Giugno 30th, 2009

La “Otra Salud”, l’emergenza sanitaria che non fa notizia

L’influenza suina non fa più paura, ma le condizioni sanitarie nel Sud del Messico restano gravi.

di Mauro Annarumma per Meltin’Pot (Univ. Roma Tre)

Dopo settimane di dichiarazioni allarmiste dell’Organizzazione Mondiale per la Salute, che sembrava inseguire i lanci in prima pagina dei principali quotidiani di tutto il mondo sull’influenza suina, è calato il silenzio soporifero sulla paventata pandemia del virus AH1N1. Secondo i dati forniti dal Ministro della Salute messicano, José Angel Cordova, circa il 70% dei casi si sono concentrati nella capitale, dove un ferreo controllo del rispetto delle nuove norme sanitarie avrebbe impedito l’ulteriore diffusione del virus. Le aree limitrofe, come Tlaxcala, Oaxaca e Chiapas, sono state interessate solo marginalmente dall’influenza suina, ma le condizioni sanitarie della regione, la più povera del Messico, restano precarie e l’assistenza medica insufficiente, lasciando la popolazione in uno stato di emergenza sanitaria cronica: è latitante il governo centrale, che tende ad adottare una linea politica discriminatoria verso le popolazioni indigene dell’area e si limita spesso a distribuire fondi pubblici a enti o strutture poco radicate nel territorio, secondo quanto denunciano le organizzazioni umanitarie che operano nell’area, e alle quali è devoluta l’assistenza vera e propria, come la Croce Rossa e Medici senza Frontiere. Come nelle altre aree depresse del Paese, a pagare il prezzo più alto della grave condizione economica e sociale della popolazione sono le donne, vittime dei pregiudizi culturali e delle tradizioni discriminanti che relegano la figura femminile ai margini della società. Le numerose gravidanze, spesso in giovanissima età, vengono portate a termine senza alcun controllo medico, e molte si risolvono con la morte della partoriente. Le precarie condizioni sanitarie si riflettono anche sul rischio di morte per i bambini al di sotto di un anno di vita, oltre il 60% più elevato rispetto alla media nazionale: ogni 10.000 nati vivi, quasi 300 muoiono a meno di 12 anni di età. Tra le cause principali vi sono malattie tropicali o legate alla scarsa qualità della vita, quali bronchiti, dissenterie gravi, colera, tripanosomiasi, febbre gialla, malaria, malattie respiratorie, TBC, parassitosi intestinali, e la denutrizione, che interessa oltre la metà della popolazione indigena e fino all’ottanta per cento della popolazione nella zona della Selva Locandona, non raggiunta da servizi per le acque potabili e fognarie. Il perdurare, inoltre, del conflitto a bassa intensità tra il Governo e le comunità autogestite del Chiapas, rafforza la tendenza dei locali a non usufruire dei servizi sanitari ufficiali, che svolgono anche una funzione di controllo e censimento della popolazione, e moltiplica i tentativi di organizzazione in sistemi autonomi ancora lontani però dal poter garantire una efficace assistenza sanitaria. I servizi sono centrati sulla figura del “Promotore di salute”, depositario della tradizionale medicina maya e della medicina contemporanea, e rappresentano un modello alternativo di sanità al servizio della comunità e, nelle intenzioni, lontano dalle logiche di mercato. Ciononostante, medicinali e strumenti diagnostici vengono ancora forniti dalle organizzazioni umanitarie e dalle associazioni internazionali, rivelando prime contraddizioni di un modello in divenire.

Foto di F Ricci

Foto di Francesco Ricci

Giugno 22nd, 2009

Bombardamenti e stupri: questa la guerra di Khartoum ai ribelli del Darfur
Un nuovo rapporto delle Nazioni Unite fa luce sugli ultimi sei mesi di crisi nella regione del Darfur

Sina Samar, inviato speciale del Consiglio dei Diritti umani in Sudan delle Nazioni Unite dall’agosto 2008 alla fine di maggio 2009, è l’autrice del nuovo rapporto delle Nazioni Unite che denuncia, ancora una volta, le continue violenze e gli abusi perpetrati a danno di civili, soprattutto donne e bambini, nel Sudan.

Nel periodo considerato, denuncia Sina Samar, non si sono arrestate le gravi violazioni dei diritti umani, quali torture e detenzione arbitraria, uccisioni di massa e distruzione di centri abitati e strutture di assistenza ai civili, così come i fenomeni di banditismo e sciacallaggio, sempre più numerosi.
Nel semestre considerato, infatti, risultano rubati ben 129 veicoli con l’insegna delle Nazioni Unite e di altre organizzazioni umanitarie.
Oltre alle minacce che giungono dal mondo della criminalità diffusa, il mandato dei peacekeepers continua ad essere ostacolato più volte anche dalle autorità sudanesi, che negano visti e passaggi in aree a rischio della regione.
Lo stupro resta una delle maggiori piaghe del Darfur, che svela anche la sostanziale impotenza delle forze di pace della missione congiunta delle Nazioni Unite e dell’ Unione Africana dinanzi ai sempre più numerosi casi di violenze sessuali fuori e dentro i campi di sfollati, ad opera di criminali e guerriglieri. La maggior parte delle violenze, inoltre, vengono soffocate nel silenzio dalle stesse vittime, che non hanno fiducia negli organi di polizia sudanese e negli operatori dei centri di medicazione e cure dei campi, sotto il controllo delle forze di sicurezza del Paese.
Difficile anche la situazione degli operatori umanitari stranieri, accusati di essere tra i principali informatori che hanno consentito alla Corte Penale Internazionale di emettere il mandato di arresto del Presidente sudanese Omar Hassan al Bashir, nel marzo scorso: negli ultimi mesi sono stati registrati sedici casi di detenzione arbitraria e altri casi, almeno quattro, di gravi maltrattamenti. Numerosi anche i civili detenuti arbitrariamente e sottoposti a torture fisiche e psicologiche

Nel periodo da agosto a maggio di quest’anno, infine, sono continuati numerosi i bombardamenti aerei in violazione delle risoluzioni ONU, spesso in maniera indiscriminata, senza alcuna distinzione tra postazioni ribelli, dimore private e strutture di accoglienza, come i centri di Umm Sauunna, 24 km a ovest di Haskanita, e Shawa, a sud di El Fasher.
La situazione in Darfur, e in generale nel complesso puzzle multietnico sudanese, è quindi ancora tesa, e gli esiti del conflitto ancora incerto.
Se lo sforzo umanitario resta una priorità per la salvaguardia dei diritti basilari della popolazione del Darfur, è evidente, tuttavia, che la partita va giocata sul piano politico e diplomatico. Anche ai supplementari.

Per saperne di più sul Darfur: Italians for Darfur www.italiansfordarfur.it

“UNA VIGNETTA PER IL DARFUR”
La fantasia al servizio dell’informazione.
I vignettisti italiani dedicano una loro creazione a Italian Blogs for Darfur, per il Darfur
Giugno 17th, 2009

IRAN tries to hack/cencour TWITTER ( source of information from the uprisings) : Do as following: Change your Twitter Location to Tehran and your TimeZone to GMT+3.5. Help shield #IranElection and confuse Iranian censors!

The widespread arrest of young protesters and opponents of the regime in Tehran and most other cities which began on Saturday has gained new dimensions. Thousands have so far been arrested.
About 900 of the detainees have been transferred to Tehran’s notorious Evin Prison. Some 350 have been put in solitary confinement in Evin and the others are being held in Ward 240 of the prison. A number of the detained have been taken to safe-houses of the Ministry of Intelligence and Security (MOIS).
Those arrested in Isfahan have been transferred to wards A-I of the city’s central prison, which are run by the MOIS, and the detainees in Mashhad have been transferred to Vakil-Abad Prison.
Anti-riot forces attacked protests by hundreds of relatives of those arrested who were demonstrating outside the regime’s Justice Department office in Tehran.
In recent days, dozens of protestors have been killed and hundreds injured.

Giugno 8th, 2009

Quale sinistra in El Salvador?
Il Presidente Funes guida il primo governo salvadoregno di sinistra, tra spinte riformiste e radicalismo venezuelano.

Il nuovo governo di Mauricio Funes, presidentes di El Salvador, sembra voler  guidare il Paese del Centramerica, schiacciato da anni di guerra civile e povertà, verso un cammino di espiazione simbolica dei crimini e delle pene ad esso inflitte dal governo della oligarchia militare e latifondista salvadoregna negli ultimi venti anni.

Dal 1980 al 1992, nel piccolo Stato dell’El Salvador si è combattuta una sanguinosa guerra tra i guerriglieri del Frente Farabundo Martì de Liberaciòn Nacional (FMLN) di estrema sinistra e i miliziani della estrema destra al governo, i cui militari godono ancora dell’amnistia del 1993. Con oltre 70000 morti, si pensò allora di chiudere un’era, ma il dramma di migliaia di famiglie perdura sino ad oggi. Da un osservatorio privilegiato quale quello in cui mi sono trovato  in El Salvador nel 2004, prima il main field delle Forze speciali aviolanciate e poi l’ambasciata italiana, ho colto nel suo agghiacciante contrasto i due volti della società salvadoregna: nonostante l’affollarsi di numerose agenzie straniere di sviluppo, per i cui operatori sono stati erette come piramidi nel deserto moderni centri commerciali dotati dei migliori prodotti di consumo, le condizioni di vita restano precarie. L’elite del Paese, ancora oggi militari e grossi proprietari terrieri vicini al Partito di destra “Arena”, usufruiscono di discoteche e locali notturni, per lo più nel quartiere residenziale in cui sorgono grandi ville circondate da alte mura e temibili guardie armate, che non mancano neanche dinanzi a locali commerciali, come anche alle porte di semplici farmacie. Gran parte della popolazione continua a vivere intorno alla capitale, nella densa boscaglia che la circonda, ed è comune osservare giovanissimi studenti in uniforme scolastica scomparire tra gli alberi al termine delle lezioni. Bassa scolarizzazione, garantita per lo più dalle scuole missionarie numerose in centramerica, piccola e diffusa criminalità ed estrema povertà, sono ancora una piaga per il Paese.

In un simile contesto e in un momento storico in cui riprendono piede in America Latina i partiti e i movimenti di sinistra, risulta significativa l’assenza, nel giorno del giuramento del nuovo governo, del presidente venezuelano Hugo Chavez e del boliviano Evo Morales, leaders di una sinistra violenta e antidemocratica, soffocatrice della libertà di espressione e in costante conflitto con le opposizioni. Assenze che alimentano un acceso dibattito all’interno della classe politica latinoamericana, che si interroga ora sulla direzione che il nuovo presidente, un ex giornalista eletto tra le fila dello FMLN, sembra aver scelto nel corso dei primi mesi del suo mandato, apertosi con elogi al Presidente degli Stati Uniti, Obama, e al governo del brasiliano Lula dai quali, ha dichiarato Funes, intende prendere esempio. Ma altrettanto significativa è la decisione, subito annunciata, di riallacciare le relazioni diplomatiche con Cuba, dopo oltre 40 anni.

Mauricio Funes, anno 1959, è stato il primo candidato dello FMLN che non abbia avuto un passato da guerrigliero, ma le spinte della dirigenza del Fronte, apparentemente più a suo agio con il radicalismo venezuelano che con il pragmatismo brasiliano, non potranno che avere un peso rilevante nella collocazione politica del nuovo El Salvador.

Giugno 3rd, 2009

Iran, il Paese del boia: in cinque mesi 190 esecuzioni

Continuano le esecuzioni capitali ordinate dal regime teocratico e antidemocratico di Teheran

di Mauro Annarumma per Meltin’Pot (Univ. RomaTRE)

Tra le aberrazioni del giustizialismo quella della pena di morte è tra le peggiori, e non sono sufficienti la democrazia e una moratoria dell’ONU per placare la sete di sangue dei tribunali populisti di molti Paesi del mondo e di oligocrazie preoccupate da dissidenti e intellettuali all’opposizione.

Fra tutti, l’Iran è il primo Paese al mondo, in rapporto alla popolazione, per numero di esecuzioni, ben 190 dal primo gennaio ad oggi, con un drammatico aumento del 70% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Le ultime tre vittime sono di sabato 23 maggio, fra cui una donna, impiccate nel sud della città di Shiraz. Non è possibile stilare un rapporto completo e ufficiale delle vittime del boia iraniano, in quanto gli osservatori delle organizzazioni per i diritti umani e delle agenzie governative delle Nazioni Unite non sono ammessi ai tribunali del Paese, pertanto i dati attuali corrispondono a quelli forniti, volta per volta, dalle notizie dei quotidiani iraniani: secondo quanto risulta alla Abdorrahman Boroumand Foundation, fondazione per i diritti umani in Iran, nel 2007 sono state eseguite 466 esecuzioni e 381 nel 2008, nonostante la moratoria delle Nazioni Unite approvata dall’Assemblea di cui l’Iran è membro.

Le Nazioni Unite, che nel dicembre del 2007 ne approvarono la proposta, con l’astensione degli Stati Uniti, in cui la pena capitale non è prevista solo in 13 Stati su 50, ha il compito di vigilare sul rispetto della stessa, che tuttavia non è vincolante.

Ha fatto il giro del mondo, l’anno scorso, la notizia dell’impiccagione della giovane artista iraniana Delara Darabi, condannata nel 2003 quando era ancora minorenne per un presunto omicidio. I tribunali iraniani, nonostante il forte movimento internazionale che premeva per la sospensione della pena, non vollero riconsiderare la condanna emessa, alla luce delle nuove prove della difesa.

Numerose anche le coppie omossessuali condannate alla forca, come i giovanissimi Hamzeh Chavi e Loghman Hamzehpour, di 18 e 19 anni, arrestati a gennaio a Sardasht con l’accusa di sodomia: l’omossessualità in Iran come in altri Paesi islamici, equivale ad essere nemici di Allah e prevede la condanna a morte, spesso per lapidazione.

Venuta meno la sua funzione di deterrenza, per crimini che comunque vengono commessi nonostante l’altissimo rischio della pena, la massima pena contiua a rappresentare un importante braccio armato della politica repressiva del governo antidemocratico e teocratico, che annovera tra i suoi crimini la discriminazione delle donne e delle minoranze, etniche e religiose, e soffoca le libertà di stampa e di espressione.

SaVeTheRaBbiT.nEt