di Mauro Annarumma per Mpnews
E’ in vigore dal 4 ottobre scorso l’armistizio tra i ribelli del Delta del Niger e il Governo centrale del Presidente in carica Umaru Yar’Adua, alla ricerca della stabilità nella regione, grande solo il 7% del Paese ma in grado di coprire ben il 75% della esportazione nazionale di greggio.
Ad Abuja, il governo ha concesso l’amnistia ai ribelli che hanno consegnato le armi, secondo fonti ufficiali almeno 15.000 unità, molto meno per i portavoce del Mend di Henry Okah, dal 2006 il principale gruppo armato autonomista della regione. Il Mend non ha sottoscritto il trattato di non belligeranza, pur contando al suo interno diverse defezioni, ma aveva garantito 60 giorni di tregua. Allo scadere della tregua, pochi giorni fa, sono ripresi gli scontri e gli attacchi alle compagnie petrolifere straniere che, complice un governo corrotto, sarebbero additate come le uniche sfruttatrici senza scrupolo delle risorse di cui l’area è ricca. Da decenni, infatti, il governo centrale concede la regione allo sfruttamento di compagnie petrolifere straniere, incurante della salvaguardia dei diritti umani e del territorio dei suoi cittadini.
Tra i massimi leader dei movimenti armati che invece hanno consegnato le armi c’è anche Tompolo, a capo della Federazione delle comunità ijaw del Delta del Niger (FNDIC), il gruppo etnico di maggioranza, e Farah Dagogo. Forti le pressioni governative, che hanno promesso corsi tecnici e qualifiche professionali per gli ex guerriglieri e hanno annunciato, lo scorso 19 ottobre, di voler destinare il 10% dei proventi dalla vendita del greggio allo sviluppo dell’area del Delta, tra le più povere e inquinate del continente. Nessun problema politico è stato invece affrontato, tanto da far apparire il trattato una “farsa” agli occhi di molti oppositori. Nonostante il governo abbia riconosciuto la legittimità delle rivendicazioni dei gruppi armati, restano irrisolte le piaghe dello sfruttamento e inquinamento del territorio, così gravi da essere registrate come violazioni dei diritti umani.
In molti hanno già fatto sapere di non riconoscere la legittimità dell’amnistia concessa dal Presidente: circa 232 guerriglieri del Fronte per la Salvezza dei popoli del Delta del Niger e del la Forza dei volontari del Delta del Niger, guidati da Mujahid Dokubo Asari, si sono rivolti alla Corte federale di Abuja, per annullare gli atti che violerebbero gli articoli 36 e 175 della Costituzione nigeriana del 1999.
Il Mend, intanto, fa sapere che non porrà più limiti ai suoi attacchi agli investitori stranieri e alle truppe schierate in loro difesa, un corpo speciale interforze resosi responsabile di diversi massacri ed esecuzioni politiche, finché non verrà garantita l’equa distribuzione dei proventi dalla vendita del petrolio e un piano di sviluppo per l’area, in cui la sopravvivenza è messa quotidianamente a rischio per l’inquinamento e le precarie condizione igienico-sanitarie, nonché per l’estrema povertà, a cui la popolazione locale, circa venti milioni di persone suddivise in 40 etnie diverse, sono costrette dai primi anni novanta.
Quasi tutti i gas liberati dai processi di estrazione del petrolio vengono bruciati in loco, dando luogo al fenomeno del gas flaring, tra le principali cause di gas serra, che si risolvono in pulviscolo cancerogeno disperso e inalato in vaste aree del Delta. Rifiuti, prodotti di scarto della lavorazione del greggio, perdite e furti lungo le linee degli oleodotti, rendono l’area invivibile, contaminando acqua potabile e alimenti, rendendo sterili le campagne da cui i villaggi traevano in origine il proprio sostentamento.
Non si sente parlare spesso di Nigeria in Italia, nonostante la RAI disponga di una propria sede nel Continente, precisamente a Nairobi, in Kenia. Servizi che hanno molte difficoltà a trovare spazio nei nostri telegiornali, nonostante proprio nel Delta del Niger, operi anche l’italiana AGIP attraverso la Nigerian Agip Oil Company (Naoc).







