Novembre 27th, 2009

Salta la missione italiana in Darfur: il Sudan nega i visti ai militari italiani

Era stata annunciata dal Ministro italiano della Difesa, l’On. Ignazio La Russa, agli inizi del 2009. Italians for Darfur Onlus chiede ora che i fondi stanziati per la missione non vengano dirottati altrove.

MpNews: Apprendiamo dall’associazione ONLUS per i diritti umani in Darfur, Italians for Darfur, che la missione italiana in Darfur, che prevedeva la consegna di due velivoli da trasporto al contingente di caschi blu dell’UNAMID, la missione di pace ONU - Unione africana, non può più avere luogo: è l’ennesima speranza disattesa, per ottenere la quale erano state spese molteplici energie.

La missione UNAMID, sancita con la risoluzione 1769 del 2007, sarebbe dovuta partire a pieno regime entro il 2008. A tre anni dalla sua approvazione nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, la missione congiunta con i caschi verdi dell’Unione Africana, non ha mai raggiunto il numerico previsto, fermandosi a circa 20 mila unità contro le 26 mila in organico, con gravi carenze logistiche, quali mezzi di trasporto terrestri e soprattutto aerei, indispensabili per un controllo efficace dell’immenso territorio del Darfur. Il contributo italiano sarebbe stato, quindi, di fondamentale importanza.

L’impegno del Governo italiano c’è stato e l’impresa si è arenata non a Roma ma a Khartoum, nell’ufficio “Visti” del governo sudanese. Il Presidente Omar al Bashir ha infatti negato i permessi per il piccolo contingente di militari italiani, che avrebbe dovuto accompagnare i due velivoli in Darfur.
La notizia diffusa dall’associazione è trapelata dalla lettura del resoconto dell’ultima seduta della Commissione Difesa del Senato, dell’11 novembre scorso. Salta quindi la missione italiana in Darfur, per la quale erano stati stanziati 6 milioni di euro, di cui avevamo parlato in anteprima proprio sulle pagine di MPnews,

Il rischio, allo stato attuale, è che anche i fondi destinati in capitolo al finanziamento della missione in Darfur vengano dirottati per altre missioni internazionali, come quella in Afghanistan.
“L’emergenza nella regione e nel Sud Sudan, dove la tensione in vista delle elezioni e del referendum per l’indipendenza è sempre più alta, è ancora pressante e il supporto del nostro Paese rimane fondamentale”- ha riferito alle agenzie la Presidente di Italians for Darfur.

Nonostante una buona opera di addestramento della polizia locale, il contingente internazionale non è riuscito a contenere le azioni di violenza a danno della popolazione civile. Nel suo ultimo rapporto, il Consiglio di Sicurezza ha denunciato nuovamente l’innalzamento dello stato di allerta dei peacekeepers, dopo gli ultimi pesanti scontri, sempre più frequenti, tra etnie e fazioni diverse della popolazione, non solo del Darfur, ma anche del Sud Sudan, che hanno causato la morte di oltre 50 persone.

Proprio nel Sud Sudan si sono riaccesi negli ultimi mesi rivalità e odio tra le etnie della regione, in vista delle elezioni presidenziali dell’aprile 2010 e delle annunciate consultazioni popolari per l’indipendenza del Sud Sudan dal resto del Paese.
Il Segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon ha denunciato inoltre, lunedì scorso, pesanti e continue intimidazioni al contingente UNAMID in Darfur, da parte del governo sudanese, sia sottoforma di lungaggini burocratiche sia di vere e proprie limitazioni al movimento.

Mauro Annarumma

Novembre 25th, 2009

Nepal: il sogno inquieto di una democrazia sfumata

Cresce l’instabilità nel Paese a sei mesi dalle dimissioni del Primo Ministro maoista Prachanda

di Mauro Annarumma per Mpnews (Univ. RomaTre)

Il Nepal è incastonato sul tetto del mondo, come un gioiello tra le grandi potenze asiatiche. A dispetto della sua ricchezza paesaggistica, il Paese soffre però da anni di una profonda crisi politica e istituzionale che esaspera le già drammatiche condizioni della popolazione.
Dopo aver conosciuto la monarchia dinastica di Gyanendra Bir Bikram Shah Dev e dieci anni di guerriglia del Partito armato maoista, nell’ aprile 2006 l’intero Paese era sceso a festeggiare l’accordo di pace per le vie della capitale Kathmandu, in attesa di una promessa stagione delle riforme, che sarebbe dovuta essere sancita da una nuova Costituzione.
Nell’agosto 2008, Pushpa Kamal Dahal, detto Prachanda, leader del partito maoista che a partire dalle campagne, storica roccaforte del movimento, conquista l’intero Paese alle elezioni del 10 aprile 2008, diviene Primo Ministro della coalizione di governo, aprendo alle riforme in senso democratico, tra cui l’abolizione della monarchia e l’adozione di una forma di governo repubblicana. Tuttavia, poco meno di un anno più tardi, Prachanda cede alle tentazioni della dottrina maoista e cerca di imporsi sulla scena politica del rinato Nepal, attaccando il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Rookmangud Katawol. Il maldestro tentativo di destituirlo, a soli quattro mesi dalla pensione, porta immediatamente a una crisi istituzionale che determina la caduta della grande coalizione di governo. Il processo di pace è quindi sospeso, e con esso la possibilità per il Nepal di dotarsi di una nuova Costituzione e per i guerriglieri maoisti di veder condonata la loro militanza armata, che negli anni è costata la morte di circa 16.000 persone, con l’integrazione nelle fila dei regolari.

Da allora i maoisti, nuovamente esclusi dal governo, al capo del quale si insedia il Presidente Ram Baran Yadav, riprendono le ostilità verso le periferie del Paese, imponendo tributi alla popolazione e costringendo gli operai a iscriversi nei sindacati del partito maoista, in modo tale da poter contare e finanziare le attività del partito. Con l’assedio e il coprifuoco imposto alla città di Dhakuta, all’inizio del mese di novembre, i maoisti hanno fatto intendere di voler mettere in gioco anche la tregua armata con l’Esercito regolare, nel tentativo di mettere sotto pressione il governo e rientrare nell’esecutivo.
La settimana scorsa migliaia di persone hanno manifestato contro il governo, per due giorni: da mesi non si assisteva a manifestazioni così imponenti nel centro di Kathmandu.

E’ una situazione di pericolosa instabilità istituzionale, che getta molte ombre sul futuro del piccolo Paese himalayano: la popolazione vive per la quasi totalità coni prodotti della terra, mentre sono due milioni le persone che sono costrette a sopravvivere grazie al sostentamento alimentare del PAM, il Programma Alimentare Mondiale; la speranza di vita non supera i 61 anni e poco meno del 50 % della popolazione è analfabeta, il sistema sanitario pubblico è inesistente.
Al contrario, le spese per le Forze Armate sono cresciute vertiginosamente, con un balzo di 27% in più del budget destinato all’esercito.

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