Il Presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, vincitore delle ultime elezioni del Paese tra tante incertezze sulla regolarità del voto, speranze inattese e proteste di piazza soffocate dalla polizia e dalle forze paramilitari e filogovernative, ha dovuto difendere ancora una volta la legittimità della sua riconferma elettorale, davanti all’Assemblea riunita delle Nazioni Unite, il 21 settembre scorso.

Sono gli strascichi delle polemiche che si erano accese in Europa e negli Stati Uniti in seguito alla sua rielezione il 12 giugno scorso, contestata da studenti e molte parti della società civile iraniana. L’ “onda verde” era stata ripresa e amplificata dai media, entrando d’impeto nell’immaginario collettivo nostrano, ma a distanza di mesi dai primi moti popolari, nonostante il perdurare delle proteste, era stata presto dimenticata e rischiava di infrangersi contro quelle stesse redazioni che si erano prestate a cassa di risonanza dei loro canti.

La nuova manifestazione del 30 settembre scorso al Politecnico Sharif di Teheran, preceduta lunedì scorso da quella di un centinaio di studenti, riaccende i riflettori sulle aspirazioni democratiche della fascia riformista e progressista della popolazione iraniana, cresciute, in particolare, nei centri culturali e nelle facoltà umanistiche. Proprio su queste ultime si sono concentrate le attenzioni della censura governativa che sta cercando di limitarne i corsi e gli insegnamenti che coinvolgono circa la metà degli oltre tre milioni di studenti universitari del Paese. Intellettuali, docenti, studenti, che in queste facoltà sono portati naturalmente al confronto e alla ricerca con i modelli giuridici, sociali, politici e filosofici stranieri, sono diventati i più temibili nemici della Repubblica Islamica.

Un fotografo del sito web iraniano Mowjcamp era stato colpito da uno sparo proprio nella prima manifestazione dello scorso lunedì, mentre riprendeva il corteo che inneggiava a Hussein Moussavi, insieme a molti altri colleghi e bloggers di altrettanti siti web di opposizione, che riportavano notizie di altre proteste studentesche, come quella alla facoltà di filosofia, in cui domenica erano stati lanciati numerosi slogan contro Ahamdinejad e la milizia Basij, la quale aveva attaccato i manifestanti di giugno.

I duemila studenti che mercoledi scorso hanno protestato al Politecnico Sharif di Teheran, molti dei quali bloggers, gli stessi che avevano aggirato la censura governativa grazie all’uso dei nuovi social networks come facebook e twitter nel giugno scorso, non rappresentano quindi un residuo di quei primi meglio noti movimenti postelettorali, ma un fermento crescente di inevitabili aspirazioni democratiche e riformiste della popolazione.