Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU difficilmente riuscirà ad approvare una nuova risoluzione sulla crisi del Darfur. Nessun responsabile sudanese verrà forse mai sottoposto a sanzioni diplomatiche, nonostante Stati Uniti e Gran Bretagna ne stiano preparando una lista . Il motivo è l’opposizione tenace e pluriennale della Cina.
Quali interessi ha la Cina in Sudan? Come la Francia si schierò contro l’intervento armato in Iraq per tutelare i propri contratti petroliferi con il dittatore Saddam Hussein, così la Cina, grande importatrice di petrolio sudanese (circa il 70% del petrolio sudanese), ha annunciato di voler opporre il proprio veto a eventuali sanzioni contro il governo di Karthoum. La
China National Petroleum, di propietà statale, è azionista di maggioranza (40%) della
Greater Nile Petroleum Oil Company (GNPOC),che controlla due dei più importanti campi petroliferi della provincia sudanese dell’Alto Nilo Occidentale e il bacino di Melut, ad est del Nilo. La
China Petroleum Engineering and Construction (CPEC), sempre di proprietà statale, ha costruito un oleodotto che va dai giacimenti della GNPOC al Mar Rosso e un complesso di raffinerie nei pressi di Karthoum. Anche la cinese
Sinopec sta costruendo un oledotto a Port Sudan, nel Mar Rosso. Quasi tutti i giacimenti della regione meridionale del Darfur sono gestiti dalle compagnie cinesi per un investimento totale nel Paese che si aggira sui 10 miliardi di dollari.

In cambio del petrolio Pechino fornisce al governo sudanese appoggio diplomatico e una notevole quantità di armi, compresi elicotteri, aerei e veicoli militari, e ha inondato il Darfur di mine antipersona. Si stima che fino all’80% dei petrodollari del Sudan vengano destinati al mercato delle armi, mentre la popolazione rimane una delle più povere del mondo.
Anche le industrie di armi leggere del Paese sono state costruite con l’aiuto di Pechino, che ha anche fornito in supporto eliporti e tecnici delle proprie compagnie petrolifere.
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