Febbraio 19th, 2009

Darfur: al via i colloqui di pace a Doha, sponsorizzati da Lega araba, ONU e UA

La fine delle ostilità in Darfur sembra ancora lontana, ma l’impegno internazionale è più forte

di- Mauro Annarumma su MeltinPotonweb
Martedì 11 febbraio è stata inaugurata la prima sessione dei nuovi colloqui di pace tra il governo sudanese, rappresentato dall’ assistente del Presidente Omar Hassan Al-Bashir Nafie Ali Nafie, e il Justice for Equality Movement (JEM), guidato da Khalil Ibrahim che, seppur meno popolare rispetto al Sudan Liberation Army (SLM) di Minnawi e di el-Nour, è ritenuto il gruppo meglio armato nel maculato panorama della guerriglia sudanese. L’incontro, il primo dal 2007 e dopo l’attacco alla capitale tentato dai ribelli del JEM l’anno scorso, ha avuto luogo al Doha Sheraton Hotel, in Qatar, ed è stato voluto da Lega Araba, Nazioni Unite e Unione Africana, in prospettiva di una eventuale e quanto mai auspicabile conferenza di pace. A differenza di altre simili iniziative tenute in passato a partire dal 2003, allorquando gruppi armati del Darfur insorsero contro il despotismo discriminatorio del governo centrale di Khartoum, e preso atto del rifiuto di Abdel Wahed Mohamed Ahmed al-Nour, leader carismatico della parte di SLM che non si riconobbe più nello storico leader Minni Arcua Minnawi all’indomani della firma degli accordi di pace di Abuja nel 2006, le altre parti coinvolte nel conflitto non sono state invitate: la decisione, se da un lato mina la portata di un eventuale accordo tra JEM e Khartoum, dall’altro lato tenderebbe a semplificare le trattative con uno dei due principali gruppi armati del fronte ribelle. Khalil Ibrahim chiede venga attribuito al proprio movimento un ruolo chiave nel governo del Sudan, lo smantellamento delle milizie governative e paramilitari alle dipendenze di Khartoum e l’integrazione dei propri uomini nelle forze regolari, la cessazione dei bombardamenti ai villaggi del Darfur e maggiori garanzie sulla effettiva distribuzione di aiuti umanitari e assistenza medica finora assoggettate al controllo e alla mediazione degli enti centrali. Dopo l’iniziale entusiasmo per quella che appariva una prima positiva giornata di colloqui, le posizioni delle due parti si sono però irrigidite, a causa della denuncia delle ennesime operazioni militari governative nell’area del Jebel Mara, roccaforte dei ribelli. A gettare ombre sull’ultima sessione dei colloqui è stata, ancor più, la notizia, diffusa dal New York Times ma smentita, secondo cui il Tribunale Penale Internazionale avrebbe deciso di dare via libera al mandato di arresto del Presidente sudanese, accusato dal Procuratore Capo Luis Moreno Ocampo di crimini di guerra. La decisione degli Alti Giudici della Corte Penale Internazionale si saprà tuttavia solo a fine mese, secondo le consuete ed ufficiali vie di comunicazione alla stampa. Voci e smentite che rientrano anch’esse nella difficile partita per la pace in Darfur.

Mauro Annarumma è Vice-Presidente di Italians for Darfur

Febbraio 10th, 2009

Chiapas: la resistenza delle caracoles compie 15 anni

Chiapas: la resistenza delle caracoles compie 15 anni

Ha fatto sognare il mondo ma a ricordarla ora sono sempre meno

di Mauro Annarumma su Meltin’Pot on web

Il 1° gennaio 1994 i campesinos del Chiapas, regione del Messico con quattro milioni di abitanti di cui più di un milione e mezzo indigeni, si ribellano: “qui comanda il popolo e il Governo ubbidisce”.
Quanto chiedono è ciò a cui ogni uomo del mondo aspira: terra, giustizia e rispetto della propria identità. La risposta delle forze del Governo, che è appena entrato a far parte del NAFTA (accordo di libero commercio tra USA, Canada e Messico) è immediata, costringendo i rivoltosi, che si riconoscono nell’Esercito zapatista di liberazione nazionale, guidato dal Subcomandante Marcos, a rifugiarsi nell’impenetrabile Selva Locandona.

Gli indigeni sono fatti spesso vittime della violenza delle forze paramilitari, come nel 1997, ad Acteal, quando 45 persone raccolte in preghiera all’interno di una chiesa cattolica, nella vigilia di Natale, vengono trucidate. Sempre nel 1997, altre 40 chiese vengono chiuse, per colpire le opere gesuite che in Chiapas promuovevano iniziative di assistenza sanitaria, sociale e produttiva per le comunità locali indigene, l’80% delle quali di origine maya.

Il Subcomandante Marcos è un uomo di fine cultura, di cui non si conosce l’identità, educato in una delle scuole gesuite del Messico, che sembra da subito preferire l’arma della scrittura e della rivendicazione indigena ai tradizionali schemi ideologici che fomentavano le lotte armate in America Latina, ma che in nome di una ideologia straniera sacrificavano spesso le istanze più elementari ma fondamentali per la vita degli ultimi della terra. In tal senso va letta la “Otra Campana” del 2006, il viaggio  che ha portato il movimento indigeno a toccare i 31 Stati messicani e Citta’ del Messico, in contemporanea alla campagna elettorale per le elezioni presidenziali del luglio 2006.

L’insurrezione del Chiapas, pur riferendosi a simboli e messaggi della tradizione rivoluzionaria del continente, li colora e li allontana dalla degenerazione violenta, ponendo l’accento sull’identità indigena e sulla sua dimensione prettamente comunitaria, sui suoi bisogni elementari quali sanità, scuola e alimentazione, facendo un ampio e appropriato uso dei nuovi media per rendersi visibile al resto del mondo.

L’ EZNL deve al Subcomandante Marcos, poeta combattente, la sua longevità e la diffusione transnazionale delle rivendicazioni indigene ma, allo stesso tempo, ne segna l’allontanamento dalle simpatie dei movimenti più reazionari dell’America Latina e dagli intellettuali che li sostengono, nonostante vari tentativi di ricollocare il movimento nell’ambito della società civile, in una posizione sempre meno arroccata sulla Selva.
Proprio questo, infatti, sembra vogliano rimproverargli ora tanti tra gli stessi che l’hanno sostenuto in tutti questi anni: editori, movimenti politici, giornalisti, sembrano preferirgli le fronde combattenti e neomarxiste del nuovo Ejército Popular Revolucionario, tanto da costringere lo stesso Marcos, dopo aver tentato la via del racconto erotico per attirare le attenzioni dei media sempre più distanti, a dichiarare laconico alla rivista colombiana Gatopardo “Pasamos de moda, estamos como en 1993 pero al revés”.

SaVeTheRaBbiT.nEt