Dicembre 27th, 2009

Il Presidente socialista di El Salvador prende le distanze dal socialismo del XXI secolo Il neo-eletto Mauricio Funes non risponde alla chiamata del venezuelano Ugo Chavez che vuole rilanciare le alleanze socialiste internazionali.

di Mauro Annarumma per Mpnews

L’El Salvador non prenderà parte ad una eventuale nuova internazionale socialista, auspicata dal presidente venezuelano Ugo Chavez e tradottasi in un appello ai Paesi sudamericani il 20 Novembre scorso a Caracas, durante un incontro con ben 55 gruppi e partiti di sinistra provenienti da 31 Paesi. Al termine di quest’incontro, la maggioranza dei delegati aveva approvato un documento programmatico, il Caracas Commitment, che fissava ad Aprile prossimo il nuovo appuntamento costituente, come risposta alla “crisi strutturale del capitalismo, economica, ecologica, alimentare, energetica”: una “minaccia mortale per l’umanità e la Terra”, la cui sola alternativa possibile sarebbe il “socialismo del XXI secolo”.

Mauricio Funes, primo presidente socialista del Salvador dopo venti anni di incontrastato dominio dell’oligarchia di destra, ha escluso, infatti, ogni partecipazione del suo Paese ad eventuali alleanze transamericane socialiste, come l’ALBA, la Bolivarian Alliance for the Americas, creata da Venezuela e Cuba nel 2004, alla quale hanno poi aderito anche Ecuador, Nicaragua, Bolivia, Honduras e alcune isole dei Caraibi. La dichiarazione di Funes è seguita a quella del suo partito, il Frente Farabundo Martì de Liberation (FMLN) che, al contrario, aveva fatto sapere di voler partecipare alla costituente di una nuova internazionale socialista.

Amico del presidente brasiliano Luis Inacio Lula da Silva, leader moderato di sinistra, Funes ha poi ribadito l’importanza strategica dell’alleanza con gli Stati Uniti, in considerazione anche degli oltre tre milioni di emigrati salvadoregni negli States, principale sostenitore, tra l’altro, della difficile e sanguinosa lotta alla criminalità delle gang salvadoregne, resesi responsabili di oltre mille morti dall’inizio dell’anno, tra cui quella del giornalista Christian Poveda, il settembre scorso, colpevole di aver voluto raccontare il mondo delle Mara, le bande salvadoregne.

Ma non è solo una scelta geopolitica ad aver determinato una presa di posizione così netta, contro la turbativa venezuelana. L’El salvador, dopo decenni di incontrastato dominio dei latifondisti e delle alte gerarchie militari, non può permettersi di aprire un nuovo fronte di scontro aperto con i gruppi di potere, non solo politico ma anche - soprattutto - economico, che ancora permangono nella società come nel parlamento. Povertà, scarsa scolarizzazione, iniqua distribuzione delle risorse sono tra le emergenze che l’esecutivo deve fronteggiare per rispondere alle aspettative della maggioranza dell’elettorato che proprio in Funes, già giornalista socialista, ha intravisto la svolta democratica per il proprio Paese. Il “cambio seguro”, come veniva assicurato nei manifesti della sua campagna elettorale, necessita, innanzitutto, di stabilità, ha ripetuto recentemente il Presidente ai giornalisti che gli chiedevano della sua presa di posizione, palesemente in contrasto con lo FMLN che lo ha candidato.

Distanze che lo stesso Funes non hai mai nascosto, semmai esaltate anche simbolicamente nel corso della campagna elettorale, quando si faceva riprendere dai fotografi in camicia bianca accanto a quella rossa di Sánchez Cerén, leader del Frente de Liberation.

Dicembre 22nd, 2009

Sudan: aumento della mobilitazione in vista delle elezioni di aprile. Pagan Amum, leader del Sudan People Liberation Movement, e molti altri oppositori sono stati arrestati a Khartoum durante corteo per la democrazia.

Si avvicinano le elezioni presidenziali in Sudan: ad Aprile la popolazione sudanese sarà chiamata a scegliere il nuovo Presidente  per la prima volta dopo 25 anni, sebbene l’unico eleggibile rimanga, allo stato attuale, il presidente in carica, il dittatore Omar Hassan al Bashir.
Secondo fonti governative, al 30 novembre, il 68% della popolazione è stata regolarmente registrata al voto, ma ne è significativa la distribuzione, 11 milioni di votanti negli stati del Nord, solo 2,6 milioni negli stati del Sud.
Le perplessità e le paure sulla effettiva regolarità del voto sono tante, sia nei movimenti di opposizione, sia tra i rappresentanti delle maggiori organizzazioni internazionali.

Paure che trovano riscontro nell’ultima rappresaglia della polizia contro i manifestanti lunedì scorso a Khartoum. Dopo un primo grande corteo dei partiti e dei movimenti di opposizione al regime di Bashir, tenutosi sabato per le strade della capitale, migliaia di persone , giunte in maggioranza dal Sud Sudan  e dal Darfur, si sono riunite nella periferia di Omdurman per richiedere l’implementazione degli accordi di pace del Gennaio 2005 (Comprehensive Peace Agreement) e per una svolta democratica della legislazione nazionale che garantisca la libertà di voto e di espressione, prima del voto presidenziale e del referendum per l’indipendenza del Sud Sudan che dovrebbe seguire a distanza di un anno. Lo SPLM e molti altri partiti di opposizione, che si erano riuniti a Juba lo scorso settembre, minacciano, infatti, di boicottare le elezioni qualora il National Congress Party non applichi le riforme atte a creare le condizioni auspicate.
Per l’occasione, migliaia di poliziotti sono stati schierati intorno ai manifestanti, ai quali, dopo una prima autorizzazione, era stata negata la possibilità di esprimersi pubblicamente nella capitale. I principali leaders presenti sono stati arrestati, tra cui Pagan Amum, Segretario Generale del movimento politico del Sud Sudan, e il suo deputato Yassir Arman, che faceva parte del Governo Unitario come previsto dal CPA.

I media stranieri, tra cui gli inviati di Al-Jazeera, hanno lamentato forti pressioni e la confisca delle registrazioni dell’evento da parte delle autorità sudanesi.
Il corteo è stato poi costretto a sciogliersi per le cariche della polizia che avrebbe usato manganelli e lacrimogeni, secondo quanto riferiscono alcuni testimoni al Sudan Tribune.
La notizia dell’arresto dei numerosi dissidenti ha alimentato nuove manifestazioni in tutto il Sud Sudan, con attacchi agli uffici del NCP. In particolare, a Rumbek, nella regione dei grandi Laghi, oltre 10.000 persone, tra cui tantissimi studenti, hanno sfilato intonando canti contro il regime e in favore di una svolta democratica del Paese.
Non si è fatta attendere la condanna del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti e le reazioni politche in Sudan.
Tutti i partiti di opposizione, l’Umma National Party, il Popular Congress Party (PCP), il Sudanese communist Party (SCP), l’Umma Reform and Renewal Party (URRP), il National Sudanese Alliance e molti altri piccoli gruppi politici, si sono riuniti giovedì nella sede del Sudan Liberation Movement/MM per rilanciare la nuova stagione di preteste finché non verranno attuate le riforme richieste.
Le autorità fanno sapere, intanto, che la polizia è intervenuta in quanto la manifestazione non era stata autorizzata, e i detenuti saranno tutti liberati.

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