di Mauro Annarumma per Mpnews
L’El Salvador non prenderà parte ad una eventuale nuova internazionale socialista, auspicata dal presidente venezuelano Ugo Chavez e tradottasi in un appello ai Paesi sudamericani il 20 Novembre scorso a Caracas, durante un incontro con ben 55 gruppi e partiti di sinistra provenienti da 31 Paesi. Al termine di quest’incontro, la maggioranza dei delegati aveva approvato un documento programmatico, il Caracas Commitment, che fissava ad Aprile prossimo il nuovo appuntamento costituente, come risposta alla “crisi strutturale del capitalismo, economica, ecologica, alimentare, energetica”: una “minaccia mortale per l’umanità e la Terra”, la cui sola alternativa possibile sarebbe il “socialismo del XXI secolo”.
Mauricio Funes, primo presidente socialista del Salvador dopo venti anni di incontrastato dominio dell’oligarchia di destra, ha escluso, infatti, ogni partecipazione del suo Paese ad eventuali alleanze transamericane socialiste, come l’ALBA, la Bolivarian Alliance for the Americas, creata da Venezuela e Cuba nel 2004, alla quale hanno poi aderito anche Ecuador, Nicaragua, Bolivia, Honduras e alcune isole dei Caraibi. La dichiarazione di Funes è seguita a quella del suo partito, il Frente Farabundo Martì de Liberation (FMLN) che, al contrario, aveva fatto sapere di voler partecipare alla costituente di una nuova internazionale socialista.
Amico del presidente brasiliano Luis Inacio Lula da Silva, leader moderato di sinistra, Funes ha poi ribadito l’importanza strategica dell’alleanza con gli Stati Uniti, in considerazione anche degli oltre tre milioni di emigrati salvadoregni negli States, principale sostenitore, tra l’altro, della difficile e sanguinosa lotta alla criminalità delle gang salvadoregne, resesi responsabili di oltre mille morti dall’inizio dell’anno, tra cui quella del giornalista Christian Poveda, il settembre scorso, colpevole di aver voluto raccontare il mondo delle Mara, le bande salvadoregne.
Ma non è solo una scelta geopolitica ad aver determinato una presa di posizione così netta, contro la turbativa venezuelana. L’El salvador, dopo decenni di incontrastato dominio dei latifondisti e delle alte gerarchie militari, non può permettersi di aprire un nuovo fronte di scontro aperto con i gruppi di potere, non solo politico ma anche - soprattutto - economico, che ancora permangono nella società come nel parlamento. Povertà, scarsa scolarizzazione, iniqua distribuzione delle risorse sono tra le emergenze che l’esecutivo deve fronteggiare per rispondere alle aspettative della maggioranza dell’elettorato che proprio in Funes, già giornalista socialista, ha intravisto la svolta democratica per il proprio Paese. Il “cambio seguro”, come veniva assicurato nei manifesti della sua campagna elettorale, necessita, innanzitutto, di stabilità, ha ripetuto recentemente il Presidente ai giornalisti che gli chiedevano della sua presa di posizione, palesemente in contrasto con lo FMLN che lo ha candidato.
Distanze che lo stesso Funes non hai mai nascosto, semmai esaltate anche simbolicamente nel corso della campagna elettorale, quando si faceva riprendere dai fotografi in camicia bianca accanto a quella rossa di Sánchez Cerén, leader del Frente de Liberation.






