Un tribunale condanna la compagnia petrolifera al risarcimento di 15.5 milioni di dollari per la morte dell’attivista Ken Saro-Wiwa
Il Delta del Niger, una delle aree più ricche di greggio ma tra le più povere del mondo, é soggetta da anni a sfruttamento incondizionato delle sue risorse a spese del suo ecosistema e della salute della popolazione.
Le compagnie petrolifere, multinazionali che si contendono le aree di estrazione del greggio, sono spesso additate come le principali responsabili del grave danno ambientale dell’area e della corruzione che incenerisce i comunque considerevoli introiti economici dello Stato. Il governo Nigeriano, che da un lato spende le sue risorse in beni di lusso per il Presidente e il suo entourage, chiude un occhio sulle violazioni delle norme di protezione ambientale, che le compagnie peraltro legano ai numerosi sabotaggi operati sulle loro linee di estrazione, e ritira la mano quando si parla di benessere e sviluppo dei nativi.
La Shell Petroleum Development Company, parte della olandese Royal Dutch Shell, è la principale compagnia petrolifera operante nella regione e il 6 luglio un tribunale newyorkese l’ha giudicata colpevole dell’uccisione di nove attivisti nigeriani tra cui Ken Saro-Wiwa, che nei primi anni ‘90 accusava la compagnia di gravi violazioni dei diritti umani, Tra le accuse più pesanti, quella di sostenere economicamente i militari e i funzionari governativi impegnati in attività repressive degli oppositori.
Il difficile percorso giudiziario iniziato in quegli anni è culminato con il riconoscimento del ruolo della compagnia nel supporto economico e logistico delle forze di polizia e dei soldati nigeriani, e con un’ammenda di 15,5 milioni di dollari, da destinare, in parte, a programmi di sviluppo e di scolarizzazione della popolazione della regione di Ogoni, di cui era originario l’attivista nigeriano.
Per la prima volta gli atti del processo sono stati resi pubblici, a differenza di altri simili casi, evidentemente secretati per evitare pericolosi precedenti, come quello della Unocal in Birmania, accusata nel 2004 di forme di sfruttamento della manodopera locale.
La rivalutazione dell’impatto ambientale e sociale dello sfruttamento petrolifero delle aree depresse del mondo sembra sempre più farsi largo tra le carte che affollano le scrivanie dei direttori delle multinazionali. Le grosse compagnie sempre più investono parte del loro capitale in progetti di sviluppo per migliorare la loro immagine costantemente sotto attacco delle associazioni per la difesa dei diritti umani in tutto il mondo, ma la tensione tra attivisti e popolazioni locali e le multinazionali resta sempre alta.






