Ottobre 27th, 2009

Lagos offre l’amnistia ai ribelli del Delta del Niger, nel tentativo di riportare la stabilità nella regione Dal 4 ottobre circa 15.000 guerriglieri hanno deposto le armi in cambio di soldi e corsi professionali, ma il MEND minaccia nuove rappresaglie contro multinazionali ed esercito.

di Mauro Annarumma per Mpnews

E’ in vigore dal 4 ottobre scorso l’armistizio tra i ribelli del Delta del Niger e il Governo centrale del Presidente in carica Umaru Yar’Adua, alla ricerca della stabilità nella regione, grande solo il 7% del Paese ma in grado di coprire ben il 75% della esportazione nazionale di greggio.

Ad Abuja, il governo ha concesso l’amnistia ai ribelli che hanno consegnato le armi, secondo fonti ufficiali almeno 15.000 unità, molto meno per i portavoce del Mend di Henry Okah, dal 2006 il principale gruppo armato autonomista della regione. Il Mend non ha sottoscritto il trattato di non belligeranza, pur contando al suo interno diverse defezioni, ma aveva garantito 60 giorni di tregua. Allo scadere della tregua, pochi giorni fa, sono ripresi gli scontri e gli attacchi alle compagnie petrolifere straniere che, complice un governo corrotto, sarebbero additate come le uniche sfruttatrici senza scrupolo delle risorse di cui l’area è ricca. Da decenni, infatti, il governo centrale concede la regione allo sfruttamento di compagnie petrolifere straniere, incurante della salvaguardia dei diritti umani e del territorio dei suoi cittadini.

Tra i massimi leader dei movimenti armati che invece hanno consegnato le armi c’è anche Tompolo, a capo della Federazione delle comunità ijaw del Delta del Niger (FNDIC), il gruppo etnico di maggioranza, e Farah Dagogo. Forti le pressioni governative, che hanno promesso corsi tecnici e qualifiche professionali per gli ex guerriglieri e hanno annunciato, lo scorso 19 ottobre, di voler destinare il 10% dei proventi dalla vendita del greggio allo sviluppo dell’area del Delta, tra le più povere e inquinate del continente. Nessun problema politico è stato invece affrontato, tanto da far apparire il trattato una “farsa” agli occhi di molti oppositori. Nonostante il governo abbia riconosciuto la legittimità delle rivendicazioni dei gruppi armati, restano irrisolte le piaghe dello sfruttamento e inquinamento del territorio, così gravi da essere registrate come violazioni dei diritti umani.

In molti hanno già fatto sapere di non riconoscere la legittimità dell’amnistia concessa dal Presidente: circa 232 guerriglieri del Fronte per la Salvezza dei popoli del Delta del Niger e del la Forza dei volontari del Delta del Niger, guidati da Mujahid Dokubo Asari, si sono rivolti alla Corte federale di Abuja, per annullare gli atti che violerebbero gli articoli 36 e 175 della Costituzione nigeriana del 1999.

Il Mend, intanto, fa sapere che non porrà più limiti ai suoi attacchi agli investitori stranieri e alle truppe schierate in loro difesa, un corpo speciale interforze resosi responsabile di diversi massacri ed esecuzioni politiche, finché non verrà garantita l’equa distribuzione dei proventi dalla vendita del petrolio e un piano di sviluppo per l’area, in cui la sopravvivenza è messa quotidianamente a rischio per l’inquinamento e le precarie condizione igienico-sanitarie, nonché per l’estrema povertà, a cui la popolazione locale, circa venti milioni di persone suddivise in 40 etnie diverse, sono costrette dai primi anni novanta.

Quasi tutti i gas liberati dai processi di estrazione del petrolio vengono bruciati in loco, dando luogo al fenomeno del gas flaring, tra le principali cause di gas serra, che si risolvono in pulviscolo cancerogeno disperso e inalato in vaste aree del Delta. Rifiuti, prodotti di scarto della lavorazione del greggio, perdite e furti lungo le linee degli oleodotti, rendono l’area invivibile, contaminando acqua potabile e alimenti, rendendo sterili le campagne da cui i villaggi traevano in origine il proprio sostentamento.

Non si sente parlare spesso di Nigeria in Italia, nonostante la RAI disponga di una propria sede nel Continente, precisamente a Nairobi, in Kenia. Servizi che hanno molte difficoltà a trovare spazio nei nostri telegiornali, nonostante proprio nel Delta del Niger, operi anche l’italiana AGIP attraverso la Nigerian Agip Oil Company (Naoc).

Ottobre 17th, 2009

La danza macabra di Sabrina Brazzo, stella de LA SCALA di Milano, testimonial della Maison di Carlo Ramello

Fonte: gruppo facebook “Contro l’industria della pelliccia
Sabrina Brazzo con pellicce

Apprendiamo da Global Press Italia: “Lo scorso 30 settembre, alla presenza di numerose personalità e clienti, si è svolto nell’ampio salone del Fairmont di Monte-Carlo, il JAP FASHION SHOW dedicato alla nuova collezione di pellicce autunno-inverno 2009-2010 del marchio JAP Fur Couture della Maison appartenente all’italiano Carlo Ramello.[…]Le creazioni di Carlo Ramello hanno affascinato anche l’ETOILE de LA SCALA di Milano, la ballerina Sabrina Brazzo che, con passo leggiadro e naturale eleganza, ha aperto la filata accarezzando l’algida passerella. Un momento di magia, un’apparizione sorprendente, che ha coniugato il garbo e l’innata eleganza d’artista classica con lo stile ed il glamour delle creazioni della Maison Ramello.”

(La foto del “momento di magia” è di  LePodcast Journal )

E’ possibile contattare l’azienda per esprimere, educatamente, il proprio dissenso e chiedere che la linea di pellicce venga sostituita da materiale sintetico:

Carlo Ramello
Via C. Colombo, 34 - Andora (SV) Italy
info@ramellopellicce.it
http://www.ramellopellicce.it/v2/en/contact_us.html

Italian phone line (+39) 018286710
French phone line (+39) 018285950

Ottobre 16th, 2009

Condannato a morte Ali Zamani, attivista iraniano che aveva contestato il voto presidenziale a Teheran. Si teme una nuova ondata di esecuzioni capitali.

Mohammed Reza Ali Zamani è uno dei cento attivisti, tra cui eminenti figure intellettuali dell’Iran, che per il governo di Mahmoud Ahmadinejad hanno fomentato le rivolte popolari del 12 giugno scorso, in sostegno del candidato riformista Hossein Mousavi, sconfitto dal verdetto elettorale, e nella speranza di una svolta politica nel Paese.

Il moto popolare, innescato e sostenuto soprattutto dai movimenti studenteschi, denunciando irregolarità del voto e intimidazioni nei seggi ha messo sotto accusa i pilastri del governo iraniano, ma le pacifiche manifestazioni nelle vie più importanti della capitale Teheran non hanno portato ai risultato sperati: il voto è stato confermato e non è stata fatta luce sui plausibili brogli elettorali.

Ali Zamani, anni 37, è ora il primo condannato a morte per i moti post-elettorali, secondo il quotidiano riformista Mowjcamp che non dà i dettagli della sentenza di lunedì scorso. Fonti non ufficiali già ad agosto riferivano però di una serie di processi seguiti ad arresti di massa dello stesso mese, per questo si teme una nuova ondata di esecuzioni capitali, in un Paese che è stato definito il “paese dei boia”, per l’altissimo numero di condanne a morte negli ultimi anni, il più alto nel mondo in rapporto alla popolazione.
Tra le accuse che sembrano essere alla base della sentenza, c’è ancora una volta quella della lotta al regime islamico dell’Iran, Paese tuttavia erede anche delle tradizioni sufi e persiane di cui il rito del fuoco ne è l’emblema, e che rappresenta per una parte delle opposizioni uno dei simboli più forti, soprattutto da quando è stato messo al bando.
Ali Zahmani era inoltre affiliato a un movimento filo monarchico, l’Iran Monarchy Committee, una piccola organizzazione creata da esuli iraniani in Europa e Stati Uniti, ritenuta dal governo una organizzazione terrorista. Secondo le fonti del giornale inglese The Guardian il giovane attivista avrebbe avuto solo un ruolo di secondo piano nell’organizzazione, per la quale avrebbe condotto la stazione radio Tondar e avrebbe distribuito cd e volantini propagandistici antigovernativi.
Ma secondo i giudici del tribunale iraniano, evidentemente, una radio ribelle è solo un’altra voce da soffocare.

Ottobre 6th, 2009

Nuove proteste studentesche a Teheran riaccendono i riflettori su una rivolta mai sopita.

Il Presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, vincitore delle ultime elezioni del Paese tra tante incertezze sulla regolarità del voto, speranze inattese e proteste di piazza soffocate dalla polizia e dalle forze paramilitari e filogovernative, ha dovuto difendere ancora una volta la legittimità della sua riconferma elettorale, davanti all’Assemblea riunita delle Nazioni Unite, il 21 settembre scorso.

Sono gli strascichi delle polemiche che si erano accese in Europa e negli Stati Uniti in seguito alla sua rielezione il 12 giugno scorso, contestata da studenti e molte parti della società civile iraniana. L’ “onda verde” era stata ripresa e amplificata dai media, entrando d’impeto nell’immaginario collettivo nostrano, ma a distanza di mesi dai primi moti popolari, nonostante il perdurare delle proteste, era stata presto dimenticata e rischiava di infrangersi contro quelle stesse redazioni che si erano prestate a cassa di risonanza dei loro canti.

La nuova manifestazione del 30 settembre scorso al Politecnico Sharif di Teheran, preceduta lunedì scorso da quella di un centinaio di studenti, riaccende i riflettori sulle aspirazioni democratiche della fascia riformista e progressista della popolazione iraniana, cresciute, in particolare, nei centri culturali e nelle facoltà umanistiche. Proprio su queste ultime si sono concentrate le attenzioni della censura governativa che sta cercando di limitarne i corsi e gli insegnamenti che coinvolgono circa la metà degli oltre tre milioni di studenti universitari del Paese. Intellettuali, docenti, studenti, che in queste facoltà sono portati naturalmente al confronto e alla ricerca con i modelli giuridici, sociali, politici e filosofici stranieri, sono diventati i più temibili nemici della Repubblica Islamica.

Un fotografo del sito web iraniano Mowjcamp era stato colpito da uno sparo proprio nella prima manifestazione dello scorso lunedì, mentre riprendeva il corteo che inneggiava a Hussein Moussavi, insieme a molti altri colleghi e bloggers di altrettanti siti web di opposizione, che riportavano notizie di altre proteste studentesche, come quella alla facoltà di filosofia, in cui domenica erano stati lanciati numerosi slogan contro Ahamdinejad e la milizia Basij, la quale aveva attaccato i manifestanti di giugno.

I duemila studenti che mercoledi scorso hanno protestato al Politecnico Sharif di Teheran, molti dei quali bloggers, gli stessi che avevano aggirato la censura governativa grazie all’uso dei nuovi social networks come facebook e twitter nel giugno scorso, non rappresentano quindi un residuo di quei primi meglio noti movimenti postelettorali, ma un fermento crescente di inevitabili aspirazioni democratiche e riformiste della popolazione.

SaVeTheRaBbiT.nEt