata pero’ severa e dopo le recenti incarcerazioni di alcuni bloggers in Tunisia e Iran, Abdulhamid e un altro blogger egiziano, SandMonkey, hanno deciso di costituire  “Voice Initiative”, una coalizione di blogger arabi per aiutare i dissidenti. Nonostante internet raggiunga solo il  10% della popolazione araba, infatti, la repressione colpisce chiunque critichi il governo e pubblichi foto compromettenti.

Giugno 10th, 2007

10 giugno 1971: la mattanza studentesca in Messico

Fonte: La Jornada

Esce in questi giorni sulle tv messicane il pluripremiato documentario  Halcones. Terrorismo de Estado,che ricostruirebbe i legami tra i quadri militari del governo di Luis Echeverría Alvarez e la strage studentesca del 10 giugno 1971, compiuta dalle forze paramilitari  “halcones“.

Il documentario contiene un filmato inedito dell’epoca, conservato nell’archivio della NBC, sul 10 giugno 1971, in cui si ripropone l’attaco del gruppo paramilitare, protetto dall’indifferenza complice della polizia, che causo’ la morte di 120 studenti. La tesi del documentario ribalterebbe quindi la versione ufficiale, secondo la quale i gruppi paramilitari avevano agito da soli.

Giugno 10th, 2007

Viaggio nell’inferno afghano

Riceviamo e pubblichiamo:

Naseer Ahmad è il capo della polizia di Farah. Un guanto nero nasconde la sua mano sinistra, ma nulla può l’occhio di vetro contro la durezza del suo sguardo monocolo, mentre mi racconta i suoi dolori. - Ho perso quattro persone della mia famiglia, in questa regione, quando mio fratello era capo della polizia. I nemici gli hanno teso una imboscata e lo hanno ucciso, insieme agli altri della famiglia che viaggiavano con lui. Lo dice senza mai voltarsi, a indicare un luogo, una direzione, ma aggiunge: - Io so chi è colpevole in quest’area.

Siamo partiti all’alba, ancora immersi nel silenzio della notte che è andata, e ancora ce lo portiamo dentro il silenzio, per tutto il viaggio fino al punto di stazionamento, con il solo timore di essere preda di un ordigno ben posizionato. Per il resto, sembrano invincibili le corazze metalliche entro cui ci muoviamo, loculi arroventati “solo per altri”: - si vede che era destino - dicono. I warnings di possibili presenze talebane si rivelano fortunatamente infondati, così niente disturba il nostro procedere lungo la striscia d’asfalto che divide solitaria questa regione, da Herat a Kandahar, la ‘ring road’.

Dai finestrini blindati scorre un film mai visto prima: improbabili bazar di stracci e ricambistica contornano le vie dei piccoli villaggi tra gli sguardi acerbi ma talvolta benevoli di giovani e adulti. Chiuse in tante piccole case di fango, arricchite spesso da imprevedibili, anche nella loro semplicità, cupole e decorazioni, le famiglie consumano lente la loro porzione personale di storia. Ci sono tanti bambini per le strade nei villaggi, in gruppi o con il proprio padre, corrono verso la strada incuriositi, oppure indifferenti verso la campagna, sono piegati a cercare l’acqua dentro un pozzo, o a portarla in casa alla madre parca di carezze. Scorrono via veloci gli occhi dei bambini del distretto di Shindand, e portano via con loro un po’ della mestizia di questi posti. A guardarla dall’alto questa regione sembrerebbe un immenso deserto inospitale, eppure l’uomo vi abita da sempre, con fare riservato. Sullo sfondo, spirali di polvere e vento si alzano al cielo. Ma anche il vento si prende delle pause ogni tanto e il tempo si fa più afoso. Poi, lentamente, riprende a soffiare. E il giorno prende infine il largo.

L’interprete, Mohammed A., mi confida che anche lui è stato testimone di un’altra sciagura. Ha 25 anni, ma ne dimostra ben più di un coetaneo europeo. - Avevo circa vent’anni. Più di cento persone erano di fronte a me, alla fermata dell’autobus, [a Herat, ndr.]. Sono stati tutti uccisi da un razzo, non so perché e da dove venisse, ma io sono sopravvissuto, e questo è il potere di Dio. E’ mussulmano, ma non dice Allah, traduce ‘God’. Più tardi gli chiederò se sia praticante, e perché non lo abbia mai visto volgersi alla Mecca: - Non puoi vedermi pregare perché questo non è un buon posto, Dio lo sa. Mohammed ha tre fratelli, e vive con la famiglia benestante a Herat, dove si è laureato in Lingua Inglese. Era alle scuole medie quando il regime dei talebani si incamminava verso il tramonto. - Gli studenti volevano essere liberi di conoscere, studiare, fare feste con amici, ballare, andare al cinema e ai concerti, ma tutto ciò era impossibile - e – sei, sette anni fa le ragazze non potevano andare all’università. Come tanti altri ragazzi della sua età, Mohammed si rifugiava nella sua - special room - con il computer e la televisione satellitare. I mass media possono migliorare l’aspirazione di libertà – mi dice Mohammed, che invitava anche i suoi amici dentro la stanza, ma - fuori solo picnic. - Hai mai avuto paura che i talebani venissero a conoscenza della tua stanza? O che i tuoi vicini glielo dicessero? – gli domando. - No, i miei vicini non potevano sapere della mia stanza, perché era dentro casa e nessuno poteva accorgersene.

All’ombra di un edificio, Mohammed ed io guardiamo di fronte a noi le montagne bruciate dal sole. Mohammed mi conferma che all’inizio dell’estate, nella stagione delle piogge, queste stesse montagne sono verdi. - Ora può iniziare una nuova era di sviluppo e democrazia per l’Afghanistan, che ne pensi? - Si, ora ci saranno grandi possibilità di sviluppo economico. Ma speriamo che il tempo dei combattimenti finisca e si faccia tanto per migliorare l’istruzione del popolo afghano.

Giugno 10th, 2007

Campagna di disinvestimento mirato: i nostri soldi valgono piu’ di quanto crediamo.

Si chiama “consumo responsabile” e si sta diffondendo in tutto il mondo industrializzato.
Non e’ una malattia, tantomeno una piaga della societa’.
E’ il senso critico comune, alimentato dalla libera circolazione dell’ informazione, applicato alla scelta dei prodotti e dei servizi sul mercato.
Il criterio di scelta?
Non solo convenienza e qualita’, da sempre interrogativi delle massaie di tutto il mondo, ma anche l’impatto dell’azienda madre sulla societa’ e sull’ecosistema.
Figlio ribelle del consumismo globale e del mercato senza frontiere, il “consumatore critico” si pone domande sull’impatto della produzione e del commercio dei prodotti e dei servizi delle singole grandi aziende, nazionali e multinazionali, sulla natura e sull’uomo, al fine di non alimentare con i propri acquisti abusi come la deforestazione in Brasile, l’inquinamento del Delta del Niger, lo sfruttamento degli operai in Cina, le intimidazioni ai sindacalisti in Colombia, il lavoro minorile in Thailandia, e il MASSACRO in Darfur.

Potreste essere proprio voi a finanziare, a vostra insaputa, le milizie janjaweed che uccidono interi villaggi in Darfur da quattro anni. Gia’ 400.000 civili sono morti e piu’ di due milioni sono i rifugiati nei campi profughi. E’ un pensiero terribile. Ma potrebbe essere una triste realta’.
Per questo Italians for Darfur, in collaborazione con Aegis Trust, lancia anche in Italia la campagna di disinvestimento mirato per dirottare gli investimenti delle aziende italiane in Sudan, il cui governo si e’ macchiato di gravi crimini contro l’umanita’, e costringerlo cosi’ a porre fine allo sterminio in Darfur.
Per informazioni e per aderire alla campagna di disinvestimento, non esitare a contattarci.
I nostri soldi valgono piu’ di quanto crediamo.

ITALIAN BLOGS FOR DARFUR
http://www.italianblogsfordarfur.it                  

Giugno 5th, 2007

MAI PIU’ PELLICCE ALLA RINASCENTE

Fonte:CAMPAGNA A.I.P
E’ ufficiale. La catena di grandi magazzini Rinascente, presente in Italia con numerose filiali e prima grande distribuzione nel nostro paese di inserti in pelliccia adotterà, a breve, una politica “fur free”, cioè non venderà né distribuirà più questo sanguinante capo che nel mondo condanna a morte più di un miliardo di animali. In base a tale impegno, la Rinascente non acquistera’ e distribuira’ presso i propri punti vendita, prodotti di pelle e/o pelliccia di animali che non siano provenienti dalla c.d. “catena alimentare”. La Rinascente conta di di eliminare totalmente dai propri magazzini i prodotti che siano derivanti dall’industria della pelliccia entro il 31 gennaio 2009 (fine saldi autunno/inverno 2008).

“Ogni gruppo locale - si legge in un comunicato della Campagna A.I.P. - che abbia effettuato dei presidi davanti alle loro sedi, ogni e-mail, lettera o telefonata ha fatto la differenza: Rinascente ha mollato l’industria della pelliccia. Questo si traduce in migliaia di animali direttamente salvati, liberati da una moda assassina che li considera merce, non esseri senzienti, ed inoltre un colpo notevole per questo settore sanguinario. Ma ciò conferma anche un altro aspetto: l’attivismo funziona, la costanza e la perseveranza verso i diretti responsabili dello sfruttamento animale non possono che dare buoni frutti.”

Il movimento cerchera’ di ottenere un simile risultato con la grande catena di distribuzione UPIM, che non ha adottato la politica “fur free” nonostante il gruppo dirigenziale sia lo stesso de La Rinascente.

Giugno 4th, 2007

4 GIUGNO: TIENI A MENTE TIEN AN MEN

Diritti umani in Cina: non sono un gioco.

Ricorre oggi l’anniversario del massacro di Piazza Tienanmen, Pechino, avvenuto il 4 giugno 1989 per sopprimere la manifestazione degli studenti cinesi che denunciavano la corruzione e l’instabilita’ economica del Paese.

In Cina, ancora oggi, non e’ ammesso commemorare le giovani vittime di Piazza Tien An Men.

Giugno 1st, 2007

IL PREMIO NOBEL AUNG SAN SUU KYI ANCORA IN ISOLAMENTO

Fonte: Panorama, Progetto Birmania
Il regime militare del Myanmar (Birmania), che guida il Paese dal 1988, ha esteso a un ulteriore anno di isolamento la condanna agli arresti domiciliari della dissidente Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace.

Aung San Suu Kyi vinse le elezioni nel 1990, quando era gia’ in carcere, ed e’ diventata il simbolo delle aspirazioni democratiche dei birmani. Nonostante nel resto del mondo siano in tanti a chiedere la liberazione del Nobel birmano, comprese le maggiori organizzazioni mondiali, il regime militare, che fa dello stupro e del lavoro forzato una delle sue piu’ feroci armi di intimidazione, teme che la liberazione della donna possa compromettere definitivamente il suo primato. Il governo dispotico si sostiene grazie agli ingenti guadagni ricavati dai contratti milionari con la societa’ petrolifera francese Total, indicata dalla stessa Aung San Kyi proprio come il principale sostenitore del regime.

SaVeTheRaBbiT.nEt