Luglio 26th, 2008

Un italiano al CPAC 2008. Parla il Presidente

G.W.Bush al CPAC 2008. Foto di Mauro Annarumma Washington DC, 8 Febbraio 2008: John, 22 anni, dal South Carolina, mi guida verso la convention dei repubblicani del 2008. E’ a Washington per seguire il suo candidato preferito, Mitt Romney, che ha annunciato il suo ritiro dalla corsa alle presidenziali proprio il giorno prima al CPAC 2008, la “Conservative political action conference”, all’Omni Shoreham Hotel, il più importante evento annuale dei conservatori che riunisce militanti, leaders politici, e bloggers dell’area repubblicana.
Leggo nel suo sguardo e nel fervore delle sue parole la passione per la politica che la maggior parte dei suoi coetanei italiani non conoscono e, forse, non conosceranno mai. John legge un libro, me lo mostra. “More guns, less crime” di John Lott. Un titolo che, da solo, aprirebbe un lungo confronto, uno spaccato reale della società “americana”, dove la libertà personale spesso entra in contrasto con le necessità della collettività.
Ma il libro anticipa i cardini del discorso presidenziale che si terrà alle 7.00 del mattino all’Omni Shoreham Hotel: le parole “libertà”, “sicurezza” “famiglia”, risuoneranno più volte, sottolineate dagli applausi e dalle urla di acclamazione del giovane pubblico del CPAC 2008.
Il Presidente Bush interverrà infatti per primo, in anticipo rispetto alla programmazione ufficiale, e io sarò lì, a pochi passi dall’uomo più potente del mondo.
Alle cinque del mattino, la fredda città di Washington è già piena di militanti e giovani studenti, giunti da ogni parte degli USA, rigorosamente in giacca e cravatta o tailleur: corriamo tutti verso l’albergo per essere i primi, ma siamo già gli ultimi.La convention repubblicana inizia con un laconico “Ciao”, ripetuto più volte per farsi largo tra gli applausi: Cheney, si presenta così al pubblico in festa, apostrofa il Presidente, che lo ha fatto svegliare così presto la mattina, il quale ribatte: “Mi scuso per il mio amico, ama dormire”. Applausi, risate, interventi del pubblico, tante battute fanno dell’evento un grande show in pieno stile “americano”.
Ma i contenuti non mancano: taglio delle tasse, per far circolare il denaro, rinsaldare l’economia e creare nuovi posti di lavoro, salvaguardia della famiglia e della vita umana anche nelle sue forme embrionali, attraverso l’affermazione del diritto alla vita e alla libera scelta nell’istruzione, lotta al consumo delle sostanze stupefacenti, sicurezza nazionale e lotta al terrorismo anche oltre i propri confini, perché una nazione democratica non sarà mai nemica degli Stati Uniti.
“Noi crediamo che la più affidabile guida per la nostra Nazione sia il buon senso del cittadino. Crediamo che la nostra cultura tragga beneficio dalla diversità di fede, dal rispetto dei valori, e dalla guida di una autorità più elevata. Crediamo nella responsabilità personale. Crediamo nel valore universale della libertà. Crediamo che la nostra nazione abbia il diritto di difendersi, anche se qualche volta gli altri sono in disaccordo. E crediamo che l’ America rimanga una forza del bene nel mondo.”
Per chi non conosce bene gli Stati Uniti, questa breve ma centrale parte del discorso po’ apparire quanto mai retorica. Dalla Dichiarazione di Indipendenza, dalla Costituzione e dalla Carta dei Diritti fin nelle strade, nelle vecchie e nuove lapidi commemorative, le parole “libertà” e “democrazia” risuonano invece incessantemente e permeano la vita del Paese.

Alla partita dei Miami Heats contro i Los Angeles Lakers, la domenica successiva a Miami, non ho potuto nascondere la mia commozione nel vedere il pubblico dell’American Airlines Arena riversare così tanto calore a un giovane soldato in rientro dall’estero e che presenziava l’inno nazionale di apertura. E il giovane John, a Washington, è veramente convinto che il suo Paese stia esportando la democrazia nei Paesi come l’Iraq e l’Afghanistan. Anch’io ci voglio credere, ma John non risponde, o forse è solo un cenno di disappunto, quando gli faccio notare che, guarda caso, l’Iran è proprio in mezzo ai due Paesi, e nel Risiko che si sta giocando, una base in pieno Medio Oriente e un’altra in Asia sono un altro lancio di dadi guadagnato.

Fonte: http://www.meltinpotonweb.com/?q=articoli/speciale-presidenziali-usa-un-italiano-al-cpac-2008-parla-il-presidente.php

Luglio 26th, 2008

Franco Bernabè: dal 2000 in Petrochina, colosso cinese in Sudan.

da Italian Blogs for Darfur:

Il mondo del petrolio è legato a talmente tante variabili geopolitiche che è difficile dire se si è ottimisti o pessimisti.” F.Bernabè *

Franco Bernabè, attuale amministratore delegato della TELECOM Italia, è dal giugno 2000 anche direttore non-esecutivo di Petrochina, il colosso petrolifero cinese in Sudan, carica confermata anche per il 2008, il 15 maggio scorso.
La Petrochina, che l’anno scorso, al suo esordio in borsa, ha stracciato per capitalizzazione il record Exxon, è posseduta per l’88% dalla statale China National Petroleum Corporation. La CNPC è additata dalle ONG e dai maggiori analisti mondiali come principale sostenitore politico e finanziario del governo del Sudan e, indirettamente, del conflitto in corso da ormai cinque anni in Darfur [leggi PetroChina, CNPC, and Sudan: Perpetuating Genocide.] Le armi usate dalle milizie paramilitari janjaweed, di fabbricazione russa e cinese, sostenute dal governo centrale sarebbero infatti acquistate con i proventi della vendita del petrolio, la cui estrazione è aumentata, dal 2000 ad oggi, del 291% e di cui principale acquirente è proprio la CNPC. Non mancano, seppure in misura limitata, le compagnie europee, come la Lundin Petroleum, svedese.
Ci auguriamo che Franco Bernabè, che in passato ha già dato prova di sensibilità presso il MART e il Peres Centre for Peace, possa, quale direttore della Petrochina, impegnarsi al più presto per ispirare una politica aziendale più attenta al rispetto dei diritti umani in Sudan.

SaVeTheRaBbiT.nEt